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Il lutto e la perdita.Le alternanze della vita.

Maria Grazia Antinori
 Il llutto ed il cambiamento
“Lutto” è una parola che vorremmo che non ci riguardasse mai.
E’ associata al dolore, alla perdita di una persona cara, di una speranza, di un amore o di una amicizia, della salute, della giovinezza … ma in realtà ci accompagna per tutta la vita fin dal suo sorgere, e non solo come incidente ma come elemento di sanità e di salute psichica in quanto segna ogni cambiamento e fase della vita come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la laurea, il matrimonio, la nascita di un figlio.
Utilizzare il vocabolo lutto, è quasi scandaloso soprattutto in un clima sociale e storico che  invita all’accumulo di oggetti, di relazioni, dove il vincente sembra colui che consuma persone e situazioni alla massima velocità.
 Il lutto richiama il limite, la finitezza della nostra espansione e onnipotenza di esseri umani che stanno scoprendo come il consumo esasperato bruci rapidamente le stesse fonti di vita e di sostentamento ma ciò nonostante, sembra illimitata la spinta maniacale .
Nella realtà quotidiana fermarsi, osservare, riflettere, sembrano azioni perdenti rispetto la corsa a riempire il tempo di rumori, suoni, incontri fugaci, sostanze che eccitano o rilassano. La prima inquietudine, un accenno di ansia viene registrato come “malattia” da estirpare rapidamente magari con uno psicofarmaco.
L’attacco di panico è diventato un sintomo molto diffuso che spaventa molto chi lo vive ma che potrebbe essere interpretato come una sveglia interiore, un trillio forte ed imperioso che avverte di quanto ci si è allontanati da sé stessi. Spesso la risposta consiste nel tentativo di spegnere la sveglia, ma il tempo seguita a scorrere. Ognuno di noi rischia di mancare l’occasione preziosa di cambiamento, di un essenziale ricongiungimento con le nostre origini.
Il sentimento della tristezza viene  spesso scambiato per depressione, qualcosa da cui liberarsi rapidamente senza considerarne la funzione e le origini.  Per sentirsi vitali e  reali è invece essenziale riconoscere i sentimenti – compresi la  tristezza e la malinconia – ascoltarli, dargli spazio senza per questo temere di essere malati o depressi.
 La depressione non corrisponde affatto al sentimento della tristezza, è una patologia che può manifestarsi anche senza tristezza ed è legata proprio alla mancata elaborazione di un lutto per una perdita, o per una ferita narcisistica.
Per poter vivere una vita serena  è indispensabile acquisire la capacità di elaborare il lutto. Subito dopo la nascita viviamo una situazione di beatitudine nel rispecchio narcisistico con la madre, ma il primo compito della coppia neonato-madre, è il lutto originario, ossia la rinuncia all’illusione onnipotente di un’unione perfetta che tiene lontano l’ambiente esterno e protegge dagli stimoli interni. Il lutto originario determina la possibilità di poter affrontare tutti gli altri lutti della vita perché fonda la scoperta dell’oggetto e l’idea dell’Io.
Nel corso della vita è  espressione di salute cercare di evitare il dolore psichico o fisico. Ma  il dolore si presenta sempre quando perdiamo qualcosa di importante e significativo. In sè, il dolore è il segno di un buon funzionamento mentale, significa che l’Io è in grado di riconoscere una perdita oggettuale o narcisistica.
La patologia si può manifestare nel modo di affrontare il dolore, se questo viene negato, scisso, proiettato, significa caricare qualcun altro dell’elaborazione del nostro dolore. L’unico modo sano per liberarci dal dolore è il processo del lutto che inizia proprio nel riconoscere la sofferenza per la perdita.
É frequentissima l’evenienza misconosciuta che alla base di un malessere esistenziale o di vere e proprie patologie mentali personali, di coppia o dell’intera famiglia vi sia un lutto espulso, che pesa sulle generazioni successive che diventano “portatori” di un dolore affidatogli da chi li precede.
Il processo di lutto è lento, progressivo, come scrive Freud in “Lutto e Malinconia”, un vero e proprio lavoro con fasi alterne, che permette di disvestire il passato per ritornare alla realtà attuale. Il processo di lutto può essere paragonato a quello della potatura di un albero che lo libera dai rami morti per dargli nuova linfa e forza per germogliare. Apparentemente l’albero è spogliato ed impoverito ma è proprio la perdita di parti di sé danneggiate, che permeterà la nuova fioritura.
Diferenza tra tristezza e depressione
Anche nel campo della salute mentale non sempre viene riconosciuta la centralità del processo del lutto, infatti si assiste alla moltiplicazione dell’offerta di trattamenti brevi e centrati sul malessere. Spesso si tratta di un tentativo di normalizzazione, di adeguamento dell’individuo alle aspettative sociali, di cancellazione del dolore  che viene spogliato del suo significato e funzione. La promessa implicita è quella di cancellare la tragicità e l’infelicità della vita.
Vi è una diffusa ipertrofia dell’Io che tende a mettere a tacere le emozioni e la ricerca di significati.  Scrive Trevi, “ Oggi l’uomo è più consapevole della differenza tra una “norma ideale” –diversa per ciascuno di noi- e lo stato in cui si trova. Può esserci un disagio dovuto a vere forme nevrotiche, come una condizione acuta d’ansia o una depressione, che a volte scivolano addirittura nella psicosi. Spesso però il disagio non si presenta con le classiche sintomatologie, rimanda piuttosto ad un senso desolante di vuoto, alla percezione di una dolorosa insignificanza del proprio vivere che non consente di coltivare una piena vita affettiva e a volte neppure di adempiere ai propri obblighi sociali.La psicoterapia ha allora il valore di una detenzione da questo disagio, è la via che si può percorrere con la speranza fondata di un miglioramento: se la guarigione psichica è un traguardo troppo vago, una trasformazione positiva è invece un obiettivo possibile” (Dialogo sull’arte del dialogo)
Nel 2008, è stato organizzato a Roma dagli analisti unghiani del CIPA, il convegno sul tema “Attualità e inattualità della cura psicoanalitica” , sede in cui si è discusso della possibilità e attualità della cura analitica che pone l’inconscio al centro dell’incontro terapeutico. L’analisi e le terapie psicodinamiche, richiedono tempo, lentezza, attesa, sostantivi che non sembrano più di moda rispetto parole quali obiettivo, rapidità, risultati. Ma proprio per questo, l’analisi acquista un valore ancora più centrale nel suo cercare, l’attraversare territori sconosciuti, vaghi, senza punti di riferimento.
 Si diventa paziente per un dolore forte che fa sentire un senso profondo di sperdimento nella selva oscura carica d’ombre inquietanti e d’incubi neri.
Si cerca la psicoterapia, quando si è persi, o quando ci si sente, come dice una giovane paziente, “un palloncino che nessuno tiene per il filo”.
 E’ prezioso, per quanto doloroso, questo stato di smarrimento vissuto nella quotidianità, nel luogo più familiare che improvvisamente, magari dopo un trauma o un lutto, diventa perturbante ossia da luogo conosciuto si trasforma in terra straniera che ci fa sentire stranieri in quella che è la nostra stessa casa, origine, lingua. E’ proprio in questo luogo sconosciuto, per quanto prima familiare, che l’analista dovrebbe incontrare il paziente ed il suo desiderio di ritrovarsi.
 Non c’è ritrovamento senza smarrimento. Per ritrovarci, come scrive Racamier,dobbiamo prima perderci.
 Il lutto originario 
 Paul Claude Racamier, nel “Genio delle origini” definisce un tipo fondamentale di lutto che chiama lutto originario  fondamentale che accompagna la vita e che va tenuto ben distinto dalla depressione che è invece un sintomo, un traboccamento che porta alla perdita di stima o , nei casi più gravi, della perdita di sè.
Il lutto originario è un processo maturativo universale, originario, in quanto comincia proprio all’inizio della vita, accompagna la crescita fino al termine dei nostri giorni. E’ originario in quanto fonda la psiche è un lavoro essenziale e continuo, che permette di riconoscere la differenza tra le persone e le generazioni. Il lutto costituisce uno dei due assi portanti della psiche, quello relativo alla scoperta e alla perdita dell’oggetto, condizioni necessarie per l’emergenza e la sopravvivenza dell’Io.
 L’angoscia, è l’altro asse portante della psiche che nasce in una psiche già abbastanza unificata e si riferisce al sorgere di un desiderio davanti ad un oggetto acquisito e mette in moto difese organizzate. L’angoscia si riferisce al piacere, è relativa alla differenza dei sessi, mentre il lutto è relativo alla differenza degli esseri. Se l’angoscia non riesce a preservare l’apparato psichico si arriva al trauma, l’eccesso di difese intrapsichiche determina la nevrosi.
Se il lutto fallisce completamente si arriva alla psicosi (viene negata la differenziazione tra se e l’oggetto), se deborda alla depressione (l’Io non riesce a contenere la perdita narcisistica ed oggettuale), il suo evitamento alla perversione (negazione delle differenze sessuali).
 “Per lutto originario intendo il processo psichico fondamentale per il quale l’io, fin dalla prima infanzia, prima ancora di emergere e fino alla morte, rinuncia al possesso totale dell’oggetto, compie il lutto di un’unione narcisistica assoluta e di una costanza dell’essere indefinita,e tramite questo lutto che fonda le sue origini, opera la scoperta dell’oggetto e del Sé e inventa l’interiorità. L’io stabilisce così le proprie origini riconoscendo di non essere il padrone assoluto delle proprie origini … il lutto originario costituisce la traccia ardua, viva e durevole di ciò che si accetta di perdere come prezzo di ogni scoperta.” Il lutto originario è la prima difficile prova dell’Io per scoprire l’oggetto.
Il lutto è un processo che presenta un periodo prevalente ma che non smette di approfondire e compiersi lungo le diverse età della vita. ” L’io si trova nel momento in cui si perde.. questo è un vero paradosso identitario. Il lutto originario, una volta avvenuto, lascia una “cicatrice originaria” Essa conferisce all’Io un’immunità relativa che gli darà una certa tolleranza ai lutti successivi. Ogni lutto è una crisi, ogni crisi è un lutto”.
“L’attraversamento del lutto originario permette di credere sia all’oggetto che a se stessi e di investire entrambi, ma permette anche al soggetto di avere sufficiente fiducia nel mondo e nella vita, nell’oggetto e in se stesso“, lascia un’eredità che è ” l’idea dell’io.
Il bambino alla nascita è immaturo e necessita della madre per la sua stessa sopravvivenza, tra madre e neonato si crea un’intensa relazione di reciproca seduzione che protegge il neonato dall’eccesso di stimolazioni interne (la madre prevede e risolve i bisogni del piccolo, Winnicott) che esterne (la madre è l’unico referente del piccolo).
Questa reciproca seduzione permette un accordo quasi perfetto che mira ad escludere o comunque ridurre al minimo, le tensioni derivanti dall’interno e l’eccesso di stimolazioni esterne che potrebbero disturbare la serenità narcisistica.
La chiusura narcisistica preserva l’unisono simbiotico che ispira a costituire un unico corpo, un unione che è certamente un’illusione, ma fondamentale e sana all’inizio della vita che si base sulla reciproca seduzione narcisistica, il lutto originario è il lavoro di rinuncia alla seduzione narcisistica, è un lutto dell’onnipotenza. Saranno le forze della crescita a spingere il bambino verso l’esterno e le pulsioni sessuali a spingere la donna verso il marito e la sua vita precedente.
Una volta affievolita, la seduzione narcisistica lascia un’eredità fondamentale che è “L’idea dell’Io” ossia la percezione del mondo come un luogo familiare.
Il concetto di lutto originario si pone nella tradizione psicoanalitica, il primo debito riconosciuto da Racamier è verso Freud , in particolare fa riferimento al saggio “Depressione e malinconia” del 1915. Freud definisce il lutto un lavoro della psiche attraverso il quale la persona in lutto distacca progressivamente la libido dall’oggetto perduto, per poter di nuovo investire nuovi oggetti d’amore. Freud evidenzia come il lutto sia reso massimamente difficile quando più intensa è l’ambivalenza verso l’oggetto perso e quanto più prevalga l’aspetto narcisistico, elementi sottolineati come fondamentali anche da Racamier. Altro punto comune è considerare la depressione il fallimento del processo di lutto.
Winnicott, Klain, Erikson
Un altro debito importante è verso Winnicott, in particolare all’osservazione della relazione tra la madre ed il bambino, la così detta “preoccupazione materna primaria” che corrisponde alla seduzione narcisistica. Winnicott distingue la madre – oggetto investita dalle pulsioni libidiche, dalla madre-ambiente investita dalle pulsioni dell’Io, in questa dualità Racamier ritrova il conflitto originario. Un altro punto in comune è l’importanza riconosciuta alla perdita delle illusioni, rispetto alla quale Racamier assimila il lutto originario. Racamier riconosce anche la centralità del concetto di oggetto transizionale come aiuto e supporto all’Io nella scoperta ed interiorizzazione dell’oggetto. Un altro aspetto ripreso da Winnicott è quello di “madre sufficientemente buona” che è alla base della formazione della fiducia di base.
Un altro autore fondamentale di confronto è la Klein con la posizione depressiva rispetto alla quale Racamier riconosce alcuni punti di contatto ma soprattutto di differenziazione
 Punti in comune:
     Mettere a fuoco la scoperta dell’oggetto
     Differenziazione tra mondo interno ed esterno
     Ripetizione della fase
  Punti di differenza:
La posizione depressiva viene a colmare una scissione originaria mentre il lutto originario istituisce la differenziazione nell’amalgama primitiva
La crescita ha un ruolo fondamentale nel lutto mentre non appare questo concetto nella teoria klainiana.
Un punto di incontro con la Klein è il concetto di invidia che prevale quando non viene fatto il lutto originario.
Un altro punto ripreso da Racamier, pur con delle importante differenze, è l’identificazione proiettiva nel meccanismo del trasporto del lutto
Tra gli altri autori, è citato anche Erikson che ha sottolineato l’importanza della fiducia di base associata all’identità anche se non è arrivato a parlare del lutto originario.
Quando l’Io non ha attraversato il lutto originario, si instaura una fondamentale sfiducia di base come avviene nei paranoici e nei depressi i quali sono rimasti attaccati all’oggetto originario inaffidabile. Anche il narcisista esasperato non ha fiducia né in sé né nell’oggetto, facendogli temere ogni perdita e lutto.
 La possibilità di affrontare lutti successi, crisi, cambiamenti, le bonacce della vita (diminuzione di investimenti libidici) è legata al superamento del lutto originario. Nessuno di noi sa in anticipo come affronterà la propria morte, del resto ogni tipo di cambiamento presagisce e prefigura la morte. L’invecchiamento ci prepara alla fine della nostra vita. Le persone del non-lutto non riescono assolutamente a pensare alla morte, la risposta delirante è l’illusione dell’immortalità.
Per le persone che non hanno attraversato il lutto originario, ciò che prevale è l’invidia che sbarra la strada alla creatività.
Racamier sviluppa il tema delle difese contro-depressive che impediscono il processo del lutto originario, al prevalere di una difesa, si sviluppa una particolare patologia psichica.
Il suo contributo più originale è evidenziare una psicologia interattiva per cui il lutto espulso può essere vissuto da un altro componente della famiglia. Se il lavoro psichico non viene compiuto da una psiche, questo viene trasportato su un’altra persona(topica interattiva)
Depressione  (straripamento del lutto)    
Nel suo lavoro con NACHT, sugli stati depressivi, Racamier distingue la depressione dalla depressibilità , concetto ripreso da Bergeret nello studio dei casi limiti in quanto organizzazione fondate su una soggiacente depressione anaclitica.
Ogni depressione è frutto di un lutto impossibile a farsi, un lutto catastrofizzato (Freud).
Ma per avere una depressione è comunque necessario un Io che sia in grado di tollerarla, quando non c’è un Io abbastanza strutturato per tollerare la depressione,il lutto o la depressione sono espulsi. Il lutto che alcuni si rifiutano di fare, ricade sulle spalle dei familiari. Queste persone non si deprimono ma trasmettono tutto intorno la loro pena e confusione. Molti pazienti non riescono ad arrivare alla fase di vivere un lutto.
“Ogni lutto è insieme narcisistico e oggettuale, quando si perde un amore si perde una parte di sé. Se la corrente narcisistica prevale, il massimo sarà il rischio che il lutto finisca abortito e che ne segua una depressione”. Del resto per avere una depressione necessità già la presenza di un Io. Più è massiccia la componente narcisistica, minore è l’elaboraboralità del lutto.
Spesso il lutto è intessuto di sensi di colpa di cui bisogna aiutare il paziente a liberarsene, molti pazienti tendono a fare resistenza a liberarsi dalla colpa, in quanto preferiscono sentirsi colpevoli piuttosto che incapaci. Sollevare il paziente dalla colpa lo aiuta ad entrare nel lutto.
Psicosi
Il fallimento totale del lutto originario determina la psicosi in quanto il paziente non raggiunge O PERDE la differenziazione tra sé e l’altro.
Lo psicotico è caratterizzato dall’assenza del “sentimento dell’Io”, il senso di sé. Questo senso è basato sulla continuità nel tempo ,nello spazio,nella specie.
Anche se le psicosi nascono da un conflitto, lavorano verso e contro la conflittualità, mentre nella nevrosi l’Io lavora nel conflitto. Nella psicosi i meccanismi difensivi tendono AD EVITARE IL CONFLITTO, A CANCELLARLO DALLA REALTA’, MENTRE NELLA NEVROSI IL CONFLITTO E’ ANCORA INTRAPSICHICO ANCHE SE I MECCANISMI DIFENSIVI TENDONO    A SCOLLEGARE I TERMINI DEL CONFLITTO viene mantenuta L’AMBIVALENZA che è alla base della salute psichcica.
Nella psicosi sono abolite le differenze tra soggetto e oggetto, è abolita l’ambivalenza attraverso l’annullamento della differenza tra le persone, appare allora l’angoscia di DIFFUSIONE , DI PERDERSI , sono cancellate la rappresentazione di se e dell’altro.
La perdita psicotica primordiale è quella del Sé, allora sopravviene il DELIRIO.
Vivere la schizofrenia consiste di fatto nel vivere al di fuori di sé.
Mania, il diniego
Il prevalere del diniego determina la mania.
Lutto fissato   
Si parla di lutto fissato quando avviene un avvenimento luttuoso ma non si innesca il processo di lutto.
Quando si verifica questo processo, il costo è il restringimento della vita psichica, un impoverimento dell’io che può arrivare ad una sorta di atonia vitale, di alextimia  con deficit di mentalizzazione ed il congelamento della vita fantasmatica. Questa depressione essenziale (senza sintomi apparenti) può portare “alla rottura psicosomatica”, con il sopravvenire di una malattia grave. Del resto un lutto fissato può essere anche la causa di una situazione di infertilità che viene risolta nel momento in cui il lutto riprende il suo corso.
Riconoscere un lutto fissato, rimetterlo in moto può ridare vita e motivazione ad un paziente che appare spento e cupo, è come”in uno stato di singhiozzo cronicamente soffocato”..una parola detta al momento giusto, può far sciogliere le lacrime, rimettere in moto il lutto, come un fiume in disgelo.
Lutto esperotato (topica interattiva) o tossicomania dellì’oggetto
Un aspetto molto importante del pensiero di Racamier, è l’elaborazione di una topica interattiva riferita al lutto, infatti se questo non viene fatto dal diretto interessato, il lutto viene trasportato su un altro componente della famiglia.
 Nel quadro di un movimento essenzialmente narcisista, la difesa antilutto ricorre a due difese essenziali: scissione e negazione. La persona che ha subito una perdita, non si sente in grado di tollerarla per paura di un breakdown che in realtà è già avvenuto nel passato rispetto l’oggetto primario (Winnicott).
L’Io del soggetto nega fortemente di essere in lutto, di essere triste e depresso e elimina i residui tramite la scissione. Questo corpo psichico reso irriconoscibile dal diniego e dalla scissione, viene evacuato.
Un lutto già sfigurato, una depressione non ancora figurata, si riuniscono in un’amalgama che Green ha ricostruito come ECO DELLA MADRE MORTA (MADRE INVASA DA UN LUTTO NON ELABORATO).
Il trasporto del lutto avviene tramite un comportamento interattivo e manipolatorio attraverso il dilemma ed il paradosso. Il ricevente del lutto espulso è il portabagagli il quale si trova inevitabilmente a fare i conti con il suo io squalificato e a subire una profonda intrusione (figlio di rimpiazzo).
Il lutto non elaborato può trovare sia la via del portabagagli o la via psicosomatica,in quanto in entrambi i casi si tratta di un’espulsione che avviene in un altro componente della famiglia o sul corpo. ( MeDougall: trasporto della psiche della madre nel corpo del bambino).
Il trasporto del lutto si distingue dall’identificazione proiettiva di cui è un processo simile ma non uguale. Il trasporto del lutto è un processo più complesso del trasporto di un affetto come avviene nell’identificazione proiettiva, questa è un processo immediato, diretto che opera in prossimità.
Il fantasma è il residuo di un lutto non fatto, i fantasmi non sono né morti né vivi
Suicidosi
Non si tratta di una malattia ma di una configurazione difensiva rigida e temibile, psicopatologica originale e coerente.
Il suo sintomo tipico è costituito dal tentativo e dalla minaccia ripetuta di suicidio.
Si distingue dalla melanconia dove il suicidio ha un valore narcisistico, mentre nella suicidosi costituisce un’arma, una manovra e per questo prevalgono i tentativi anche se pericolosi.
Si distingue dall’isteria, in quanto in questa c’è un’identificazione con il fantasma, mentre nella suicidosi la teatralità non è accompagnata dai fantasmi.
Nella suicidosi vengono evitati tutti gli affetti, anche quelli di tenerezza e non solo depressivi. Non sembra essere il paziente a soffrire ma piuttosto l’ambiente intorno che è sotto scacco della minaccia di suicidio. Paradossalmente i pazienti con suicidosi rischiano il suicidio proprio nel momento in cui iniziano ad uscire da questa condizione ed iniziano a soffrire la depressione.
I pazienti propongono un dilemma: dover morire per poter vivere la loro vita,ma se muiono, sono traditi.
“Ogni paziente con comportamento suicidosico è un soggetto che si rifiuto di fare il lavoro dell’Io consistente nell’elaborare il lutto degli amori e delle illusioni infantili. Ci si guarda bene dal costringerlo o dal buttarvelo dentro:potrebbe veramente perdere la vita”.
Quanto al cammino terapeutico, esso consiste, più che nell’abbandonarsi a controreazioni disordinate, nell’individuare i dilemmi e nello svelarli; nel rilanciare la circolazione fantasmatica e infine nello scoprire i vissuti latenti di dolore e di lutto.
Il lutto originario e l’Antedipo
Il lutto originario è quindi il processo tramite il quale la persona spinta dalla forze della crescita, si allontana dalla seduzione narcisistica e si volge verso l’individuazione , questo ha il costo della perdita dell’onnipotenza e del paradiso simbiotico. Una perdita indispensabile per instaurare la differenza tra sé e l’oggetto, tra ieri e domani. Il lutto originario costituisce una soglia che impedirà alla persona i tornare alla non-differenziazione.
Il lutto originario  come fondamenta delle origini e  la scoperta dell’oggetto e del sé.
L’uscita dal lutto originario, un lutto dell’onnipotenza, conduce progressivamente all’investimento di nuovi oggetti poiché fonda la fiducia di base in sé, nell’oggetto e nel mondo. “La capacità d’amore oggettuale, la capacità di gioire del piacere e la capacità di sopportare il sentimento di lutto, costituiscono tutt’insieme le condizioni di qualunque sanità psichica”
Il lutto originario è l’organizzatore interno dell’Antedipo, il suo limite essenziale.
L’Antedipo è il conflitto delle origini, è il conflitto tra le forze che mirano all’unisono narcisistico con la madre primaria con quelle che mirano alla separazione e poi all’autonomia.
La natura del conflitto è tra le forze di crescita e quelle narcisistiche.
 Mentre l’Edipo comprende tre personaggi, padre, madre, bambino, Antedipo ne coinvolge due, il bambino e la madre. Se la madre è poco presente l’Antedipo non si può sviluppare, se troppo presente non si può scogliere.
Il tabù della castrazione determina la rinuncia all’incesto, nell’Antedipo è il tabù della indifferenziazione degli esseri che porta al lutto originario.
La risoluzione dell’Edipo ha come posta l’identità sessuale, nell’Antedipo è l’identità personale. Nell’Edipo il modo essenziale d’organizzazione sono i fantasmi quali il possesso del genitore del sesso opposto, il bambino concepito con la madre e regalato al padre, la scena primaria, la castrazione. Il fantasma si colloca nel registro del mito, dell’immaginario, dell’inconscio e del rimosso .
Nell’Antedipo il fantasma non è raggiunto ma ne prende il posto il fantasma-non-fantasma che si configura in modo omogeneo e ripetitivo, legato all’agito, vicino al vissuto corporeo, poco rappresentabile e tendenzialmente statico, molto più concreto e meno rappresentabile del fantasma edipico.
La fissazione all’Antedipo, nei casi più gravi, comporta l’impossibilità di raggiungere l’Edipo o di toccarlo appena, per aspetti frammentati e non integrati. Il fantasma-non-fantasma centrale nell’Antedipo è quello dell’autogenerazione, ossia illusione d’essere l’unico artefice della propria esistenza, fino alla completa negazione delle origini.
Lo sviluppo più grave dell’Antedipo furioso, è la psicosi. L’Antedipo temperato è invece, la base per la costruzione dell’Edipo e il raggiungimento dell’ambivalenza, indispensabile per la sanità mentale. L’erede dell’Antedipo è la stessa idea dell’Io, base del senso del limite e della sicurezza. “Sono un uomo tra gli altri, ma davvero ne sono uno”.
La seduzione narcisistica è “temperata” quando il bambino e la madre rinunciano all’unisono fondato sulle forze della seduzione narcisistica. L’Antedipo riuscito costituisce il precursore obbligato dell’Edipo di cui non è né “ante” né “anti”, ma piuttosto il complemento.
L’Antedipo è “furioso”, quando manca la rinuncia alla reciproca seduzione narcisistica, che trascina verso il fantasma-non-fantasma dell’onnipotenza e dell’autogenerazione che sbarra la strada all’Edipo. La mancanza della risoluzione dell’Antedipo presuppone l’onnipotente sovrapposizione tra madre e figlio che risultano un tutt’uno narcisistico senza confini e limiti.
Al contrario, se la madre non investe narcisisticamente il figlio, non può svilupparsi l’Antedipo determinando così stati quali la depressione anaclitica.
Partendo dalla cura di giovani pazienti psicotici e delle loro famiglie, Racamier ha osservato come l’incesto, il mero atto fisico, impedisca l’accesso all’Edipo fantasmato che può prendere forma solo poggiandosi su una fase complementare, L’Antedipo.
L’incestuale è un neologismo che descrive una specifica condizione della vita psichica e relazionale dove l’incesto, non agito, aleggia nell’atmosfera emotiva di un paziente, di una famiglia o di un gruppo di lavoro. La vita psichica individuale e familiare, porta l’impronta dell’incesto non fantasmato.”L’incestuale è un clima in cui soffia il vento dell’incesto senza che vi sia incesto. Ovunque arrivino le sue raffiche, si crea il deserto, s’istilla il sospetto, il silenzio ed il segreto” .
Esempi clinici: le sorelle inseparabili.
Alba, una donna di cinquanta anni, chiede una psicoterapia per un persistere  stato di tristezza, malinconia profonda dopo la morte della sorella maggiore,Sara, avvenuta circa due anni prima.
Nate in un paesino abruzzese, le due sorelle provengono da una modesta famiglia di cinque figli. L’infanzia è  caratterizzata da solitudine e difficoltà economiche, presto i fratelli iziano a lavorare. Il padre è descritto come una persona lontana, assente.
La madre è presente ma  il dialogo è difficile, in famiglia  non si parla dei propri sentimenti o di sé, il clima è quello di chiusura e di diffidenza verso il mondo esterno.
Alba  frequenta la scuola fino alla terza media, ciò nonostante è curiosa, le piace leggere e questo le permette di progredire culturalmente. E’ un’artigiana rifinita, apprezzata nel suo lavoro.
A partire dall’adolescenza, Alba e la sorella vivono insieme a Roma, per molti anni condividono un  appartamento fino a quando  comprano una casa in comune che è  abitata dalla sola Alba, mentre Sara rimane nel vecchio appartamento .
La vita delle due donne, è semplice e abitudinaria, Sara, lavora come contabile, Alba svolge il suo lavoro in casa, i fine settimana sono segnati da qualche uscita con poche amiche.
Negli anni si alternano alcune relazione sentimentali per entrambe le sorelle, ma nulla di significativo per Alba. Sara ha invece una storia importante e duratura, con un uomo che frequenta anche un’altra donna. Alba critica molto la sorella di questa scelta amorosa, le rimprovera di accontentarsi di un rapporto poco gratificante.
E’ difficile e problematica la convivenza tra le due sorelle, Alba è molto rancorosa ed aggressiva verso Sara, non sa spiegarne il motivo, ma sente in modo confuso, che la sorella le porta via troppe energie e spazio ma allo stesso tempo né è molto gelosa. Non riesce a vivere né con lei né senza di lei.
Sara è invece descritta come una persona apparentemente serena, che non contraccambiava la grande rabbia di Alba.
Sara improvvisamente muore per un infarto, la trova Alba, caduta a terra, vicino al letto. Sono momenti drammatici e terribili.
Quando la incontro per una psicoterapia, dopo circa due anni dalla morte di Sara, è come se l’evento fosse avvenuto in quel momento stesso. Alba piange molto, si dispera, si sente profondamente in colpa per essere stata “cattiva” con la sorella che invece era sempre disponibile verso di lei.
Stabiliamo una psicoterapia ad una seduta a settimana. Alba viene regolarmente.
Progressivamente affronta i suoi sentimenti verso la sorella, ripercorre la loro storia, la sua rabbia apparentemente immotivata. Descrive la presenza palpabile della sorella in casa, di come senta persecutorio questo fantasma. Il lutto,così a lungo fissato, sembra finalmente sciogliersi. La paziente riprende ad interessarsi della vita sociale, frequentare alcuni amici, inizia a fare dei piccoli viaggi, vacanze e riprende la sua frequentazione sporadica con due uomini.
Il ricordo di Sara, da fantasma che tira le coperte, diventa un ricordo meno persecutorio e pericoloso, sembra avviarsi il processo di elaborazione di un lutto carico di elementi narcisistici e di colpa.
Le due sorelle, sembrano essere due parti di un unico organismo, dove Sara è la parte bianca e Alba quella nera ed infantile.
Dopo la morte della sorella, Alba riacquista autonomie e libertà di movimento che si era preclusa con la sorella in vita. Il processo terapeutico sembra procedere bene fino al natale, periodo in cui la madre ottantenne si trasferisce dal paese a casa della figlia, restandoci fino alla primavera quando ritorna al paese d’origine.
Questi mesi di isolamento e stretta vita a due,sono molto difficili per Alba che si preoccupa moltissimo per la salute della madre ma allo stesso tempo si sente profondamente perseguitata dalla sua presenza. Non sopporta di vederla triste, rimprovera gli altri fratelli di non curarsi della madre di lasciarla sola ma nello stesso tempo non cerca aiuto.
E’ veramente una situazione soffocante e difficile dove si riaccendono i fantasmi del passato ed in particolare quello di Sara che sembra risorgere come una figura persecutoria, un  fantasma-non-fantasma, tra madre e figlia. Un fantasma che non viene nominato ma che aleggia nella casa impedendo ad Alba di respirare. Questa, nonostante che la madre sia autonoma, restringe le sue attività sociali e le nuove relazioni, per richiudersi nel lutto per la sorella. Si sente troppo cattiva ed indegna se si allontana dal ricordo della sorella, se osa concedersi di completare il processo di lutto, potrebbe diventare come i fratelli che non nominano Sara, che sono insensibili mentre lei e la madre con gli occhi sempre pieni di lacrime, sono le uniche persone degne della famiglia, che non hanno dimenticato.
Purtroppo, su questo punto, Alba decide di interrompere la terapia dopo circa un anno e mezzo,  dicendo “Sono passati tre anni (dalla morte della sorella) e non è successo niente..”
Ma cosa poteva accadere? Alba tenacemante voleva che accadesse nulla, ha respinto la possibilità di elaborare il suo lutto per tenerselo e cullarlo come quel neonato che non ha mai partorito, lei stessa è diventata Sara, il fantasma-non-fantasma della sorella. Due sorelle, un unico corpo. La paziente non è riuscita, di fronte alla madre, a rinunciare al possesso narcisistico della sorella morta. Avrebbe dovuto ammettere di essere viva e separata da Sara.
Un altro esempio clincio, Adamo
Adamo ha 23 anni, è un ragazzo brillante, si diploma bene, sceglie di iscriversi a matematica. Inizia  l’università, ma presto ha un blocco negli esami.
Sente che qualcosa non va in lui, questo qualcosa si riferisce alla sua identità si sente confuso, non è sicuro di vivere la realtà, immagina di  trovarsi in una pseudo realtà che lui solo conosce, la descrive come il film Matrix.
Apparentemente la sua vita sociale è adeguata, frequenta l’università, ha un gruppo di amici storici fra cui fanno parte anche alcune ragazze, ma lui si sente profondamente diverso da tutti gli altri, vive in un suo mondo caratterizzato da regole rigidissime che si impone in una sorte di metodo per aiutarsi a tollerare l’ansia di perdersi.
Adamo non riesce a far rispettare ai suoi genitori la porta chiusa della sua camera o del bagno. Lui stesso si sente così, senza spazio delineato, senza identità, ha ventitre anni ma è affettivamente e sessualmente un bambino. La sessualità è per lui autoerotismo impregnato di fantasie transessuali. Non si sente uomo, ma neanche donna o omosessuale o transessuale, è fondamentalmente rimasto il bambino perverso polimorfo descritto da Freud.
Non esistendo per Adamo uno spazio privato, uno spazio potenziale del sé, non c’è per lui neanche la possibilità di esistere se non come “una pallina da ping-pong” che prende vita, energia, direzione, solo nello scontrarsi con gli altri.
Se non c’è questo rimbalzo, Adamo sente ansia, inquietudine, ma non sa cosa fare di se stesso, non sa dove andare o dirigere la sua energia che si trasforma in confusione che cerca di dominare con il “metodo”, ossia una lunga e complicata serie di rituali che lo aiutano a ordinare alle sue giornate senza direzione e scopo.
 Secondo  Racamier è fondamentale l’esistenza di uno spazio privato per la stessa sanità dell’Io: “Garanti della nostra intimità, testimoni dei nostri limiti, sono della stessa sostanza dell’Io. Poiché non c’è Io che tenga senza che tenga i suoi segreti…il diritto al segreto è una condizione per pensare”.
L’assenza di aree private, nel caso del paziente Adamo, è un esempio di un Io sofferente per mancanza del diritto al segreto. Adamo è profondamente parte della coppia dei genitori, non si è mai veramente differenziato. La soglia dell’Antedipico è molto fragile così come l’Edipo che egli ha appena toccato.
La sua è una situazione di una imperfetta elaborazione del lutto primario, non può ancora tollerare la differenza di sesso tra i maschi e le femmine, egli si sente come “una lesbica che cerca di avvicinarsi alle ragazze”. Il sesso, fare sesso, non è il vero problema di Adamo ma piuttosto la conseguenza della sua identità così poco definita.
Se lui si crogiola nell’illusione di essere completo, ossia di avere il seno e anche il pene, non ha bisogno di avvicinarsi a nessun altro, è completo nella sua fantasia transessuale, immagine con cui si identifica e che sceglie per masturbarsi.
Egli soffre della sua condizione, si è reso conto che la fantasia satura la sua possibilità di avvicinare una ragazza, si accorge di non essere sempre “maschio” ma è sicuro di non essere omosessuale.
Il conflitto è diventato forte tra il suo corpo reale che reclama la sessualità, e la fantasia onnipotente che lo tiene protetto ma anche prigioniero di sé stesso.
Antinori Maria Grazia, Roma
P.zza Armenia, 9
cell 334 338 58 35
 Bibliografia
Freud, Lutto e Malinconia. Bollati boringhieri,1915
Racamier Gli schizzofrenici.Raffaello editore,1983
Racamier , Il genio delle origini. Raffaello Cortina Editore,1993
Racamier Incesto ed incestuale. Franco Angeli, 1995
Trevi, il dialogo sull’arte del dialogo, 2008.

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