Arpit

Sede Via Ardea, 27 – Roma
(+39) 06 7009 774
(+39) 335 56 54 167

Sede P.zza Armenia, 9 – Roma
(+39) 06 6476 4116
(+39) 334 338 58 35

Mail: arpit.psicologia@gmail.com

La consulenza psicologica Online

Servizio di Consulenza Psicologica Online

L’ARPIT sas, società di psicologia e psicoterapia di Roma, propone un servizio di consulenza psicologica online. Il gruppo di lavoro è composto da psicologi iscritti all’Albo professionale coordinati da uno psicoterapeuta senior.

consulenza psicologica online

A chi si rivolge

Il servizio di consulenza psicologica online, rivolto solo ai maggiorenni, è aperto a chiunque stia vivendo un momento di difficoltà o sofferenza personale. Permette di avere un primo incontro via chat o skype con specialisti che accolgono ed ascoltano il disagio emotivo, psicologico e relazionale.

Vantaggi

La consulenza psicologica online, non può certamente sostituire il rapporto personale, ma è comunque uno strumento innovativo, duttile, che offre diversi vantaggi:

• È un supporto immediato, facilmente accessibile.

• È un servizio economico e di rapido utilizzo, particolarmente adatto a chi ha particolari esigenze economiche e di tempo.

• È utile alle persone con problemi di spostamento (italiani residenti all’estero, persone impossibilitate a muoversi da casa e/o a recarsi in studio).

• Permette di riconoscere il problema e di cercare con l’aiuto di uno specialista delle possibili modalità di intervento.

• Può essere utilizzato come strumento educativo, volto a fornire informazioni e chiarimenti circa qualsiasi argomento e problematica psicologica.

• Può rappresentare il primo approccio verso la psicoterapia.

Finalità

Il servizio di consulenza online fornisce un primo ascolto del disagio vissuto dalla persona, aiuta a definire il problema in chiave psicologica. Permette all’utente di comprendere in maniera più approfondita la sua sofferenza ed identificare le risorse migliori. E’ uno strumento psico-educativo e di promozione del benessere.

Come richiedere il servizio

Per richiedere una consulenza online è necessario richiedere ad arpit.psicologia@gmail.com l’apposito modulo dove andranno inseriti i propri dati e concessa l’autorizzazione al trattamento degli stessi, nonché il motivo della consultazione. Una volta compilato, il modulo va inviato via mail allo stesso indirizzo (arpit.psicologia@gmail.com).

Costi e modalità di erogazione del servizio

Il costo per ogni singolo incontro online è di euro 40,00. E’ possibile acquistare un pacchetto da 5 incontri al prezzo complessivo di euro 150,00 (30,00 ad incontro). Si possono prenotare al massimo di 10 incontri (equivalenti a 2 pacchetti). Dopo aver effettuato il pagamento tramite bonifico bancario, l’utente verrà rapidamente contattato da uno psicologo per concordare gli appuntamenti. Gli incontri di consulenza online avranno una durata di 50 minuti ciascuno e potranno avvenire tramite chat o videochiamata, a seconda della preferenza dell’utente. Il servizio avverrà tramite Skype (scaricabile al seguente link: https://www.skype.com/it/download-skype/skype-for-windows/) o Hangouts (per i possessori di un account di posta gmail).

Per informazioni

Scrivere a arpit.psicologia@gmail.com o chiamare al cellulare 347.3471131 Dott.ssa Susanna Bonanni

Posted in Articoli

Leggi Tutto Nessun Commento

L’analista cuoco

l'analista cuoco L’analista o lo psicoterapeuta ad indirizzo psicodinamico potrebbero essere accostati alla figura del cuoco, come uno chef deve offrire del buon cibo analitico al suo paziente, nutrimento confezionato secondo i bisogni speciali di ogni persona. Non si può sfamare qualcuno solo parlando di cibo, così anche il terapeuta deve offrire dell’autentico cibo affettivo nel piatto della relazione. Questo è essenziale soprattutto per quelle persone che hanno sofferto di importanti carenze nell’accudimento e che anche da adulti non sono in grado di comprendere e distinguere chiaramente i propri bisogni e spesso sono incapaci anche di riconoscere la sensazione della fame e soprattutto non hanno gli strumenti mentali per risolvere le loro necessità incombenti. Il compito del terapeuta è quello di offrire del cibo per lo sviluppo della mente, espletando tutte le funzioni di ascolto, accoglienza, risposta coerente e ricordo che sono mancate alle persone deprivate nelle prime fasi della loro crescita.

Secondo lo psicanalista Antonino Ferro, vi sono due modi di essere analisti che possono essere confrontate con i cuochi: ci sono quelli che seguono attentamente le ricette e altri che invece sono fedeli al senso della cucina, ai principi, ma non sempre e necessariamente alle ricette stesse e quindi alle regole.

L’atteggiamento che privilegia i principi piuttosto che le regole rende ogni incontro terapeutico unico ed irripetibile: il paziente e il terapeuta, insieme, formano un campo, condividono un’esperienza, in cui accadano eventi nuovi per entrambi anche se ovviamente i ruoli sono asimmetrici in quanto il compito e responsabilità del terapeuta è quello di sostenere ed aiutare il paziente a stare meglio. Tutto quello che il paziente dice, il racconto, il contenuto manifesto, è significativo ed importante, ma va comunque riportato alla relazione, ossia al qui ed ora dell’incontro analitico, è il campo che rende significativo il contenuto. Il terapeuta che segue la ricetta o una specifica teoria o aspettativa, rischia di diventare riduttivo e troppo difeso e ,soprattutto, potrebbe non essere in grado di accogliere gli insegnamenti del suo più importante maestro che è poi il paziente stesso, il vero esperto del suo problema.

E’ per questo che è essenziale che l’analista ascolti il paziente con particolare attenzione alla risposta ad ogni intervento terapeutico è il paziente stesso, se adeguatamente valorizzato, ad indicare continuamente come è necessario parlargli per raggiungerlo.

La seduta di analisi quando è creativa, diventa una sorta di sogno comune, al punto che il paziente potrebbe iniziare ogni comunicazione con la premessa: “ho fatto un sogno in cui…” a cui segue il racconto che può riguardare un qualsiasi aspetto della sua vita, anche molto concreto e reale come una malattia, un sintomo, un problema relazionale, di lavoro o d’amore, contenuti che pur accolti e valutati, sono comunque letti ed interpretati nel campo analitico.

La psicoterapia psicodinamica, la psicoanalisi, in questa ottica, non guardano solo al passato, alla storia, ai traumi, ma piuttosto puntano l’attenzione al presente, al futuro, ossia agli aspetti nuovi che si potranno sviluppare, e soprattutto tendono a rafforzare e spesso a creare, nuovi strumenti per pensare, per riconoscere e contenere le emozioni che se eccessive e non elaborate, sono misconosciute, proiettate, negate e possono facilmente trasformarsi in sintomi che disturbano profondamente la persona che ne soffre.

Ferro riprendendo Ogden, afferma che il lavoro dello psicoanalista consiste nel sognare, cioè nel trasformare le percezioni sensoriali che continuamente investono ognuno di noi in ogni momento della vita, in immagini dette pittogrammi, che permettono di elaborare e di contenere i vissuti emotivi: “Ne deriva che anche l’analisi ha come fine di sviluppare nel paziente la capacità di “generare immagini” di creare sogni da quelle forme di pensiero concreto che sono i sintomi” (Ferro, Civitarese, 2015).

Bibliofrafia

Ferro A. Le viscere della mente. Raffaello Cortina Editore, 2014

Ferro A. Tecnica e creatività. Raffaello Cortina Editore, 2006

Ferro A. Evitare le emozioni, vivere le emozioni. Raffaello Cortina Editore, 2007

Ferro A. G. Civitarese Il campo analitico e le sue trasformazioni. Raffaello Cortina Editore, 2015

Dott.ssa Maria Grazia Antinori Psicoterapeuta

Roma (RM)  P.zza Armenia 9 cell 334 338 58 35

Posted in Articoli

Leggi Tutto Nessun Commento

Come riconoscere i segnali di disagio psicologico dei bambini

riconoscere il disagio psicologico dei bambiniL’infanzia come fondamento della salute mentale

L’infanzia è un momento cruciale per lo sviluppo di ogni essere umano, è la fase in cui il piccolo apprende quel bagaglio di capacità che costituiranno la base della sua futura identità, del modo di relazionarsi con gli altri e di percepire la realtà.

Il bambino, per diventare grande, è infatti chiamato a rispondere a molte richieste provenienti dal monto interno (le trasformazioni sul piano cognitivo, emotivo, corporeo, l’acquisizione dell’indipendenza e dell’autonomia, lo svincolo dalle figure genitoriali di riferimento, l’identificazione), tanto dal mondo esterno (l’adattamento alle regole sociali, l’ingresso nella scuola, l’integrazione e l’accettazione nel gruppo dei pari, ecc), sono tutti compiti difficili e complessi e non sempre il piccolo è in grado di adattarsi e di conquistare ogni fase evolutiva, sono molteplici i momenti in cui possono emergere disagio emotivo,affettivo e relazionale.

Gli adulti interpreti dei segnali del disagio psicologico dei bambini

Per chi si prende cura del bambino, per primi i suoi genitori, non è sempre facile cogliere e comprendere una disagio, uno ostacolo serio nello sviluppo, questo anche perché il piccolo si esprime soprattutto  con i comportamenti, piuttosto che verbalmente.

I bambini, quanto più sono piccoli, tanto più utilizzano il corpo come  “il luogo ed il mezzo” privilegiato attraverso il quale esprimere il proprio vissuto e malessere. Il corpo è infatti il primo mezzo con cui il bambino si  pone in relazione con le figure significative e per questo motivo viene utilizzato come veicolo principale della comunicazione.

Dunque, nei bambini più piccoli possono essere maggiormente presenti i disturbi del comportamento in prevalenza di carattere iperattivo (capricci ingestibili, condotte aggressive, oppositività, reazioni eccessive di collera o pianto) con alterazioni dei ritmi biologici (disturbi del sonno) o sintomi somatici. I sintomi psicosomatici più frequenti sono quelli gastro-intestinali (dolore addominale, nausea , vomito etc) sintomi pseudo neurologici (vertigini, cefalee, febbre, giramenti di testa)., alterazioni del controllo sfinterico (enuresi primaria\secondaria, stipsi, encopresi), sintomi dell’apparato respiratorio (difficoltà respiratorie, dispnea, tosse psicogena), sintomi muscolari (contrattura del collo, tensione cervicale).

Il corpo come veicolo di espressione

Se nei primi anni di vita il disagio psicologico dei bambini si manifesta soprattutto attraverso il corpo, più tardi – dai sei ai quattordici anni- può esprimersi sotto forma di inibizione dell’apprendimento e\o disinteresse per le attività scolastiche, chiusura relazionale\isolamento, rifiuto delle attività di gruppo, deficit dell’attenzione. Possono presentarsi sintomi come ansia, fobie, ossessioni, tristezza immotivata, ripiegamento su se stessi.

Il mondo di un bambino triste o ritirato, sembra essere caratterizzato dall’assenza di allegria e della paura pervasiva di sbagliare o di essere punito. Vissuti interni di solitudine e fallimento pervadono i giochi e l’attività ideativa (fantasie e immagini). L’ansia è generalmente associata a dolori fisici, nei bambini più piccoli è presente sotto forma di ansia da separazione (difficoltà ad allontanarsi dalle figure significative). Più in là può anche esprimersi attraverso una bassa autostima o un’insicurezza eccessiva, accompagnate dal timore di perdere ammirazione e amore. Possono essere presenti paure esagerate apparentemente immotivate che interferiscono con le normali attività di vita quotidiana, tic motori o bisogno di ricorrere ad azioni ripetitive o ritualistiche (sintomatologia ossessiva-compulsiva).

L’infanzia fase fondamentale della vita

Data la complessità delle trasformazioni e delle sfide che un bambino deve affrontare durante il suo percorso di crescita, possiamo dire che l’infanzia è ben lontana dall’essere l’età della  spensieratezza come comunemente si pensa, ma va piuttosto considerata come una fase cruciale la cui delicatezza necessita di attenzione e di uno spazio di ascolto privilegiato. E’ dunque molto importante che i genitori siano in grado di riconoscere i primi segnali di disagio che l bambino esprime così che sia possibile accedere ad un intervento psicologico mirato ed efficace che possa aiutare a comprende e risolvere la situazione. Infatti, se tempestivamente ed adeguatamente riconosciute e affrontate, tali difficoltà sono nella maggior parte dei casi transitorie, anzi spesso costituiscono un momento prezioso di crescita psicologica e di messa a fuoco delle potenzialità che il bambino e la sua famiglia possono mettere in campo per affrontare al meglio i successivi compiti evolutivi.

Dott.ssa Francesca Bianchi

Psicologa, psicoterapeuta

cell.340 78 98 316

Posted in Articoli

Leggi Tutto Nessun Commento

La psicoterapia psicodinamica: la difficoltà e la necessità di iniziare un percorso

La psicoterapia psicodinamica

La psicoterapia è un privilegiato punto di osservazione dipsicoterapia psicodinamica quelle che sono le difficoltà delle persone. Sempre più spesso i pazienti oltre alle loro caratteristiche e bisogni personali, si rassomigliano tra di loro per alcuni tratti comuni, come la diffusione della confusione, del senso di smarrimento e della scarsa consapevolezza di sé.

E’ come se un numero significativo di persone avessero smarrito la bussola, la direzione e quindi si aggirassero come ciechi in un’atmosfera rarefatta e fumosa. I ruoli, le differenze generazionali, i limiti della realtà, lo scorrere del tempo, sono aspetti spesso misconosciuti e negati, tutto tende a rassomiglia a tutto, le differenze annullate. Questa modalità che potrebbe sembrare una conquista positiva di libertà e di emancipazione, si rivela spesso una fonte di ansia e di paralisi creativa.

La fatica  di scegliere

Molti, posti davanti alla possibilità apparentemente infinita di scelta, non sono in grado affrontare la complessità, poiché prendere una particolare direzione, presuppone l’accettazione dei limiti e la rinuncia a qualcosa per ottenere altro. Essere messi di fronte ad un bivio, è per alcuni così difficile da sopportare, da condurli a rifugiarsi in una sorta di paralisi vitale. Molte persone si considerano malate o in difficoltà, perché credono di non poter realizzare i propri obiettivi, ma il problema può essere nella stessa definizione delle mete da raggiungere, magari troppo elevate e lontane dalla realtà che deve necessariamente tener conto delle effettive potenzialità, fase di vita e opportunità ambientali. In altri termini molti pazienti sono malati di eccesso di desiderio che li porta ad essere scontenti, rancorosi e soprattutto ciechi rispetto  alle loro effettive e realizzabili potenzialità.

Il processo personale di maturazione e di crescita, sembra diventato particolarmente difficile, soprattutto per la perdita di riferimenti culturali, sociali, familiari ed affettivi. Il sistema familiare, non sempre si poggia sulla presenza di genitori abbastanza adulti da non confondersi con i bisogni e desideri dei loro figli. I ragazzi trovano con più difficoltà maestri ed insegnanti disposti ad aiutarli a maturare un’educazione emotiva e sentimentale.

Analfabeti emotivi

Molti pazienti  appaiono come analfabeti emotivi, ossia non hanno imparato a riconoscere le proprie ed altrui emozioni, a definire uno spazio privato che consenta loro di entrare in rapporto con gli altri senza confonderli con loro stessi. Per difesa, diventano aggressivi o evitano ogni forma di contatto e di legame vissuto come pericoloso e limitante di una pseudo libertà che in realtà è l’espressione di un vuoto interiore, dove l’agire impulsivo prende il posto della parola e del pensiero.

Le frustrazioni, le difficoltà, sono sempre meno tollerate ed affrontate, la soluzione migliore sembra diventare quella di abbandonare tutto, con la falsa illusione di ricominciare. Illusione in quanto il protagonista non impara dai suoi errori che neanche osserva o riconosce, e quindi ripete incessantemente sempre lo stesso copione disfunzionale.

Gli attacchi di panico

Gli attacchi di panico, lo stato d’ansia generalizzato, sembrano sintomi quasi endemici per la loro diffusione in tutte le fasce d’età della popolazione, in un certo senso è proprio un tipo di sintomo che traduce in modo simbolico il senso di smarrimento e la perdita dei punti di riferimento. Chi soffre di attacchi di panico o di forti ansie, cerca di trovare delle pseudo certezze in particolari esterni, evitando magari certe situazioni o luoghi e sperando così di non vivere quel senso di angoscia profonda, la paura di morire che si prova in uno stato acuto di ansia.

La magia, naturalmente, fallisce e comunque il paziente è sempre alla ricerca di altri contenitori esterni. Il punto è che il problema è interiore, si tratta di pazienti che non riescono a maturare un processo evolutivo che li porti a definirsi come persone dotate di una propria individualità e quindi con delle potenzialità e dei limiti. Non è  tollerato  che il legame affettivo sia a doppio senso, ossia che  si riceva ma che si debba rispondere a delle richieste, dei rischi  e delle responsabilità. Sono pazienti che vorrebbero restare nel guscio dell’infanzia o al massimo dell’adolescenza e quindi mantenere l’illusione che tutto è possibile. Sono persone  disposte a rinunciare ad ogni sviluppo concreto pur di mantenere la possibilità dell’infinito onnipotente, anche se illusorio.

La psicoterapia psicodinamica

La psicoterapia psicodinamica è un contenitore che accoglie pienamente le necessità di questo tipo di paziente che, a prescindere dai sintomi, ha soprattutto bisogno di essere accolto e valorizzato.   Sono persone che non sanno ascoltarsi e dare valore ai propri bisogni e desideri e allo stesso tempo, come i bambini della prima infanzia, immaginano di aver diritto alla massima felicità ma nono sono  capaci di vicinanza empatica con l’altro.

Per iniziare il processo terapeutico è prima necessario costruire un linguaggio affettivo che prepari all’uso della parola emotiva, che non spaventi troppo le persone che, anche se adulte, non conoscono nulla di sé e delle proprie emozioni e soprattutto non sono capaci di forme anche elementari, di rapporto con l’altro. Le persone spesso sono spaventate dalla vicinanza che considerano pericolosa e che tendono a negare o ad aggredire. Aggrediscono con invidia la persona che può dargli quello che desiderano.

Un ambiente sicuro

In queste situazioni, al terapeuta è richiesta una grande attenzione al linguaggio inconscio, al gioco del transfert e del controtransfert che sembra essere l’unica modalità per avvicinare il paziente senza farlo fuggire. Quando un paziente così difficile, riesce a trovare il coraggio di rivolgersi ad uno psicoterapeuta, è molto importante che questo cerchi di trovare la strada per accoglierlo senza spaventarlo, che gli offra un contenitore sicuro ma non costrittivo, e quindi gli dia il tempo di poter accedere finalmente ad una relazione affettiva sana e significativa.

Maria Grazia Antinori Psicoterapeuta cell. 334 3385835 email antinorimariagrazia@virgilio.it www.arpit.it

Leggi Tutto Nessun Commento

Frida Kahlo, un’artista che ha trasformato il dolore in bellezza

La psicoanalisi e l’arte

Frida Kahlo

Fin dalle origini della psicoanalisi l’arte è stata un campo di interesse e di studio spaziando dalla vita dell’artista, alla sua opera, alla capacità immaginativa.

La produzione artistica rappresenta una fonte quasi inesauribile di materiale di studio interpretabile sul piano clinico, ma è stata utilizzata anche come conferma delle interpretazioni cliniche. Freud ha considerato gli artisti come persone con una particolare “flessibilità della rimozione” qualità spesso inconsapevole che comunque facilita il contatto con i propri contenuti inconsci.  Per Gaddini ciò che sembra distinguere l’artista è la sua capacità di entrare in contatto con i contenuti del processo primario (momento ispirativo) e di elaborarli in modo da poterli esternalizzare (momento estetico) (Gaddini, 1989). Gaddini, uno psicoanalista che ha dato ampio spazio all’arte nei suoi scritti, sottolinea i punti di contatto tra la produzione artistica, i sogni e il disturbo psichico: “In realtà, ciò che accumuna il sogno, la creazione artistica, e il disturbo psicologico o la malattia mentale, è che tutte queste espressioni visibili partecipano, in vario modo e misura, al così detto processo primario, vale a dire di un’attività psichica invisibile, inconscia, segnata da leggi diverse da quelle dell’attività psichica cosciente, e da quest’ultima tenuta anzi a debita distanza” (Gaddini, 1989).

Il processo primario è caratterizzato dal linguaggio delle immagini che prevale su quello verbale, si tratta di immagini simboliche che seguono un ordine apparentemente casuale, lontano dalla logica e dai costrutti grammaticali, l’attività psichica è quindi di tipo associativo senza considerazione delle limitazioni spazio-temporali. Altro aspetto importante è che le cariche energetiche sono molto mobili e quindi si spostano con grande facilità da un’immagine simbolica all’altra, facilitando così la formazione di nuove immagini che possono catalizzare più significati simbolici.

Per Gaddini ogni opera d’arte è sempre autobiografica in quanto contiene elementi del processo primario che trovano il modo di arrivare alla coscienza ed essere rappresentati, così come avviene nel processo del sogno: “Se il lavoro onirico mira a favorire l’emersione dei contenuti latenti (inconsci) badando bene, nel fare ciò, di non urtare la temuta suscettibilità del Super-io, l’elaborazione artistica, nel favorire a sua volta l’emersione di contenuti latenti, mira a sostenere anche il consenso del non meno temuto Super-io sociale” (Gaddini, 1989).

Così come nel sogno, nella creazione artistica si riconoscono all’opera meccanismi psichici quali la condensazione di immagini e lo spostamento di significato da una rappresentazione ad un’altra.

Una questione importante, che è ancora senza una risposta certa, è definire quali fattori rendono un’opera d’arte tale e facciano riconoscere la qualità di artista: “E’ arduo dire come e da dove tragga origine il talento. Diciamo che esso consente di esprimere le cose di dentro, in modo tale da generare negli spettatori emozioni profonde (anche loro senza sapere come e perché). Ma è chiaro che questo non basta a definire il talento (…) l’artista esprime qualcosa di profondo di sé, e anche qualcosa di profondo del vissuto ambientale. Voglio dire che inconsciamente l’ambiente è una parte non distinguibile dall’esperienza dal sé. In questo senso l’artista rappresenta gli aspetti del mondo in cui vive.” (Gaddini, 1989).

Frida Khalo

Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderòn, meglio conosciuta come Frida Kahlo, è una pittrice famosa in tutto il mondo, i soggetti dei suoi quadri sono intrecciati alla vita, alle vicende d’amore, alle difficili condizioni di salute e soprattutto al suo paese di origine, il Messico, al comunismo e alla cultura precolombiana. E’ stata moglie di Diego Rivera considerato il più importante artista messicano del novecento, per poi superarlo per fama e popolarità.

La sua pittura è ricca di simboli precolombiani, ispirata a divinità azteche senza per questo rinunciare ad un forte richiamo al simbolismo cattolico degli ex-voti, ossia piccole immagini naif dipinte sul legno o sul metallo, concepite per la richiesta o per il ringraziamento di grazie per la guarigione da malattie e la protezione da eventi drammatici. E’ molto personale lo stile di questa pittrice che ha fuso insieme l’anima tedesca paterna e quella messicana materna.

Frida Kahlo ha viaggiato in America e in Europa, soprattutto a Parigi dove ha lungamente soggiornato e ha avuto modo di conoscere personalità del suo tempo e anche di esporre i suoi quadri. La pittura di Kahlo è stata riconosciuta come surrealista da André Breton, fondatore del surrealismo, anche se la pittrice non si è mai considerata tale. Nata pittrice quasi per caso, inizialmente autodidatta, Frida ha sempre dichiarato di non voler rappresentare i sogni come i surrealisti, ma piuttosto di essere interessata alla realtà, una realtà molto personale, una sintesi e rielaborazione dei suoi vissuti e dei suoi pensieri. L’originalità di Kahlo poggia comunque su una solida preparazione culturale che va dalla conoscenza delle avanguardie pittoriche, alla letteratura, alla filosofia orientale e quella occidentale.

Kahlo ha iniziato a dipingere non per desiderio o ambizione artistica, ma come scrive lei stessa, per dimenticare i suoi problemi di salute. Nel 1939, quando ormai era matura come artista, scrive in una lettera: “Ho fatto ritratti, composizioni di figure, anche opere in cui il paesaggio e la natura morta hanno il ruolo principale. Sono giunta a trovare, senza che nessun pregiudizio mi costringesse, un’espressione personale della pittura (…) I miei temi sono stati sempre le mie sensazioni, i miei stati d’animo e le profonde dinamiche che la vita andava producendo in me, e ho spesso oggettivato tutto questo in rappresentazioni di me stessa che erano quanto di più sincero e vero potessi fare per esprimere quel che sentivo di me e davanti a me” (Prignitz-Poda, 2014).

Frida Kahlo la vita

Frida Kahlo nasce il 6 luglio 1907 da padre tedesco fotografo e madre messicana cattolica molto devota, è la terza di cinque figlie, all’età di sei anni è colpita dalla poliomelite che rende più piccoli la gamba ed il piede destro, lasciandole una zoppia invalidante. A diciotto anni avviene un altro avvenimento drammatico che cambierà la sua vita: in seguito ad un incidente del tram su cui viaggia, subisce gravissimi traumi che segnano per sempre il suo corpo e anche il suo destino. Sarà costretta ad un lungo periodo di immobilità che diventerà anche l’occasione per la scoperta della pittura come possibilità di espressione e di investimento per il futuro, questo anche grazie ad un’idea della madre che fa fissare uno specchio su un baldacchino costruito artigianalmente sul letto di immobilità di Kahlo. Forse anche per queste vicende, fin dall’inizio il soggetto preferito da Frida è se stessa, l’immagine che lo specchio riflette e che la pittrice saprà però trasformare in arte nei suoi numerosissimi autoritratti, una costante di tutta la sua produzione.

La Frida adolescente appena ripresasi dall’incidente inizia a frequentare Diego Rivera, il pittore Messicano di fama mondiale che sposerà qualche anno più tardi. La loro unione non sarà né semplice, né convenzionale e neanche felice, fin dall’inizio Frida dovrà dividere Diego con molte altre donne di ogni ceto e paese, spesso sue modelle. Anche Frida avrà altri amanti e amori, uomini e donne, ma sempre e comunque rimarrà Diego il centro del suo mondo affettivo. Viaggeranno molto in America e in Europa insieme e da soli, per poi tornare in Messico in una casa composta da due edifici che ognuno abiterà singolarmente e che Frida riempirà di animali come pappagalli, scimmie e cani che spesso appaiono nelle sue opere, e, altro elemento importante, la raccolta di ex voti, mentre Rivera colleziona importanti e numerosi oggetti precolombiani. Ad osservarli dall’esterno sembrano una di quelle coppie che non può restare separata ma neanche vivere insieme, come due calamite che si attraggano ma si respingono perché dello stesso polo. Con fasi alterne, compreso un divorzio e un nuovo matrimonio, i due restano legati, anche se per  lunghi periodi lontani.

Diego resterà accanto a Frida anche negli ultimi anni quando lei subisce molte operazioni, immobilità, dolore, ricoveri e anche un’amputazione e infinite complicazioni che la portano alla morte a quarantasette anni, nel 1954. Diego è stato da sempre un estimatore di Frida apprezzandone le qualità pittoriche, così come Frida ha sempre ammirato i grandi murales a tema sociale dipinti da Diego in Messico e in America. Oltre agli affetti e alla stima reciproca li unisce l’interesse per il popolo messicano, la sua cultura e l’adesione, anche questa con fasi alterne, al partito comunista.

Nel 1942 Frida Kahlo inizia a scrivere un diario che costituisce una delle fonti più importanti per capire i suoi stati d’animo e pensieri, tratta temi che vanno dalla sessualità, alle sofferenze fisiche, all’amore con Diego, a parole associate liberamente che alterna a disegni ad inchiostro e a matita.

La trasformazione del dolore in bellezza

L’opera di Frida Kahlo è interessante non solo sul piano pittorico ma anche su quello psicologico, è notevole come questa piccola, fragile donna sia riuscita a trasformare in arte la rappresentazione di un corpo traumatizzato e ferito. Quadri famosi hanno come soggetto eventi come l’aborto, la nutrizione forzata, la rappresentazione di un corpo con cicatrici, busti, lacrime, chiodi che lo trafiggono, eppure lo sguardo osservante non fugge via per la drammaticità del soggetto ma al contrario ne è attratto. Frida ha saputo trasformare anche molti dei busti che l’hanno tormentata in oggetti personali dipingendoli con i suoi soggetti preferiti, rendendoli così meno nemici ed estranei, facendogli assumere una funzione che li avvicina all’oggetto transizionale descritto da Winnicott, ossia un qualcosa che appartiene contemporaneamente a sé e all’ambiente, che è creato e allo stesso tempo trovato, che si pone tra l’illusione e la realtà.

Osservare le tele originali di Kahlo è un’esperienza che va al di là delle considerazioni stilistiche, il visitatore è colpito dal magnetismo dello sguardo degli autoritratti che sembrano a loro volta osservare in modo quasi altero e diretto. Si crea un gioco di sguardi, chi osserva si sente osservato, determinando il bisogno di soffermarsi ancora per cercare quel qualcosa che sfugge e che va oltre alle pennellate su una tela. Si crea un mistero, si è portati a cercare di svelare il segreto di un’identità che è mostrata ma allo stesso tempo è velata e nascosta. Si crea uno spazio vuoto tra immagine sulla tela e percezione, uno spazio vuoto che necessita di essere riempito, animando la figura rappresentata dalla stessa curiosità ed estraniamento dello spettatore.

In molte tele Frida inserisce particolari quali animali, oggetti, piante, fiori che hanno una valenza chiaramente simbolica ma che, allo stesso tempo, sono raffigurati in modo concreto e realistico, anche questo dualismo crea sorpresa in chi osserva che da una parte registra l’incongruità dell’immagine e dall’altra l’accetta come un dato di fatto incontestabile. Una caratteristica importante dei quadri di Frida è forse proprio il senso di estraniamento che producono in chi li osserva, sembra di essere di fronte ad immagini familiari che però inseriscono elementi discontinui, si innesca quello che Freud ha definito “il perturbante” ossia un fenomeno che apre al nuovo, all’ignoto, all’inconscio e soprattutto rende nuovo e diverso il conosciuto aprendo così a prospettive inaspettate: “Il perturbante è quella sorta di spavento che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” (Freud, 1919).

Frida offre una personale traduzione della realtà, come un bambino che descrive ciò che conosce, piuttosto di quello che vede, una continua imitazione e citazione del reale che paradossalmente consente proprio il distacco dal concreto, l’oggetto e la figura sono isolate dal contesto trasformandosi in altro, sorprendendo chi osserva. La Kahlo, scrive il critico Achille Bonito Oliva, possiede la naturale maturità dell’artista classico che utilizza il linguaggio come strumento e non come fine, per questo le sue opere sono concluse in sé (Prognitz-Poda, 2014). Frida conosceva  sicuramente il saggio di Freud su Mosè ed il monoteismo del 1937, tanto da ispirarvisi per un suo quadro “Nucleo solar” chiamato anche “Moisés”, premiato nel 1946, ma ancora una volta gli elementi culturali sono inseriti e tradotti con un simbolismo tutto personale che li lega alle sue vicende personali ed in particolare al suo rapporto con Rivera.

Frida è un’artista che ha reso opera d’arte, condivisibile e fruibile dagli altri, il suo stesso dolore e fragilità umana. Lo ha fatto raccontando il suo corpo martoriato  riprodotto come un oggetto reale ma anche simbolico, la sua fisicità si eleva, da esperienza individuale a valore universale che ogni persona può riconoscere e comprendere empaticamente.

Frida è un esempio di come l’arte possa rendere condivisibile un’esperienza molto personale ed intima, difficilmente raccontabile con le parole. Le sue opere non hanno lo scopo di renderla famosa, ma piuttosto quello di esprimere e di raccontare l’indicibile, rendere possibile sopportare eventi e traumi che altrimenti avrebbero rischiato di rompere l’unità dell’Io. Frida ha la capacità di trasformare il trauma in altro, l’osservatore sente palpitare la vita sottostante che non si piega e non si rompe al dolore, ma anzi rimanda un autoritratto spesso altero che non rinuncia alla bellezza e ai colori vivaci degli abiti e delle ambientazioni. I quadri di Kahlo sembrano essere una forma di autocura, di autosostegno, nella ricerca di quella unità che gli eventi traumatici mettono in serio pericolo. Opere che potrebbero essere sovrapposte al processo del sogno, tele dipinte secondo il processo primario che seguono le modalità dei sogni, anche se la pittrice né è inconsapevole, così come il sognatore può ricordare il sogno e coglierne il valore senza per questo comprenderne consapevolmente il significato simbolico.

Il processo di trasformazione può essere paragonato a quello che avviene nell’ambito di una psicoterapia psicodinamica: anche se i fatti reali rimangono dati ineluttabili ed assolutamente concreti ed i traumi non possono essere misconosciuti o sminuiti, ciò che viene trasformato è la modalità di narrazione della propria storia e del corpo. Il lavoro terapeutico ha in sostanza la funzione di ricostruire la trama e l’ordito del Sé, di rendere consapevoli delle trasformazioni e delle perdite, conservando anche il ricordo della ferita. La psicoterapia e l’analisi traducono in nuove parole, in nuove forme che possono rendere sopportabile ciò non lo era, così come la pittura di Frida trasforma l’orrore in bellezza.

Maria Grazia Antinori

Psicoterapeuta

Roma, P.zza Armenia 9  cell 334 338 58 35

Bibliografia

Gaddini E. (1981) critti (1953-1985) Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989.

(a cura di ) Prignitz-Posa H. Frida Kahlo. Electra, 2014.

Leggi Tutto Nessun Commento