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La stanza d’analisi

Antinori Maria Grazia  –  antinorimariagrazia@virgilio.it

La stanza d’analisi è pensata in ogni particolare, un luogo accogliente con spazi delineati, il lettino per il paziente, la poltrona per l’analista. Oggetti, libri, quadri, sono scelti per creare un ambiente accogliente che faccia sentire a proprio agio,  avendo però cura di non saturare lo spazio con l’eccessiva presenza delle tracce dei gusti, della vita e delle preferenze del terapeuta.

Gli incontri avvengono in orari e giorni prefissati, fino a divenla stanza d'analisitare un riferimento certo e costante, alcuni pazienti fantasticano il terapeuta come un’unica entità con la sua stanza, luogo che da fisico acquisce valenze simboliche importanti, quasi una  sorta di rappresentazione del corpo e della persona del terapeuta. Nell’analisi, è centrale la certezza dell’incontro, il ritrovarsi con un ritmo costante.

Il saluto all’ingresso. Il breve percorso del corridoio. Il chiu dersi della porta. Il poggiare gli oggetti personali. Il distendersi sul lettino. Il silenzio iniziale. Una semplice ritualità che prepara l’entrata ad un’area relazionale ed emotiva del tutto unica che trascende la fisicità e la temporalità condivisa socialmente.

Al paziente è chiesto di attenersi alla regola analitica fondamentale, l’associazione libera, ossia parlare liberamente, senza censure volontarie, lasciandosi andare al  libero il flusso dei pensieri, secondo i movimenti interni.

Per l’analista Freud ha descritto uno stato mentale parallelo a quello del paziente, ossia “l’attenzione fluttuante” , una condizione rilassata, fiduciosa ed aperta, per poter accedere ad uno spazio psichico “altro” che sospende il conosciuto, il consueto, l’atteso per facilitare la scoperta di ciò che  è ignoto, l’inconscio.

Bion descrive lo stato psichico ideale dell’analista con una sottrazione: “senza memoria e senza desiderio”, questa condizione di doppia assenza non impedisce ovviamente il riconoscere il paziente, la sua storia clinica, i suoi modi espressivi, i suoi sogni, i contenuti dell’ultima seduta, come del resto l’analista conserva le conoscenze, l’esperienza, il training di formazione. Ma tutto quello che il terapeuta sa e conosce, sia della psicoanalisi che della storia del paziente, dovrebbe essere lasciato sullo sfondo, o meglio restare un humus fertile su cui poggiare la professione della   cura della parola.

L’eccesso di memoria può saturare la possibilità clinica di incontrare l’autentico paziente d’oggi, e non quello del giorno o della settimana precedente.

Il desiderio del terapeuta di guarire è insidioso quanto l’eccesso di memoria, entrambi gli elementi rischiano di saturare il campo, fino alla cecità e alla sordità verso il desidero del paziente.

Si inizia un’analisi per un dolore forte che fa sentire un senso profondo di sperdimento nella selva nera oscura carica d’ombre inquietanti e d’incubi neri. Si cerca la psicoterapia, quando si è persi, o quando ci si sente, come dice una giovane paziente, “un palloncino che nessuno tiene per il filo”.

Lo stato di smarrimento è prezioso quanto doloroso, è vissuto nella quotidianità, nel luogo più familiare che improvvisamente, magari dopo un trauma o un lutto, diventa perturbante ossia si trasforma in terra straniera che fa sentire stranieri in quella che è casa, origine, lingua. E’ proprio in questo luogo sconosciuto, per quanto prima familiare, che l’analista dovrebbe incontrare il paziente ed il suo desiderio di ritrovarsi.

Non c’è ritrovamento senza smarrimento. Per ritrovarsi, come scrive Racamier, bisogna prima perdersi.

L’analista non dovrebbe essere colui che “sa come si vive”, quello che conosce il meglio per il paziente, come potrebbe atteggiarsi un genitore amoroso ma normativo, centrato sulle sue esperienze e poco attento alle necessità e personalità del figlio.

L’analista dovrebbe mantenere un’area di “non-conoscenza”, nessuno di noi sa il meglio per l’altro, il dono più prezioso è restituire al paziente la sua umanità, il suo desiderio, la sua speciale identità: “solo un uomo, ma un uomo tra gli uomini” (Racamier).

Non secondo il desidero del terapeuta, ma secondo il desiderio del paziente.

Non per normalizzare o adeguare a ciò che ci aspettiamo, ma per scoprire.

Non per mostrare o dimostrare, ma per osservare ed accogliere.

Non per giudizio ma per compassione, ossia condivisione della passione e quindi dello stesso dolore.

Iniziare un’analisi è un viaggio di conoscenza e di scoperta, e può  diventa perturbante quello che prima appariva familiare. Nell’idea del viaggio è implicita la scoperta, l’avvicinare il nuovo, anche se ormai è molto comune il modello del viaggio organizzato che tutto è, meno che scoperta del nuovo ma piuttosto rassomiglia ad un giro sulle giostre, dove ogni aspetto ed emozione sono programmati e previsti. Il viaggio offerto e stabilito in tutti i particolare, può dare l’illusione che in uno spazio temporale minimo, si possa visitare e conoscere realtà e luoghi lontani, come ad esempio la Cina, un territorio vastissimo, che per alcuni  è visitabile in dieci giorni!. In realtà si rischia di essere solo sommersi da sensazioni che scorrono veloci ed inafferrabili, il viaggiatore diventa così un modesto turista. Forse potrà raccontare di essere stato in Cina o in Oriente, luoghi dove i sensi occidentali  sono saturati di stimoli che danno l’illusione, ma solo l’illusione, del diverso e dell’avventura vista in un megaschermo, piuttosto che vissuta in prima persona.

La stanza d’analisi è un posto qualsiasi in un strada di una qualsiasi città, rimane costante ed uguale a se stessa per un periodo di tempo anche lungo, la sua stessa staticità, le regole del setting, garantiscono la possibilità del viaggio e della scoperta del nuovo e quindi dell’inafferabile e dell’imprevedibile.

Agli stimoli, al cicaleggio, alle informazioni, alla tecnologia, alla velocità, si contrappongono il silenzio, l’attesa, il tempo, la pazienza, il non definito, attraverso il gioco del transfert e dl controtransfert, si vivono in prima persona nuove esperienze ,come un autentico viaggiatore che non conosce la ripetizione e normalizzazione dell’ignaro turista.

Trevi e Foppiani, definiscono lo speciale spazio analitico con una parola fiamminga LOSFELD che significa luogo senza confini, bosco, mare, area non definibile con i punti cardinali. E’ proprio in un luogo-non-luogo che può dare la possibilità di nuovo inizio.

Come scrive Winnicott, è fondamentale che l’analista resti vivo, sembra un paradosso, una frase ad effetto, ma forse è proprio il cuore dell’analisi. Il terapeuta deve rimanere vigile, presente, vivo alle pressioni e alle proiezioni del paziente, vivo al suo odio o al suo amore, vivo alla noia e alla ripetizione, vivo alla non-speranza, vivo nel buio della depressione.

Per descrivere con un’immagine l’incontro analitico mi potrebbe usare la metafora di una persona seduta sulla spiaggia, in riva al mare che raccoglie un pugno di sabbia e la lascia scivolare tra le dita, raccogliendo tutto quello che trova.

Antinori Maria Grazia

psicologa, psicoterapeuta.

antinorimariagrazia@virgilio.it

www.arpit.it

cell 334 338 58 35

 BIBLIOGRAFIA

Borla E.,Fappiani. Losfeld. Moretti&Vitali, 2005.

Bion W.. Attenzione ed interpretazione.  Armando Armando

editore,Roma,1973.

Freud (1911).Tecnica della psicoanalisi, Vol 6

Freud (1913). Inizio del trattamento, Vol 7

Freud (1914)) Ricordare,ripetere e rielaborare,Vol 11

Racamier P.C. Il genio delle origini. Raffaello Cortina editore,1993

RacamierP.C. Incesto ed incestuale. Franco Angeli Editore,1995.

Winnicott (1971). Gioco e realtà. Armando Armando editore, Roma,1973

 

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