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Crash-contatto fisico. Cosiderazioni psicoanalitiche sul film

Maria Grazia Antinori

INTRODUZIONE

Crash-Contatto fisico è un film del 2004, uscito nel novembre del 2005, diretto e sceneggiato dal regista canadese Paol Haggis  con Sandra Bullock, Brendan Fraser, Don Cheadle, Mat Dillon, che è stato premiato nel 2006 con tre Oscar  per il miglior film, migliore sceneggiatura e miglior montaggio e anche con  il David di Donatello per il miglior film straniero.

Crash è un film corale un po’ favola, dramma e racconto allegorico, composto da episodi che si intrecciano velocemente,  ambientati nell’arco di 24 ore.

Centrale è la città di  Los Angeles nel periodo natalizio, un luogo estraniante che ha il potere di far sentire tutti stranieri.  Emblematica  è la dichiarazione del detective all’inizio del film: “In una città vera si cammina. Qui a Los Angeles non c’è contatto fisico con nessuno, stiamo sempre dietro vetro e metallo. Il contatto ci manca talmente che ci schiantiamo contro gli altri solo per sentire le persone”.

Da notare che la parola inglese “crash” significa scontro, incidente mentre il sottotitolo scelto per la versione italiana è “contatto” che ha un significato evidentemente diverso.

Paol  Haggis, il regista, ha studiato a  Londra. Una volta laureatosi in cinematografia si è trasferito ad Hollywood dove ha lavorato e scritto per il cinema e  la televisione come autore di famose serie televisive  come ad esempio  Avvocati a Los Angeles.

Haggis ha scritto la sceneggiatura per  Million Dollar Baby del 2004 regia di Clint Eastwood,  che ha rappresentato  la svolta nella sua carriera,  stesso periodo in cui  è regista di Crash.

Haggins realizza sempre con Clint  Eastwood Lettere da Iwo Jima, nel 2007  torna alla regia nel film Nella valle di Elah, nel 2013 con Thierd Person e nel 2017  Lead end Coppe

IL FILM

Crash è composto da una serie di storie che si intersecano e si sovrappongono, i protagonisti si passano il testimone come in una staffetta, il testimone potrebbe essere proprio la statuetta di San Cristoforo, protettore dai pericoli, patrono dei viaggiatori e  degli automobilisti. Paradossalmente sarà proprio la statuetta di San Cristoforo  il motivo della casuale  uccisione  del ragazzo nero la cui storia inizia e chiude il film, testimone che sarà raccolto dal fratello detective .

I personaggi interpretati da attori importanti come Sandra Bullock si trasformano nel ruolo e negli atteggiamenti in ogni episodio, aggiungendo una tessera al mosaico complessivo, il cui disegno  si scorge  solo alla fine della storia.

Quello che sembrava un poliziotto bianco cinico e violento, salverà la donna nera coinvolta in un incidente stradale,  vittima dei suoi stessi soprusi.

Il giovane poliziotto, una recluta, diventerà per paura e per sospetto assassino di un ragazzo cui lui ha offerto un passaggio in macchina ma che a sua volta, è responsabile di rapine e di ferimenti volontari e anche casuali.

Il regista di colore accomodante e disponibile a ogni richiesta fino al servilismo, si trasformerà in un uomo vendicativo, impulsivo ed aggressivo fino a perdere ogni freno e prudenza.

La donna privilegiata moglie del procuratore ma profondamente triste ed arrabbiata, troverà ferita e sola la consolazione di un abbraccio con la sua cameriera messicana che ha sempre trattato come una serva anonima.

Il detective che scopre il corpo senza vita del fratello tossicodipendente sul ciglio di una strada, un uomo apparentemente cinico, è considerato colpevole dalla madre che in realtà accudisce segretamente, ma che lo accusa della morte del fratello.

Non c’è nessun senso riconoscibile nel comportamento delle persone che vivono in una Los Angeles dove la ricerca del contatto sembra essere possibile solo in un  ruvido  scontro.

Tutti sono stranieri, l’altro è identificato in base a sommari tratti somatici o a particolari spesso male interpretati: nero, bianco, fratello nero, persona di colore, americano, scolorito, messicano, asiatico, cinese, cambogiano, iracheno, tailandese, categorie cui si associano stereotipi quali parlare come un bianco, parlare come un nero, essere vestiti da malviventi. Questo determina la diffidenza, l’estraniamento, l’impotenza e giustifica l’aggressione, tutti sembrano comportarsi come animali impauriti che  difendono il proprio territorio e se stessi dal pericolo costante e dall’incertezza.

Il linguaggio è povero e violento, ogni contatto sembra trasformarsi in scontro, la soluzione sembra essere il possesso di un’arma per difendersi, per non avere paura, per mantenere l’ordine e le regole, per la vendetta, per non rimanere schiacciati dall’umiliazione e dalla vergogna.

Il sentimento dell’umiliazione è una costante e riguarda tutte le condizioni sociali, l’umiliazione fa sentire impotenti e rabbiosi e porta a comportamenti impulsivi e pericolosi per sé e per gli altri e spesso diretti verso la persona sbagliata come la moglie del regista che sfoga la sua umiliazione sul marito vittima quanto lei.

Come dice Yoda in Guerre Stellari: ”La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza”.

E’ il sistema che produce dolore, a volte le persone sono carnefici e altre vittime, ma assumere il ruolo attivo o passivo  sembra essere  legato al caso in una sorta di circolo vizioso dove il pensiero è assente o finisce in cortocircuito.

Chiunque entra a far parte del sistema dell’odio e della vendetta è condannato alla sconfitta, come dice la moglie del procuratore interpretata da Sandra Bullock, la rabbia non ha bisogno di un motivo specifico, è senza oggetto e senza una ragione riconoscibile.

L’unica possibilità di salvezza è non giocare il gioco del potere, insomma bisogna indossare come la bambina, il mantello magico invisibile ed impenetrabile, quello che  protegge dalle pallottole. E’ necessario  interrompere la coazione a ripetere, il comportamento che produce malessere ed infelicità.

Magari bisogna essere come la ragazza figlia dell’iraniano proprietario di un 24hours shop,  che sceglie le pallottole a salve per la nuova rivoltella di un padre   che  vuole  proteggere il suo negozio e che in realtà, per una vendetta indirizzata verso l’uomo sbagliato, rischia di  uccidere un altro padre come lui e la sua bambina, entrambi innocenti. Tutto per un equivoco, per un’incomprensione, per l’impossibilità di capirsi poiché, come sulla torre di Babele, si parlano  troppe lingue tra loro incomprensibili.

Crash non è però senza speranza o aperture improvvise, è possibile anche la riparazione, l’azione salvifica, la possibilità di fare un atto positivo ed altruista, spesso casuale e soprattutto non programmato.

Nel caos di eventi, casualità, violenza, vendetta, impotenza, rabbia ed umiliazione, si alternano riparazione, sollievo e a volte gli eventi assumono una connotazione di tenerezza come il padre che dona  il mantello magico alla bambina o tragicomica come nel tamponamento nella scena finale.

I diversi passaggi del film sono sottolineati da elementi esterni apparentemente di cornice, ma che hanno un importante significato simbolico ed evocativo: l’ambientazione nel periodo natalizio, il fuoco, gli scoppi, la neve e soprattutto il suggestivo uso della colonna sonora.

In una delle ultime scene che coinvolge quasi tutti i personaggi, si ha la contemporaneità della neve ed il fuoco, in una sorte di catarsi sottolineata dalla musica che sembra essere la voce del regista che suggerisce una lettura di apertura e di speranza.

Crash è un film che pone molte domande attuali, ad esempio come la sofferenza, la diffidenza e l’infelicità possano trovare una consolazione; come rompere il circolo vizioso dell’odio e della vendetta.

La forza del film è nel porre interrogativi molto attuali anche nell’Europa e nell’Italia del 2018, domande sulla diffusione delle armi, sulle discriminazioni e pregiudizi raziali, la paura dello straniero inteso come diverso da sé, la diffidenza, l’isolamento, l’umiliazione, tutti vissuti che determinano la rabbia e l’aggressività esplosiva ed impulsiva  o la chiusura e l’isolamento.

Non c’è una soluzione o una risposta consolatoria, ma almeno uno strumento lo possiamo utilizzare ed è proprio quello di osservare, di mostrare, di raccontare, di narrare e di non cedere alla tentazione del rancore e dell’agito e  soprattutto concederci la fatica del pensiero.

Maria Grazia Antinori

Psicologia, Psicoterapeuta

antinorimariagrazia@virgilio.it

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