Arpit

Sede Via Ardea, 27 – Roma
(+39) 06 7009 774
(+39) 335 56 54 167

Sede P.zza Armenia, 9 – Roma
(+39) 06 6476 4116
(+39) 334 338 58 35

Mail: arpit.psicologia@gmail.com

L’uomo che non c’era. Considerazioni psicoanalitiche.

Rossellina Oddo        

Ho scelto  il fil L’uomo che non c’era, stimolata dai molteplici aspetti che  propone  la sua lettura: in esso, infatti, sono presenti elementi tipici del film noir americano anni ’50,  unitamenti a questi, si intravedono, tuttavia,  risvolti inerenti al tempo che viviamo.  Se osserviamo la sua forma percepiamo  il contributo dato dalla psicoanalisi a questo genere filmico,  ciò si intravede nel carattere irrazionale del crimine e  nell’ambivalenza dei sentimenti che caratterizza il personaggio iil quale palesa un malessere esistenziale e sociale.  Elementi che sottostanno  al film sono:la realizzazione individuale, il successo in società, la relazione interpersonale con le conseguenti patologie.

Il film è ambientato negli anni ’50 del secolo scorso.  Ed, il personaggio, narra la sua vita in un modo che sembra essere sempre in bilico tra sogno e realtà: fa il barbiere nel negozio del  fratello della moglie e questo essere solo un barbiere sarà il leitmotiv che lo accompagnerà fino alla fine.

Egli  appare mesto, non sorride, non manifesta alcuna emozione, non dialoga. Ha una moglie seducente che lavora in un supermercato che lo tradisce con il direttore dell’emporio.

Un giorno nel negozio entra un cliente che gli parla della diffusione delle lavanderie chimiche, ma servono 10000 dollari. Ed, stanco di fare il berbiere, ricatta  l’amante della moglie chiedendogli i soldi in anonimato. Inizia così una spirale distruttiva  che lui scambia per un risarcimento esistenziale.

Il personaggio così descritto è la manifestazione di un malessere che ci  porta a domandarci quale sia  la quota   sociale  e quale  il suo contributo  in ciò che  accade nella sua vita.

Se guardiamo al passato vediamo che la patologia di fine  ‘800 e primi ‘900 del secolo scorso era il risultato del conflitto tra i bisogni dell’Es e i divieti del Super-io identificato nelle regole imposte dalla società. Già Freud ne:  “Il disagio della civiltà “, anticipa :” dell’incapacità dell’individuo di rispondere in modo adeguato alle richieste della società “. Oggi la sofferenza dell’individuo risiede nella contrapposizione tra ciò che egli è capace o incapace di fare.

Alla diade  “permesso – vietato “,  si sostituisce “possibile – impossibile”.

I fenomeni patologici perciò si spostano su strati depressivi più o meno gravi che riguardano più specificatamente  il campo  esistenziale dell’  “Essere se stesso”. Area , questa piena di insidie in quanto lo scenario sociale esige dall’individuo spirito di iniziativa e assunzione di responsabilità, elementi questi che possono far  provare un senso di inadeguatezza,un sentimento di scacco e di fallimento.

Infatti se niente è davvero proibito, niente è davvero possibile.E’ evidente che nell’analisi del fenomeno,  non bisogna trascurare  l’apporto dato dall’individuo tramite il suo bagaglio psicobiologico.

Ricordiamo che ogni fenomeno psichico si riflette in una emozione o in un sentimento, o in una immagine di sé e che i  disturbi depressivi nascondono una  “distimia” base e  premessa  di un mancato dialogo intrapersonale (con se stessi).

2

Se ci focalizziamo su Ed  la sua passività è ben illustrata nella scena del bagno:

la moglie fa il bagno e intanto legge, lui entra, lei senza guardarlo gli dice di depilarle le gambe, lui esegue, lei continua a leggere,  gli dice “ ti amo”. Tra loro non solo non c’è dialogo  affettivo, ma neppure incrocio di sguardi. E’ un individuo sempre dis-tratto quando sta con gli altri, a tavola, al ballo, al lavoro.  E’ dis-tolto dal contesto sociale, ma tuttavia non appare dedito a una riflessione interiore o su un progetto esistenziale.

Il suo essere distratto ci fa pensare che  egli è intento in quei pensieri che Freud chiama “sogni ad occhi aperti”sconnessi da sè, liberamente vaganti, che  fanno  si, che  egli aderisca automaticamente a una proposta di uno sconosciuto. “ Pensavo che poteva essere la svolta della mia vita”. Nell’altalena della sua esistenza tra sogno e realtà,  volge ora  il suo interesse verso Birdy, la figlia del suo amico Walter; l’ascolta suonare il piano e comincia a frequentare la  casa del suo amico anche quando lui non c’è: “Andavo  tutte le sere, anche quando Walter non c’era, faceva ricerche di genealogia era arrivato alla settima generazione sua e all’ottava della moglie, sembrava un hobby senza senso, forse Walter cercava qualcosa d’altro. Qualcosa di simile a quello  che trovo io sentendo suonare Birdy , una via d’uscita, una specie di pace.”  Ed ci sta comunicando il malessere del suo vivere. Ma Birdy non ha doti artistiche, vuole fare la veterinaria, non ha mai pensato se stessa come una concertista e glielo dice . Ed si ritrova di nuovo solo “ Ero un fantasma, non vedevo nessuno e nessuno vedeva me : ero un barbiere”.

Questi episodi  ci fanno  pensare che egli sia dis-tratto prima di tutto da sé, dal suo essere se stesso e quindi dalla vita reale. E se nell’episodio che riguarda Birdy appare una spinta emotiva, altre volte la sua narrazione si fa asettica ed estranea, svuotata di contenuto emotivo.   Estraneità che emerge anche nello sguardo, nell’incedere, nelle mani nella parola: elementi, questi carichi di fisicità corporea descrittivi della personalità, ma anche del modo in cui si incontra  “l’altro” perchè ogni incontro è un riconoscimento di sé che avviene tramite il corpo che ci tiene ancorati alla vita reale.

In questi contesti Ed ci appare scivoloso, elusivo, indefinibile, silenzioso: sono queste le sue caratteristiche precipue, quasi a rivelarci la paura di essere trascinato verso una temuta conoscenza di sé.  Anche il contatto fisico è evitato ( con la moglie non aveva più rapporti da anni), Quando non è terrorizzato da una possibile eventualità: lui guida, la ragazza gli propone un rapporto sessuale, egli reagisce in modo tanto forte da provocare un incidente”.

L’unico contatto fisico che ha è per difendersi quando uccide l’amante della moglie

Come in apertura detto, e confermato dall’avvocato nella sua arringa,  Ed è un uomo del nostro tempo  che soffre delle richieste della società in cui vive  i cui valori sono la competizione e il successo personale ( ricordiamo a questo proposito le parole di Victor hugo: Il successo è una cosa orrida per la sua falsa somiglianza col merito, inganna gli uomini e la storia) ed è  proprio in questi

3

valori che si situa il malessere dell’individuo che si sente inadeguato a quella società . Società che , come è  avvenuto  nei tempi passati,  determina  la malattia  e  ad essa   attribuisce  anche  un senso;  l’Io, infatti,  ha una natura sociale e la sua forma si struttura nelle relazioni col mondo esterno.  Tuttavia    regole e  valori e la conseguente  patologia, non    sono  determinati  da un soggetto concreto,  ma   essendo istanze sociali, politiche e culturali,  richiedono all’individuo un’adesione implicita al loro riconoscimento,   deviando l’individuo verso una identificazione posticcia adeguata a quei valori. Abbiamo così un deragliamento:  dalla nevrosi verso la depressione, in quanto la prima era effetto  della frustrazione dovuta alle richieste della società, mentre la seconda viaggia sul canale dell’ angoscia provocata dalla diade  “possibile- impossibile. Ora Ed ci appare diverso, il suo malessere depressivo ci spinge a considerarlo come una richiesta di libertà: libertà di “ essere se stesso”. La sua malinconia  ci rammenta una frase Michelangelo: “ La malinconia è la mia gioia”, quasi a dire piacere e dolore di essere sé stessi. Il suo ruolo si capovolge, da sconfitto si tramuta in accusatore della società di quella che fa schiava la mente dell’individuo tramite l’adesione e  l’ omologazione ai  valori dominanti Uno squarcio di ciò lo troviamo quando , stando all’interno della macchina osserva la gente : “Eccoli lì tutti occupati con la loro vita, come se io conoscessi un segreto, qualcosa che nessuno  di loro sa, come se io fossi uscito all’aperto, mentre loro si dibattevano nelle buie profondità.” Allora questo suo malessere ci comunica qualcosa del mondo esterno e il suo essere taciturno e i suoi silenzi allora diventano carichi di parole. Sono parole che contraddicono i nostri abituali punti di riferimento e ci invitano a sviare facili giudizi.   Nelle ultime sequenze del film vediamo  Ed  che esce dalla sua cella : “ Era come osservare un labirinto da lontano, mentre ci sei dentro procedi senza pensare, svolti dove credi di poter svoltare, sbatti il muso in fondo ai vicoli ciechi e vai avanti così. Ma appena te  ne allontani  tutte  quelle curve e quelle svolte compongono il disegno della tua vita; è difficile da spiegare, ma a vederlo nel suo insieme ti procura una sorta di pace . Ed chiude il suo racconto  e la sua vita con queste ultime  parole: “Non so cosa troverò oltre il cielo e la terra, forse le cose che non capisco lì saranno più chiare, come quando la nebbia si dipana; forse Doris starà lì e potrò dirle tutte quelle cose che qui non hanno parole.”   Dott.ssa Rossellina Oddo Psicologa, psicoterapeuta mail rosa.oddo@gmail.com cell 348 517 23 11  

Trackback dal tuo sito.

admin

This information box about the author only appears if the author has biographical information. Otherwise there is not author box shown. Follow YOOtheme on Twitter or read the blog.

Lascia un commento

Devi essere loggato per postare un commento.