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Un viaggio analitico raccontato dal vertice della paziente. Una paziente racconta la sua analisi.

Nel riportare la storia clinica di una persona, è difficile rendere il clima emotivo di una particolare analisi. Il vertice di osservazione è quasi sempre solo quello dell’analista, più raramente si riporta la voce del paziente, co-protagonista e voce narrante, della scena analitica.
In questo  racconto si cerca di evocare alcuni aspetti di una psicoterapia ad indirizzo psicodinamico, osservati anche dal vertice emotivo e transferale di una paziente di nome Arianna, una donna di trentadue anni, insegnante di liceo, sposata e madre di due bambini di sei e tre anni.
Arianna ha chiesto una psicoterapia  un anno dopo la nascita del secondo figlio, la cui gravidanza  si è conclusa con un difficile parto prematuro che ha reso necessario  l’incubatrice per il neonato.
Nei primi mesi di vita, il piccolo  presenta uno sviluppo motorio rallentato  determinando il sospetto di un danno neurologico che  si rivela nel tempo, infondato ma che fa vivere ai genitori un periodo di grande apprensione ed ansia, soprattutto per Arianna la cui infanzia  è stata segnata  dalla malattia  cronica della propria madre sofferente per un diabete che, nel tempo, ha determinato  una grave invalidità.
La nascita difficile del secondo figlio, il suo iniziale ritardo nello sviluppo, riattivano  potentemente i fantasmi di malattia, di danneggiamento, di perdita, che tanto avevano segnato l’infanzia  di Arianna.  I sintomi che spingono la paziente in terapia, sono gli attacchi di panico associati alla costante paura, quasi  terrore, di essere lei stessa malata come la madre ed al senso generalizzato di inadeguatezza, la sensazione di “non farcela” a prendersi cura dei figli, soprattutto del nuovo nato.
 Il viaggio di Arianna
Arianna ha iniziato ormai da tempo il suo viaggio analitico. E’ partita restando nella sua città, cambiando semplicemente quartiere. Conosce a memoria i negozi in prossimità della sua meta, il fornaio all’angolo, la piccola bottega d’orefice e, finalmente, il portone che si apre su un cortile tra le palazzine. Sale a piedi le scale, anche questo  fa parte del rituale: raccogliere i pensieri, sentire battere il cuore, fermarsi un attimo sul pianerottolo e poi suonare ed aspettare.
Dall’appartamento, a volte, si sentono delle voci prima  che si affacci la dott.ssa A , con cui Arianna condivide il viaggio che  inizia nell’attraversare un buio corridoio che  si apre su una  grande stanza. Il rituale si ripete costante, Arianna  ha rinunciato a comunicarlo ad altri, ormai il viaggio è  esclusivamente di loro due, lei e la dott.ssa A.
Difficile spiegare il gusto di stare in riva al mare e setacciare la sabbia per raccogliere tutto quello che si trova, lasciando scorrere i granelli caldi tra le dita. Alle volte Arianna si sente così, alla scoperta di qualcosa che non si vede ma che  avverte  più materiale  e vera delle cose che si toccano, questa ricerca ha permesso di incontrare personaggi  diversi, nuovi paesaggi e scenari. La prima scoperta, il primo incontro importante è stato con l’Indiana, una bambina straniera  nascosta da sempre  nel corpo dell’ Arianna-adulta che la ignora se non per un senso di malessere e di ansia che spesso la pervade senza un’apparente ragione e che la porta ad isolarsi e a chiudersi in se stessa.
L’Indiana  è l’eco più nascosto dell’Arianna bambina piccola, la parte senza parole che l’Arianna-adulta cerca di dimenticare e disconoscere e che corrisponde alla figura di una ragazzina sgraziata, bruttina, sempre affamata e bisognosa. L’Indiana si prostrerebbe di fronte a chiunque per un chicco di riso che sente di non  meritare, anche se lo desidera con tutta la forza del suo bisogno. E’ una bambina abbandonata a se stessa, lasciata in balia ad una realtà troppo grande e complessa per lei.
Non e’ simpatica, conosce poche parole nel suo dialetto e neanche cerca di imparare la lingua degli altri che osserva dal basso all’alto con diffidenza, senza sorridere, non si lascia amare.
E’ troppo arrabbiata, eppure spera ancora che qualcuno possa avvicinarla. Le sue reazioni sono istintive e spesso,  apparentemente inspiegabili, reagisce a qualcosa  che viene dal passato piuttosto che dal presente, avverte solo il bruciare del suo dolore.
L’Indiana abita da sempre in Arianna, l’ha colonizzata, sono due compagne sconosciute l’una all’altra. Non ci sono parole tra di loro, solo silenzio eppure condividono lo stesso corpo, le mani si muovono insieme,  quando una fa un passo, anche l’altra la segue.
La lingua dell’Indiana e’ dura, gutturale, molto lontana dall’eloquio elegante  dell’ Arianna-adulta, si percepisce l’eco dell’Indiana solo come un sottofondo dissonante  che si nasconde tra le parole, una nota stonata, un tono fuori tempo. L’Indiana conosce un mondo povero, fatto di paesaggi piovosi, di silenzio, di fame,  di ricerca di un po’ di prezioso riso bianco, l’unico che può ingoiare e far accettare al suo stomaco ormai ridotto ad un budellino ipersensibile.
Ha bisogno di una qualità speciale di riso che dove essere molto cotto, quasi sfatto e suddiviso in piccoli boli  rotondi, bagnati nel latte, da mangiare lentamente, uno alla volta, senza fretta. La dott.ssa A inizia quasi subito a preparare il cibo speciale per l’Indiana nascosta in Arianna, è cibo cucinato con le parole, raccontato, descritto, evocato per il gusto, il sapore, il profumo, la tiepidezza. Deve  sollecitare le pupille gustative di Arianna, per poter arrivare all’Indiana affamata e rabbiosa.
E’ necessario mascherare i boli di riso in vesti più accattivanti  per Arianna-adulta che misconosce l’ ospite dentro di sé, così difficile ed astiosa. Quando l’ Arianna di oggi, racconta della sua scontentezza, della sua solitudine quotidiana, la dott.ssa A risponde preparando un bolo di riso mascherato dentro una polpetta al sugo o una minestra di verdura o quando  il clima emotivo si appesantisce, dentro una pietanza più saporita. Ariana accetta tutte le prelibatezze preparate per lei, giorno dopo giorno, ma la cosa più preziosa non l’avverte, non riconosce i piccoli boli di riso bagnati  nel latte.
E’ proprio quello il prezioso nutrimento per l’Indiana con la bocca serrata che si apre al profumo dolce e  morbido del riso  buono come il desiderio di morbidezza che non ha potuto assaporare e che oggi le fa  dischiudere le labbra, prendere il rischio di aprirsi al  desiderio nascosto della tenerezza. Forse per brevi periodi, per pochi momenti nella sua vita, ha già incontrato quell’odore rassicurante. Il rancore sordo nasce, per qualcosa provato ma troppo presto perso.
L’Indiana, senza accorgersene, cresce, recuperava le forze, i suoni gutturali diventano meno aspri, meno rancorosi. Le parole della dott.ssa A arrivavano come un’eco, un suono rassicurante che risuona nella pancia.
Parole sonore senza significato, piccoli boli di cibo che finalmente possono essere offerti ed accettati senza mascheramento.
Progressivamente l’Indiana ed Arianna si avvicinano e si ascoltano, a tratti si sovrappongono diventando la stessa persona ma sono ancora così lontani i lori idiomi che difficilmente si comprendono, Arianna è totalmente concentrata nel suo presente mentre l’Indiana vive esclusivamente nel passato.
La piccola-Arianna , la parte più vicina all’Indiana, alle volte sente che la Dott.ssa A si trasforma  in un altro personaggio, misteriosamente diventa un drago dalle molte teste da cui escono  vampate di fuoco, quasi un animale primitivo, senza intelligenza se non quella di aggredire. La piccola-Arianna,  si domanda cosa possa  trasformare quella cuoca premurosa in un mostro atavico ed irriconoscibile. Di una cosa è certa, non le piace, lo vorrebbe  sfuggire ad ogni costo ma come rinunciare al buon cibo, questo la fa resistere anche se teme di essere ferita da quelle lunghe e penetranti lingue di fuoco. La dott.ssa A parla all’Arianna-adulta, con parole che non sono sempre intellegibili  per l’Indiana e per la piccola-Arianna.
Certo Arianna è grande, parla una lingua complessa, sa molte cose del mondo, si prende cura di altre persone, ma cosa ne sa la piccola- Arianna di  quelle faccende  di cui l’Arianna-adulta pare così esperta e che racconta alla dott.ssa A,che le risponde nella lingua della realtà, dello spazio e del tempo.
La dott.ssa A così abile nell’offrire il cibo giusto, su questo punto ogni tanto si confonde, non riesce sempre a farsi capire dall’indiana che vive come intrusivo e fuori luogo il linguaggio adulto, estraneo, stonato e così tuona le sue parole dure che fanno chiudere la piccola- Arianna in una posizione fetale. Per fortuna, spesso, la dott,ssa A si rammenta di essere cuoca e così il drago dalle molte teste ritorna nell’ombra e la piccola- Arianna  distende le gambe sul divano, ride come una bambina, sentendo l’Indiana sempre meno nascosta, sempre più parte di sé.
Solo dopo molta strada, Arianna scopre il senso di un suo gioco ricorrente: si chiudeva in un piccolo, freddo bagno della sua casa dell’infanzia e lì immaginava per ore, di stare in una prigione a fantasticare su come avrebbe potuto organizzare quello spazio per poter vivere in un metro per due. Il bagno era quello che utilizzava  sua madre, il water freddo sostituiva il contatto fisico con la madre che Arianna  non riusciva a toccare.
Ma la toccano ed accarezzano le parole della dott.ssa A, i  racconti e le metafore che inventa per lei per poterla avvicinarla , senza spaventarla. Per un lungo periodo del viaggio, Arianna ricorda la sua storia, ritorna sul suo passato srotolava la striscia del tempo, sente di aver bisogno della cura della com-passione, ma non sempre il suo desiderio è accolto, a volte spunta da dietro una roccia il drago sputa fuoco e gela il paesaggio carbonizzato.
Ricordare e raccordare il presente al passato, aiuta a scoprire le diverse età, le stesse lingue parlate costantemente anche se in modo dissociato, confuso e spesso sovrapposto. Accogliere sulla scena analitica i diversi personaggi, scegliere il linguaggio giusto per ognuno di loro, aiuta ad integrare e a confrontare i diversi livelli di funzionamento  psichico di Arianna .
Per molto tempo,  Arianna  riempie  la stanza d’analisi, saturando tutto il tempo con il racconto dell’ incontro con  Icaro. Icaro amato, odiato, cercato, allontanato. Una platonica storia d’amore dove Icaro, l’amore impossibile, quasi si  trasforma in una bestia mostruosa.
Un affetto, una storia attuale che ripete testardamente e tenacemente un impossibile amore del passato verso le fate-streghe, che tanto avevano contato nell’infanzia di Arianna. Due donne amare che trasudavano dolore e rimpianto, troppo impegnate  nel loro balletto, amalgama di odio e amore, per lasciare spazio a chiunque altro, soprattutto se tenero e nuovo. C’è voluto un lungo tempo rosso, violetto, bianco e finalmente nero di lutto, per permettere ad Arianna di riconoscersi  anche senza la presenza di Icaro e perciò avvicinare i suoi fantasmi, i suoi vuoti, senza intermediari e trasportatori occasionali del suo passato.
Il tempo è scivolato in avanti: Ariana e l’Indiana si sono incontrate, le fate-streghe stanate, e la dott.ssa A è diventata “ il segnatempo”, il traduttore di lingue diverse quella affettiva e quella della realtà, quella moderna e quella antica. Il linguaggio  analitico è diventato una terza lingua, quella dell’altro che unisce e separa, come un ponte sospeso su uno spazio vuoto, il tramite tra realtà diverse, tra tempi  diversi. Scogliere il nodo del tempo ha strasformato lo spazio, spento la luce.Il nero è calato come la notte, nero senza speranza. “Tambien se muere el mar” diceva la dott.ssa A citando i versi di Garcia Lorca. “Tambien se muere el mar” ripeteva  Arianna. E’ stato un lutto amaro rinunciare all’illusione di riappacificare le fate-streghe dell’infanzia, l’illusione di un incontro  felice ed appagante che magicamente risparmiasse il dolore del vissuto  di isolamento e lo trasformasse in contatto e solitudine felice.
La dott.ssa A conosceva il nero di Arianna, un nero antico, un sobbalzo nella trama del tempo, tutto era già stato. La ripetizione del passato si era così mascherata da realtà immutabile e senza via d’uscita, apparentemente l’unica realtà possibile.
Solo molto lentamente, con molta presenza affettiva della dott.ssa A, per Arianna si sono aperti nuovi paesaggi. Inizialmente solo deserto, quello di sassi,duro, aspro, sporco di fango. Il vuoto, l’assenza, hanno acuito i sensi, i suoi ricordi, l’attenzione ad oggi, alla sua età e alla possibilità di nuovi scenari.
Arianna ha ritrovato dentro di sé, i volti dei suoi genitori, di lei ed i suoi fratelli bambini.
 Le fate-streghe sono ancora invincibili, impegnate nella loro danza circolare, sempre uguale a se stessa, ma ora le può guardare nello loro vesti colorate e cangianti, nel loro fascinoso e pericoloso richiamo senza lasciarsi prendere dal fascino di annullare ogni distanza e differenza tra sé e gli altri e precipitare in un tempo assoluto che annulla l’onnipotenza degli orologi.
Le fate-streghe rirportano al mondo disperato della piccola indiana, all’odio sordo, alla paura del contatto, del corpo, del sesso, della vita, al bagno freddo che conserva l’impronta materna. E’ un terrore senza nome, scritto nelle profonde cicatrici che segnano ancora il corpo di Arianna. Anche la dott.ssa A si è trasformata, non più cuoca provetta, né drago dalle molte teste, ma una persona che si è presa cura di Arianna.
L’Indiana è cresciuta abbastanza da procurarsi il cibo da sola e  per imparare la lingua degli altri. Il viaggio è terminato proprio un attimo primo che la strada diventasse circolare, rischiando una traiettoria chiusa su se stessa, è tempo di salutarsi e di cercare nuovi affetti, nuove esperienze. E’ necessario essere molto vicini, sentirsi profondamente parte per potersi separare, è come distaccarsi dai genitori dell’infanzia,dalle proprie radici e Arianna può  realizzarlo proprio ora, nel momento in cui ha ritrovato  le mani che sostengono e curano.
Il viaggio compiuto anche se lungo, lascia  inesplorati altri territori, nuovi colori e profumi, altri uomini e donne. Il deserto di sassi è diventato sabbioso, dune di sabbia dorata nascondono le oasi di palme cariche di datteri. Soprattutto un mondo abitato non solo dalle ombre del passato, ma da uomini e donne, persone che si possono finalmente incontrare e conoscere.
Non sempre incontri felici, ma incontri.
Antinori Maria Grazia
P.zza Armenia 9 Roma
cell. 334 338 58 35

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