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La vergogna, un’emozione antica molto moderna

Antinori Maria Grazia
articolo pubblicato sulla rivista Argonauti, dicembre 2011 N. 131
 la vergogna un emozione antica molto moderna

La vergogna come  insieme  di fattori

La vergogna è un’emozione paradossale che si pone nel punto di snodo tra aspetti contraddittori: è occulta e poco nominata, di difficile definizione, somma di fattori diversi non sempre distinguibili e soprattutto volatili.
 È un oggetto che presuppone la consapevolezza dello sguardo dell’altro e allo stesso tempo vanta radici arcaiche nel corpo; è al contempo mobile e statica, interna ed esterna, antica e moderna. L’ambiguità della vergogna può accostarsi al funzionamento del cubo di Rubik: come il famoso gioco rompicapo composto da tessere multicolori che possono essere combinate in modo caotico o in facce di colori uniformi, così la vergogna può risultare un mosaico disordinato di fattori o assumere una funzione prevalente.

I diversi tipi di vergogna

Ad esempio hanno ruoli opposti la vergogna-segnale e quella patologia, la prima è assimilabile al pudore ed assolve al compito evolutivo di mantenere e proteggere lo spazio privato del Sé, mentre la seconda la vergogna-sintomo, si trova in quadri psicopatologici quali borderline, narcisistici e psicotici. La vergogna è un affetto che assolve anche ad un’importante funzione evolutiva in quanto focalizza l’attenzione sul modo in cui gli altri ci vedono, contribuendo alla conoscenza e alla consapevolezza personale (Sartre, 1943). È stimolo per lo sviluppo e la crescita (Lynd, 1958) ma allo stesso tempo può trasformarsi in un penoso impedimento, come il disagio che molte persone provano per il semplice sentire o esprimere emozioni, vissute come segno di dipendenza, di debolezza e di vulnerabilità (Pandolfi, 2002).

La vergogna un sentimento misconosciuto

Pur essendo un affetto riconosciuto sul piano personale, la vergogna è poco nominata nelle relazioni sociali, occupa una posizione marginale anche nella psicologia e nella psicoanalisi tanto da essere definita la “Cenerentola delle. emozioni spiacevoli” (Rycroft, 1970), ciò nonostante è un affetto che mantiene il suo potere e centralità. Una complessità della vergogna è che si colloca tra il narcisismo e le relazioni oggettuali, coinvolge la sfera della massima privatezza ed intimità ed anche l’area delle relazioni e del sociale (Semi, 1990).

La vergogna ed il corpo

Un altro paradosso è che pur essendo un sentimento immediato, forte ed invasivo, è allo stesso tempo un’emozione complessa in quanto emozione sociale o interpersonale (Batacchi, 1992), ossia è un affetto che acquista significato nel confronto tra l’immagine di sé ed il giudizio dell’altro. Si prova vergogna per qualcosa che fa sentire diversi ed esposti allo sguardo altrui, trasformando la persona in portatore di un segno speciale che la sottrae all’anonimato per una motivazione ritenuta disdicevole o sbagliata. Diventa invasivo lo sguardo che si posa sul corpo, che coglie la più segreta intimità, perforando la barriera protettiva della pelle psichica che protegge lo spazio psichico privato, come l’epidermide protegge e delimita i confini della fisicità (Anzieu, 1985). Il corpo esposto diventa metafora della nudità psichica, espressione della violazione della privacy, dello spazio privato del Sé.
La vergogna è strettamente intrecciata al corpo soprattutto al senso della vista, si manifesta con perturbazioni fisiche quali il rossore, l’abbassare lo sguardo, l’incurvare le spalle, l’assumere atteggiamenti ritirati che nascondono e mimetizzano (Fenichel, 1946). Borgna (2001) scrive della vergogna come un’esperienza psicosomatica che nasce e si muove nella vita interiore ma che si manifesta nel corpo che diventa espressione del turbamento e dello smarrimento, n’è esempio il volto che avvampa, che arde, testimonianza visibile di un turbamento che si vorrebbe nascondere, ma che il corpo evidenzia allo sguardo dell’altro.

La vergogna tra corpo e parola

L’esperienza della vergogna si colloca così ancora una volta in un’area ambigua e paradossale, in quest’eccezione nello spazio intermedio tra corpo e parola. È legata allo svelamento, allo smascheramento, quindi a qualcosa che si vede e si coglie più con lo sguardo ed il linguaggio del corpo, piuttosto che con il pensiero e con la parola. Tradurre in parole l’esperienza della vergogna toglie a quest’affetto molto del suo mordente, rendendolo più tollerabile e pensabile (Monti, 2003). Un’altra caratteristica ambigua della vergogna è che si associa e si trasforma facilmente in altri affetti quali la rabbia-furore (Lewis, 1992), l’invidia, la colpa o determina condotte evitanti o di contrapposizione o di competizione aperta è infatti instabile, volatile e quindi più difficile da cogliere rispetto, ad esempio, alla tristezza o all’euforia. È un’emozione episodica poco persistente che funziona per eccessi in base alla legge del tutto o nulla (Monti, 2003).

La vergogna nello sviluppo

Pur nella sua complessità e il non sempre agevole riconoscimento, è un’esperienza comune soprattutto in alcuni momenti della vita, come durante l’acquisizione del controllo sfinterico e dell’adolescenza. L’ambiente, scrive Erikson, nella fase anale-muscolare compresa tra i due ed i tre anni, dovrebbe appoggiare il desiderio del bambino di autonomia e di sperimentazione, pur proteggendolo da un’esposizione inutile alla sfiducia verso le sue capacità. “La vergogna è un’emozione infantile non sufficientemente studiata, perché nella nostra civiltà molto presto e molto facilmente, viene confusa con il senso di colpa. Vergogna vuol dire essere completamente esposti e consci di essere osservati, in una parola autocoscienti” (Erikson, 1974,). Questo tipo di esperienza infantile può trasformare il piccolo vergognoso, in un adolescente difficile.
Come scrive Borgna (2001) il passaggio tra preadolescenza ed adolescenza è particolarmente sensibile alla vergogna, in quanto alla spontaneità dell’infanzia centrata sul tempo presente e sul passato, si sostituiscono le incertezze e le insicurezze dell’età che apre alla scoperta della dimensione del futuro e quindi delle attese ed ai timori per un avvenire ancora sconosciuto. L’adolescente è così esposto alle contraddizioni che nascono dal conflitto tra l’essere legati e ancorati al passato, e l’essere al contempo sollecitati e spinti al distacco e all’autonomia ed all’espressione di una propria personalità differenziata da quella dei genitori. In questo spazio si colloca il vissuto della vergogna intesa come difficoltà a sviluppare e definire una propria identità.

La vergogna descritta da Freud

Freud si è occupato in modo marginale anche se significativo, della vergogna. Questo scarso interesse deriverebbe oltre che da ragioni personali, da motivazioni teoriche, in particolare per la centralità psicoanalitica attribuita al conflitto e alla colpa edipica legata al Super-Io, posizione teorica che in qualche modo, ha oscurato l’interesse per la vergogna. (Goldberg, 1988, Pandolfi, 2002). Freud, nei suoi scritti iniziali con Breuer all’epoca del metodo catartico, tratta quest’affetto come un evento traumatico: “può agire come trauma qualsiasi esperienza provochi gli affetti penosi del terrore, dell’angoscia e della vergogna, del dolore psichico e dipende ovviamente dalla sensibilità della persona colpita se l’esperienza stessa agisce come trauma” (Breuer & Freud, 1893).
In seguito, nello studio dello sviluppo psicosessuale, Freud fa assumere a quest’affetto una piena funzione di difesa dagli impulsi sessuali parziali e voyeuristici (Freud, 1905). Questa interpretazione resterà prevalente, anche se sarà riconosciuta alla vergogna, una funzione più ampia e complessa nel saggio “Il poeta e la fantasia” (1907), dove è collegata all’ambizione e alla paura di derisione: “l’adulto si vergogna delle sue fantasie e le nasconde agli altri, coltivandole entro di sé come cose assolutamente private e intime: in genere preferiscono confessare le proprie colpe piuttosto che comunicare le proprie fantasie”. L’adulto si vergogna delle fantasie ad occhi aperti perché le considera un’attività infantile da nascondere per la sua natura e per il contenuto che svelerebbe desideri illeciti.

La vergogna rispetto la psicopatologia

Solo dagli anni cinquanta si è acceso un interesse specifico per la vergogna, in concomitanza al ruolo sempre più ampio del narcisismo, allo sviluppo della psicologia del Sé e all’esperienza clinica con sempre più numerosi pazienti borderline e con patologie narcisistiche. Piers & Singer (1958) sono gli autori che hanno contribuito a definire le qualità psicodinamiche della vergogna rispetto alla colpa. Essi hanno interpretato la vergogna come la reazione affettiva scatenata dallo scarto, dalla distanza eccessiva tra l’Io ed il suo ideale. Un gruppo d’analisti ha sviluppato questa teoria legando l’affetto non tanto ad un conflitto oggettuale esterno, ma piuttosto ad un conflitto di natura narcisistica tra l’Io e l’Ideale dell’Io che più è megalomane e primitivo, più è esposto alla frustrazione e al disconoscimento (Grundberger, Chasseguet & Smirgel, Guillomin, citati in Pandolfi, 2002).

 Distinguere la vergogna e la colpa

Pur essendo due emozioni separate con un’origine psicodinamica specifica, la colpa e la vergogna conservano tratti comuni importanti. Come scrivono Lopez & Zorzi (2003) sono emozioni relazionali “entrambe figlie della paura”. Il bambino dipende dal comportamento dei genitori, se questi ritirano il loro amore, il piccolo prova angoscia di perdita che a sua volta genera un sentimento d’inadeguatezza, incapacità e vergogna o colpa per non riuscire a soddisfare le richieste dei genitori. La vergogna e la colpa diventano una sola cosa, quando l’Io Ideale è rigido e mal integrato e sovrapposto ad un Super-Io sadico; al contrario i due affetti sono pienamente riconoscibili, quando Io-Ideale maturo che spinge la persona alle più elevate realizzazioni, è separato dal Super-Io, costrittivo e limitativo. Altri aspetti importanti sono stati approfonditi da Lynd (1958) che ha attribuito alla vergogna e al senso di colpa, la funzione di regolare la distanza intersoggettiva: la vergogna dal versante del soggetto, la colpa invece dalla parte dell’oggetto.

 La vergogna e l’identità

Secondo Lynd, la vergogna è in stretta connessione con l’identità, è provocata da esperienze che mettono in discussione l’immagine di sé, costringe a vedersi con gli occhi degli altri e a riconoscere le differenze tra queste due visioni. Le esperienze vergognose quando sono accettate ed elaborate, accrescono la conoscenza di sé e la possibilità di cambiamento positivo, quando invece sono negate, provocano lo sviluppo di una corazza difensiva che allontana la persona dalla sua realizzazione e che ha come conseguenza anche quella di limitare la capacità empatica nella relazione con l’altro. Gli autori psicoanalitici, pur nelle loro differenze, hanno concordato nel riconoscere alla vergogna una funzione attinente alla tutela dei confini dell’identità, quindi un ruolo di regolazione narcisistica, distinguendola dalla colpa che è invece rapportata all’oggetto e alla preservazione dei suoi confini (Pandolfi, 2002).

La vergogna e la dissociazione

Tra gli psicoanalisti contemporanei, l’americano Bromberg che si riconosce nell’approccio relazionale, ha valorizzato e riconosciuto la centralità della vergogna, come una delle difficoltà principali nell’approccio clinico agli stati dissociati del Sé. La vergogna dissociata, può attivare una serie di acting-out che possono essere fermati solo quando l’analista riconosce e dà parola al forte vissuto di vergogna del paziente. Il terapeuta è l’unica persona che può dare aiuto e sollievo al paziente ma paradossalmente, è anche la causa del suo dolore, il rapporto terapeutico rischia di essere vissuto come traumatico e pericoloso.

La vergogna il trauma e la paura

Bromberg, come il primo Freud, collega la vergogna al trauma e alla paura. Il trauma il più delle volte, non è di natura drammatica o sessuale ma piuttosto cumulativo, ripetuto, come quello descritto da M. Khan (1983). Il paziente ripercorre nel processo analitico le situazioni traumatiche del passato, prova vergogna nel qui-e-ora, ma non può comunicare il suo dolore in quanto è lo stesso terapeuta fonte della sua sofferenza e del pericolo per l’integrità del Sè, il risultato è la dissociazione e l’acting-out.
La tendenza dell’adulto alla dissociazione patologica, secondo Bromberg, dipende dalla storia evolutiva precoce, in particolare dal mancato riconoscimento genitoriale. “I genitori non sono stati in grado di riconoscere aspetti del Sé autentico del bambino,essi fanno vivere al piccolo una situazione traumatica e nella maggior parte dei casi è la vergogna dissociata dei genitori, generata dal loro stessa esperienza di sé compromessa, a rendere impossibile il riconoscimento delle qualità del bambino” (Bromberg, 2006, p. 147).

 La vergogna come effetto di relazioni patologiche

Un modo interessante ed articolato di considerare la vergogna, sia da un punto di vista individuale che interpersonale, è proposto da Racamier, un analista che si riconosce pienamente nel pensiero freudiano. Nel suo libro postumo “Incesto ed incestuale” (1995), egli accenna alla vergogna come conseguenza della disconferma dell’oggetto incestato, ossia di chi è invischiato e subisce una relazione incestuale. L’incestuale è un neologismo che descrive una speciale condizione della vita psichica e relazionale dove l’incesto, non agito ma presente, aleggia nell’atmosfera emotiva di un paziente, di una famiglia o di un gruppo di lavoro.

La vergogna e l’incestualità

Racamier, nei suoi scritti sceglie un linguaggio poetico, ricco di neologismi per descrivere il suo lavoro frutto di una lunga esperienza clinica con pazienti psicotici e le loro famiglie. Egli ha osservato come l’incesto incontrato in situazione psicotiche, il mero atto fisico, impedisca l’accesso all’Edipo fantasmato che può prendere forma solo poggiandosi su una fase complementare che egli chiama Antedipo, una sorta di fase preparatoria ma anche contemporanea, all’Edipo. Sulla scena psichica dell’Antedipo s’incontrano due soli personaggi, il bambino e la madre, all’inizio della vita il neonato ha bisogno di un nido protettivo.
All’unità corporea della gravidanza, subentra la reciproca seduzione narcisistica, una potente forza d’attrazione che consente alla madre adulta di ritrovare l’unisono con il neonato ancora immaturo e così diverso da lei. Si tratta di una speciale unione che esclude, per una breve fase, l’ambiente esterno ed il padre, che saranno progressivamente di nuovo integrati per l’azione delle forze di crescita e sessuali. Se la seduzione narcisistica segue il corso ideale, questa diminuisce a mano a mano, depositando nel bambino un sentimento profondo d’appartenenza al mondo, di familiarità con il reale, quello che Racamier definisce “l’idea dell’Io”, base per il senso del limite e della sicurezza. Il “lutto originario” è il processo psichico fondamentale per il quale l’Io rinuncia al possesso totale dell’oggetto, compie il lutto di un’unione narcisistica assoluta, fonda le sue origini, scopre l’oggetto e la capacità d’empatia.

 Il lutto originario

È questo lutto originario che permette di passare dall’Antedipo costruttore dell’identità, all’Edipo fondamento dell’identità sessuale. Secondo Racamier, l’incestualità è molto diffusa nelle famiglie, nei gruppi di lavoro, è un clima, un registro della vita interiore che attraversa anche le diverse patologie. “L’incestuale è un clima in cui soffia il vento dell’incesto, ovunque arrivino le sue raffiche, si crea il deserto, si instilla il sospetto, il silenzio ed il segreto” (Racamier,1993). È una condizione d’incesto morale, in cui il genitore, spesso la madre, fa una proiezione narcisistica invasiva sul bambino che si trasforma in oggetto incestuale, oggetto feticcio, a cui è proibito avere desideri propri e soprattutto gli è negato il valore narcisistico.

La ferita narcisistica

Si tratta di una squalifica, di un discredito portato al valore e sulla qualità intrinseca delle capacità e delle realizzazioni di un individuo, una profonda ferita narcisistica che fa vivere nella paura e nella vergogna. L’incestato è squalificato nella sua elaborazione fantasmatica personale, nella capacità di desiderio, nell’integrità dell’Io, nel narcisismo, nel corpo e nella psiche. Racamier descrivendo la lunga psicoterapia di una giovane paziente oggetto di seduzione abusante e trascuratezza affettiva, scrive: “Come succede a tutti i soggetti squalificati, poté riconoscere e ricostruire il filo delle sue frustrazioni passate, e quindi ricomporre in qualche modo la trama del suo Io, non senza enormi difficoltà, vergogna, dolore e rabbia. Provava molta vergogna nel riconoscere gli abusi narcisistici e sessuali commessi su di lei dalla madre” (Racamier, 1995).
L’oggetto incestuato, incarna un ideale assoluto, concentra tutti i poteri è investito come un idolo che illumina l’idolatra ma allo stesso tempo e questo è il paradosso, è deprivato d’ogni valore e riconoscimento personale. L’associazione di Racamier della squalifica alla vergogna, sembra essere una perfetta quadratura del cerchio, una visione completa della vergogna patologica, spiegata in una logica di perversione narcisistica sia dal versante di chi subisce la squalifica, che da quello che la infligge. Il portatore di vergogna, non potrà mai essere all’altezza della sua funzione d’idolo in quando n’è solo un simulacro, uno specchio riflettente del narcisismo altrui. Non ha possibilità di successo, quando scopre l’imbroglio si copre di vergogna e si riempie di rabbia, non potrà mai avvicinarsi all’Ideale dell’Io proiettato dai genitori, inoltre si sentirà in colpa per il suo fallimento.

Un esempio clinico della vergogna

Aldo, un paziente di trentacinque anni, si vergogna profondamente e dolorosamente della sua mascolinità che considera così inadeguata da essere certo che nessuna ragazza carina lo potrà scegliere e provare desiderio per lui. Crede fermamente nella sua tesi, nonostante le evidenti e frequenti disconferme della realtà che giustifica sottolineando difetti o limiti nelle donne che lo corteggiano. Progressivamente arriva ad ammettere la sua paura per le donne che lo porta ad assumere atteggiamenti di ritiro o di fuga, a tratti riesce a riconoscere il proprio ruolo e responsabilità negli insuccessi: non sono le donne a sfuggirlo ma è lui che per paura sabota la possibilità di successo. La sessualità è il campo di battaglia di Aldo, ma il suo problema è un difetto d’identità, si vergogna profondamente del suo corpo così come considera inadeguata la sua persona, una conseguenza è che chiunque gli si avvicini assume uno scarso valore. La vergogna di Aldo spesso si trasforma in rabbia, vissuti paranoici, fantasie ipocondriache, tutte difese per allontanare il momento dell’incontro con lo sguardo dell’altro che possa cogliere e smascherare la sua intimità danneggiata.
È profonda e ripetuta la traumatica squalifica narcisistica che il piccolo Aldo ha subito nell’infanzia nella relazione con una madre troppo occupata a curare un marito a lungo e gravemente depresso; tanto che oggi Aldo, da adulto, ripete incessantemente un copione di esclusione e di isolamento affettivo.
Ben diversa è la situazione della vergogna leggera, quella protettiva, associabile al pudore, alla privacy, alla conservazione di uno spazio privato del Sè, alla preservazione di quelli che Racamier definisce i segreti libidici, che contrappone ai segreti incestuosi tipici delle famiglie in cui soffia il vento dell’incestualità. Entrambi i segreti hanno in comune i temi: il sesso, la genesi o la fine della vita. Sono due entità profondamente diverse in quanto i segreti libidici sono aperti alla vita e in certo senso la proteggono, mentre i segreti antilibidici hanno una funzione opposta di sbarramento e di chiusura. La cura per la vergogna provata dalla persona che hanno subito una pesante squalifica incestuale, passa per la rigenerazione narcisistica: «(…)dobbiamo mettere in valore ciò che emana dal soggetto stesso, pur nella sua banalità; gli offriamo, a lui che si credeva per sempre condannato a compiere azioni straordinarie e prodezze, di sentirsi accettato anche quando rimane al suo livello e nel suo ambito quotidiano. Affronteremo gli abissi narcisistici che ha patito, lontano dalle seduzioni che lo hanno « (Racamier, 1995).

La vergogna e la società liquida

Nella nostra epoca postmoderna che il sociologo Bauman definisce “società liquida”, alle persone risulta difficile tollerare una propria identità differenziata che comprenda la capacità di sentire e riconoscere le emozioni, di avere confini, limiti ed origini certi. Le persone per non sentirsi escluse, sono spinte ad adeguarsi spesso nel ruolo di consumatori, alle richieste dei diversi gruppi sociali. In questo clima, la vergogna un’emozione per alcuni scomparsa, sembra assumere una posizione centrale nella clinica e nel sociale. I pazienti si vergognano della propria fragilità e dei traumi vissuti nel passato riattivati nel qui-ed-ora del transfert; nel sociale la squalifica narcisistica si manifesta in vesti cangianti come la paura di vivere e riconoscere la propria specificità ed originalità, nel trattare gli affetti come oggetti sconvolgenti e dannosi, nell’imitare modelli esterni privi di valore se non quello della momentanea visibilità mediatica.
La vergogna-pudore sana ed evolutiva, sembra obsoleta e desueta, al suo posto si osserva sempre più frequentemente la paura dell’invisibilità e del disconoscimento, timori che evidenziano un serio deficit narcisistico. Tutto ciò sembra confluire nel concetto di Racamier di amalgama incestuale: confini incerti tra le persone, onnipotenza, confusione generazionale, segreti antilibidici, negazione, diniego, scissione.
La vergogna, un’emozione antica, riconferma la sua posizione di crocevia tra interno ed esterno, tra normalità e patologia, tra psiche e corpo e soprattutto il suo ruolo molto attuale, di sentinella dell’integrità del Sé.
Antinori Maria Grazia Psicologa Psicoterapeuta
P.zza Armenia 9
Roma
Cell 334 338 58 35
Bibliografia
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Le determinanti psicosomatiche di tre diverse patologie. Psicodiagnosi in ambito pediatrico

XVII INTERNATIONALE CONGRESS OF RORSCHACH AND PROJECTIVE METHOD. SETTEMBRE 2002, PONTIFICIA UNIVERSITA’ LATERANENSE.
 
 S. Ricci; M.G. Antinori; B. Puglia, M. Mosconi; C. Rotondo.
 
Il presente lavoro si riferisce ad un gruppo di trenta bambini seguiti presso l’Ospedale Pediatrico “ Bambin Gesu’ di Palidoro per una problematica organica che ha richiesto un approfondimento psicodiagnostico .
 Nei reparti di Urologia, Pediatria e Auxologia, un aspetto importante del lavoro è l’interdisciplinarietà tra le figure professionali. Pediatri, psicologi ed infermieri costituiscono un’equipe che si impegna a decodificare e contestualizzare il sintomo per giungere ad una diagnosi ed a una terapia che tenga contro anche del contesto psicologico e relazionale.
 
   L’ottica psicosomatica presuppone il cogliere l’interazione tra il corpo e la mente e considera la patologia organica in relazione alla personalità del bambino e alle dinamiche familiari.
   I bambini ricoverati presso il “Bambin Gesù” vengono seguiti nelle visite quotidiane di reparto, oltre che dai medici e dagli infermieri, anche dallo psicologo.
Per i bambini in Day Hospital, è lo stesso medico curante che individua i casi in cui è necessario un approfondimento psicologico che consiste in alcuni colloqui ed osservazioni dello psicologo con il bambino e la coppia genitoriale. Al bambino è inoltre somministrata una batteria di test che comprende il Rorschach, i Reattivi grafici,il Wartegg, il Bender e ,in alcuni casi, la Wisc-R, l’ORT, il TAT,il CAT e le Favole della Duss.
 
   I risultati dei reattivi vanno a completare la cartella clinica che già comprende l’anamnesi e le osservazione sulle dinamiche emotive e relazionali del bambino e della sua famiglia. Ai genitori viene restituita, al termine della consultazione, una risposta che evidenzia la dinamica e le eventuali problematiche del bambino e del nucleo familiare.
Gli psicologi del “Bambin Gesù” si occupano di circa 20/25 casi mensili, hanno quindi un polo di osservazione privilegiato delle patologie psicosomatiche.
 
   L’equipe degli psicologi dell’Ospedale è inoltre coadiuvata dall’Associazione ARPIT di Roma che ha contribuito all’elaborazione di parte delle psicodiagnosi e del presente lavoro.
   A partire da Freud si sono sviluppate diverse correnti di pensiero psicoanalitiche rispetto la psicosomatica , nel nostro lavoro ci riferiamo in particolare al gruppo IPSO di Parigi ,istituito da Pierre Marty, che a Parigi ha fondato un ospedale di sola medicina psicosomatica e il gruppo romano di psicosomatica che fa capo all’istituto di Neuropsichiatria infantile di Roma.
 
   Attraverso l’esperienza clinica con bambini con malattie psicosomatiche, emerge con evidenza come il linguaggio corporeo espliciti la patologia delle dinamiche profonde, relative alle prime relazioni oggettuali ed il ruolo importante svolto dall’ambiente emotivo ed affettivo, nello sviluppo della malattia stessa.
    L’ipotesi teorica di riferimento , è che si determini una rinuncia alla mentalizzazione di certi aspetti dell’esperienza psichica che vengono demandati al corpo attraverso la malattia che ,in sé, rappresenta anche un tentativo estremo di integrazione, una sorta di soluzione ad una relazione fusionale-simbiotica, indifferenziata.
 Per la presente ricerca, sono stati selezionati trenta bambini, suddivisi in gruppi di dieci, con diagnosi di enuresi, iposomia e cefalea censiva.
 
 
DESCRIZIONE DELLA RICERCA
  Il campione è composto da trenta bambini, tredici maschi e diciasette femmine, compresi tra gli otto ed i dodici anni, l’età media è di 10,8 anni ( l’età media dei sottocampioni è omogenea 11,1 enuresi; 11,2 iposomia; 10,1 cefalea).
   Tutti i bambini, con una diagnosi organica definita dall’equipe pediatrica, sono stati sottoposti al test di Rorschach, disegno della Figura Umana , della Famiglia dell’Albero , dell’Omino sotto la pioggia , Wartegg e Bender.
I test grafici sono stati considerati nel loro complesso valutando il segno, la posizione nel foglio, la qualità ed il contenuto del disegno oltre alle caratteristiche specifiche di ogni reattivo.
 
   E stata elaborata una scheda per uniformare i dati di ogni soggetto, in cui si sono evidenziate variabili quali il livello dell’intelligenza, l’eventuale presenza e di depressione, di ansia e di aggressività.
Il test di Rorschach è stato siglato secondo il metodo della Scuola Romana Rorschach.
Particolare attenzione è stata posta ai fenomeni speciali, sono state considerate le risposte orali aggressive e ricettive, anali espulsive e ritentive, falliche secondo la definizione di Schafer.
 
   Inoltre, sono stati evidenziati tutti quegli aspetti che ponessero l’accento sul corpo, segnalandoli nello spazio della siglatura riservato ai fenomeni speciali e che abbiamo chiamato “deformità corporea” e “spezzettamento corporeo”.
Lo specchio dei computi di ogni bambino è stato inserito in una griglia sintetica per l’intero campione, pur mantenendo la distinzione dei tre sottogruppi. I dati sono stati elaborati mediante il programma statistico SPSS.
 
   Il campione totale, è stato confrontato con i valori riportati dalla Passi Tognazzo nelle “Norme del Rorschach in età evolutiva”, in particolare è stato scelto il campione di età dieci anni corrispondente all’età media del gruppo di ricerca.
Inoltre i tre sottogruppi differenziati sulla base dalla diagnosi di cefalea, enuresi e iposomia, sono stati confrontati tra loro per valutarne eventuali differenze significative.
 
 
DATI RORSCHACH Valori medi.
 
% calcolate su N° risposte 449 . Valori percentili 25 – 75
Campione di ricerca  Passi Tognazzo bambini età media 10 anni.
N° risposte 15
13 – 21
G = 7.68
4 – 6
G % = 56.4
27 – 58
D%=38,9
36-57
F%=75
75-89
F+%=72
68-90
M=1,6
0-1
MA=1,4
FM:0-1
Mi=0,4
M:0-0
FC=0,9
0-0
CF=0,7
0-1
C=0,2
0-0
FC’n 0,01
(6 soggetti 20%)
 
C’nF 0,01
(5 soggetti 16%)
 
FC’n+C’F 0,02
(8 soggetti 26%)
 
F (c) + 0,008
(2 soggetti 6%)
 
F ( c ) – 0,02
( 8 soggetti 26%)
 
F ( c )+\ F ( c )-
( 10 soggetti 33%)
 
FCLOB; CLOBF; CLOB 0.01
(6 soggetti 18%)
 
A %    54,6
A % 38-63
H%    22,7
U% :5-18
NAT    0,1
0-2
OBJ   1,26
0-2
ANAT 0,2
0-1
V=3,94
BAN:2-5
RIFIUTI 7
0-0
T.V.I. INTRA = 50%
COARTATIVO
 
COARTATIVO 44%
EXTRATENSIVO
COARTATO = 40%
32%
t.v.i. INTRATENSIVO 50%
COARTATO COARTATIVO 43%
 
T.V.I. = t.v.i. 46%
 
 
RISP.COMPL=34%
29,90%
ORALI AGGRESS=7,8%
4,40%
ORALI RICETT. 3,8%
1,50%
FALLICHE=4%
0%
ANALI=2,5%
1%
RIFIUTI = 7% SUI SOGGETTI
RIFIUTI = 18% SUI SOGGETTI
INDICE REALTA 4,4’(media)
 
INDICE AFFETTIVITA’ (16soggetti>30%) media 40%
 
INDICE IMPULSIVITA’ O,6 media            (9 soggetti > di0,6)
 
 
 
   I Rorschach del nostro campione rientrano nei valori medi, pur con qualche particolarità molto significativa.
Si evidenzia un numero relativamente maggiore di movimenti Umani (M media 1,6) ed Animali (MA media 1,4).
I movimenti inanimati, le mi, risultano significativamente maggiori rispetto al campione di confronto (mi 4 % campione della ricerca contro 0 del gruppo di controllo, significatività allo, 0003).
 
   I movimenti inanimati ,  sottendono fantasie inaccessibili alla persona stessa per un utilizzo costruttivo, anche se possono influenzare significativamente il comportamento manifesto, nondimeno possono rappresentare un serbatoio di potenziale dinamico. Sono identificazioni parziali, fantasie negate e proiettate all’esterno, l’immagine sottesa è inaccettabile alla persona ”(Ames).
 
   Per quanto riguarda il colore, è significativamente maggiore la presenza di FC rispetto al gruppo di controllo. (media 0,9 contro 0 del gruppo di controllo significatività, 000).
Le risposte FC rappresentano colore in massima parte differito e contenuto dalla forma, la loro presenza suggerisce “adattabilità affettiva”, ma quando superano una certa soglia, indicano un adattamento di maniera, stereotipato che sottende un conflitto emotivo non esplicitato ma “nascosto”, questo ancora di più in un bambino.
 
   Il tipo di vita interiore primario, il T.V.I., prevalente del nostro gruppo è intratensivo (50% ) e coartativo (30%), mentre il gruppo di controllo è coartativo (44%9) ed extratensivo (32%).
Il tipo di vita interiore intratensivo, come confermano anche i dati della Passi Tognazzo, è frequente tra gli adolescenti piuttosto che tra i bambini di dieci anni.Anche questa è un’ulteriore caratteristica che indica una precocità evolutiva, una fuga in avanti e quindi ancora una volta un adattamento verso l’adultomorfismo ed un eccessivo controllo emotivo.
 
   Comunque gli aspetti più interessanti del Rorschach riguardano i contenuti complessuali, (34 % contro il 29,9% Passi Tognazzo), con valori statisticamente significativi quando si vanno a confrontare le singole categorie di risposte in particolare le orali aggressive (7.8% contro il 4,4 % Passi Tognazzo, significatività ,029) e le orali ricettive (sono il 3,71 % contro il 1,5% del campione di controllo).
Ugualmente significativo è il numero maggiore di risposte falliche ( 4% rispetto allo 0% del controllo;significatività ,001).
Un altro dato molto interessante, anche se non confrontabile con il campione di controllo, è che il 6% delle risposte dei bambini “psicosomatici” presenta fenomeni speciali che abbiamo definito in fase di siglatura “deformità corporee “(“ciccione”, parti del corpo deformate) e ilo 30%   “spezzettamento del corpo” ossia percezione di parti separate e scisse del corpo che , del resto,non potevano essere catalogate sempre come spaltung o contaminazone o comunque rientrare in un solo definito fenomeno speciale .
 
   Riportiamo qualche esempio:
TAV I “donna con due teste e due mani e ci vedo le ali con due cose che si uniscono.”(deformità corporea)
TAV III “Due signore, anche se hanno la faccia da cani che hanno una specie di cerchio dove hanno poggiato una mano. (deformità corporea).
TAV VII Delle gambe, dei pezzi di osso e basta (spezzettamento)
TAV VIII Sembra un pezzo di un corpo: il fegato, questa è la spina dorsale, questa è la testa e le braccia. (spezzettamento).
 
   Rapportando le siglature che abbiamo definito di “deformità corporea” con il numero dei soggetti, ben quattordici bambini , circa il 50%, ha dato risposte in cui il corpo è descritto in modo danneggiato o deformato .
Ciò nonostante, sul piano cognitivo, questi bambini non hanno difficoltà a riconoscere il corpo in sé e la sua anatomia (H maggiore di Hd) e, anzi, dimostrano di avere un livello intellettivo almeno uguale alle media per età, se non decisamente superiore.
 
   Sempre rispetto al corpo, non si sono registrate un numero elevato di risposte anatomiche (media 1,2) o di sangue ( media 1,3) o di radiografie (media 0,1).
La particolarità del nostro gruppo sta proprio nella distorsione delle immagini corporee che però non rientrano in un singolo fenomeno speciale, ma piuttosto in un insieme sovrapposto di modalità.
 
Per quanto riguarda gli indici di depressione espressi da contenuti secondari di nero, questi sono presenti nel 26% dei bambini, anche se la media assoluta della presenza di colore nero è bassa.
Gli indici di ansia riscontrabili come chiaroscuro dettagliato riguardano complessivamente il 33% dei soggetti a cui bisogna aggiungere il 18% di bambini con risposte Clob.
Complessivamente il 40% del campione ha dato almeno una risposta che contiene indici di ansia ,evidenziando come   questa sia diffusa nel nostro gruppo di ricerca.
 
DATI DEI TEST GRAFICI
Per ogni bambino si è definito , in base all’analisi del tratto e della stessa organizzazione dei disegni:
– il livello intellettivo (dedotto dal confronto del livello grafico di ogni bambino rispetto l’età cronologica);
– il grado di ansia (dedotto dalla presenza di sfumature, ripetizione ed incertezze del tratto)
– l’aggressività (dedotta dal tratto marcato e dagli stessi  contenuti del disegno)
– la depressopme (indicata dalla piccolezza del disegno,leggerezza del tratto, povertà della rappresentazione)
 
   Rispetto i tipi di difesa sono state considerate solo quelle più frequenti nel campione quindi, le difese di tipo ossessivo (ripetizione del segno, ingraticolamento della superficie) e l’intellettualizzazione (modalità di rappresentazione).
Dai dati emerge che il gruppo di ricerca dimostra nel 56% un’intelligenza superiore alla media, e nel 43% un’ intelligenza nei valori medi.
Indici di ansia sono presenti in tutto il campione, che si suddivide in ansia alta 90% , e media 3%.
 
   Anche la depressione risulta importante, gli indici sottendono un alto livello di depressione per il 66% e un livello intermedio per il 30%.
Confrontando tra di loro i tre sottogruppi, si evidenzia una differenza significativa ( chi quadro) rispetto l’intelligenza, i bambini che soffrono di cefalea sono quelli con più alto livello di Q.I. rispetto al gruppo dello iposomatici ed enuretici.
 
CONSIDERAZIONI
 Il nostro gruppo di ricerca dimostra   un’intelligenza superiore o nella norma
Questi bambini presentano anche un alto livello d’ansia e di depressione .
La depressione è un elemento riconosciuto dalla letteratura, come ricorrente nelle sindromi psicosomatiche. L’atonia depressiva o depressione essenziale, è descritta come un importante meccanismo di disorganizzazione psicosomatica in quanto infrange le difese sia fisiche che mentali, essa si presenta come uno stato di assenza, di mancanza (Kreisler) che si può manifestare in ogni età, dal lattante all’adolescente.
 
   E’ caratterizzata da inibizione, inerzia, indifferenza senza angoscia, senza sconforto e nemmeno tristezza, è descritta da Kreisler come una scomparsa della libido e del tono degli istinti di vita .
Nei nostri bambini è evidente una forte discrepanza tra il Rorschach ed i test grafici, gli elementi depressivi appaiono evidente nei test grafici e molto meno nel Rorschach.
Questa differenza nei reattivi, ci sembra molto interessante in quanto l’atonia depressiva ,spesso asintomatica, non è percepita, vissuta dal bambino neanche come tristezza e quindi difficilmente verbalizzabile e questo spiegherebbe l’assenza di forti elementi depressivi nel Rorschach.
 
   Nei test grafici, i sentimenti depressivi possono essere agiti attraverso il segno grafico e il disegno, non serve la mediazione della parola e, proprio per questo, espressi nella rappresentazione grafica .
Anche gli elementi di ansia, quasi sempre rintracciabili nelle produzioni grafiche, lo sono con minore frequenza nel Rorschach,. Pertanto si potrebbe ipotizzare lo stesso processo subito dagli elementi depressivi, l’ansia non pienamente avvertita e riconosciuta sul piano del pensiero, è agita, e quindi espressa , nel tratto grafico.
I bambini psicosomatici protagonisti del nostro lavoro hanno una modalità particolare di considerare il corpo, con frequenti risposte di percezioni alterate o frammentate non accompagnate ,però, da difficoltà di tipo cognitivo o percettivo.
A quest’aspetto si associa la presenza di elementi regressivi rappresentati dall’alta frequenza di risposte orali aggressive e falliche . Questi elementi regressivi , sono accompagnati da altri che sottendono invece uno sviluppo precoce come la presenza di FC che testimoniano un’affettività mediata e controllata nella sua espressione, e di aspetti maturativi di tipo adolescenziale. (TVI INTRATENSIVO anche se è bassa la concordanza con il tvi secondario (concordanza nel 46%), classico segno di aspetti conflittuali nevrotici).
 
   I bambini del gruppo di ricerca sono più intelligenti della media, più evoluti anche sul piano emotivo rispetto alla capacità di elaborazione cognitiva e di espressione affettiva, ma allo stesso tempo presentano elementi regressivi di dipendenza conflittuale e soprattutto esprimono immagini di deformazione e frammentazione corporea pur dimostrando una adeguata conoscenza dello schema corporeo.
Come afferma Lanza (Corpo e mente, Borla, 98 a cura di Caratelli Lanza) questi bambini hanno un tipo di organizzazione psichica non in grado di autoregolarsi ma con aspetti di un Io precoce e di un Sé compiacente che richiamano “l’intelletto scisso” di cui parlava Winnicott quale manifestazione di un mancato o gravemente difettoso insediamento della psiche nel soma.
 
Questa teoria di riferimento, elaborata nel gruppo romano in psicosomatica dell’età evolutiva, ci sembra che possa trovare nel Rorschach un riscontro proprio in quei fenomeni che abbiamo chiamato di deformità corporea, si tratta infatti di risposte “costruite da un insieme di parti che non hanno rapporto tra di loro ma che sono unite una all’altra, senza integrazione e nesso logico, frutto di un processo associativo molto personale che sottende una confusione sull’identità corporea che è il risultato di un’addizione di proiezioni genitoriali e del bambino stesso.
Il corpo è sentito come un grande mostro informe.
 
   Del resto i nostri bambini presentano anche un numero maggiore di risposte di movimento di “cose” che sottende la presenza di fantasie psichiche non conosciute dallo stesso soggetto ma che contemporaneamente influenzano il comportamento manifesto. Ossia fantasie scisse dalla consapevolezza .
 
   Come scrive Giannotti, Lanza, Del Pidio , ”l’organo o il sistema malato rappresenterebbe l’esplicitarsi di quelle -fantasie nel corpo- presenti nello status frammentario iniziale e tale rimasto anche successivamente, non avendo avuto luogo il normale processo d’integrazione, che permette il passaggio dal corporeo al mentale.
 
   Si può stabilire l’ipotesi che i quadri psicodiagnostici descritti sopra, con le caratteristiche emerse, in particolare quei fenomeni definiti come deformità e spezzettamento corporei associati ad una affettività apparentemente matura ed evoluta, possono rappresentare un prototipo di “personalità vulnerabile” come la definisce kreisler, ossia “personalità fragile” che tende ad ammalarsi più di altre, di disturbi psicosomatici.
 
   L’aspetto depressivo e l’ansia sono solo parzialmente avvertite dal bambino e per questo solo relativamente presenti nel Rorchach ma molto presenti nei test grafici in cui è necessario compiere un gesto grafico; quindi agiti piuttosto che verbalizzati.
Il gesto grafico sostituisce l’espressione verbale della depressione, così come il corpo prende l posto del pensiero e della parola.
Uno sviluppo di questa rima ricerca, potrebbe essere quello di aumentare il numero dei soggetti considerati per confermare le ipotesi di lavoro proposte.
In particolare presso il “Bambin Gesu’” si vuole ampliare la ricerca delle personalità con fragilità psicosomatica ad un vasto campione nazionale di bambini per i quali è stato dimostrato geneticamente il rischio di malattia diabetica di tipo I (insulino dipendente) ma che no hanno ancora sviluppato la malattia.
 
   Si vuole scrinare questo vasto campione dal punto di vista psicodinamico utilizzando i test somministrati nella nostra ricerca, ed individuare quali bambini siano a rischio psicosomatico, ovvero di sviluppare la malattia.
La nostra ricerca può in questo senso rappresentare una traccia, un riferimento discriminante e contribuire ad un precoce intervento psicologico di prevenzione della malattia diabetica.
 
BIBLIOGRAFIA
Ames, Metraux. Risposte al testdi Rorchach,1968.
Boekholt. La diagnosi nelle clinica infantile. Raffaello Cortina Editore,1996.
T. Caratelli, A. lanza . Corpo mente. Borla Editore,1996.
Crocetti. Il bambino sotto la pioggia. Armando editore,1998.
Chabert. Psicopatologia e Rorchach. Raffaello Cortina editore,1993.
Giambelluca, Paris, Pes. L’interpretazione psicoanalitica del Rorchach. Kappa edizioni,1995.
Kreisler. Clinica psicosomatica del bambino. OS.
Klridlrt, Fsin, Solulè. Il bambino e il suo corpo. Astrolabio, Roma,1976.
Lebovici, Diaktine, Soulè. Traiteè de Psichiatrie del l’enfant. Puf, Parigi,1985.
Passi Tognazzo. Norme Rorchach in età evolutiva. OS.
Rizzo, Parisi, Pes. Manuale per la racolta,localizzazione e siglatura delle interpretazioni Rorchach. Edizioni Kappa,1980.
Winnicott. L’insediamento della psiche nel corpo . In La natura umana, Cortina,Milano,1995.
Winnicott. Sviluppo affettivo e ambiente. Armando editore, Roma, 1970.
Schafer.L’interpretazione psicoanalitica del Rorchach. Boringhieri.
 

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Supporto psicologico ai pazienti con cardiopatia congenita.

RICERCA PSICODIAGNOSTICA NEL REPARTO DI CARDIOLOGIA PEDIATRICA DELL’OSPEDALE BAMBIN GESU,  DI PALIDORO.
Lavoro presentato il 10 \11\ 2007 al congresso di cardiologia pediatrica di Bergamo.
 
Dott. S. Ricci (Psicologo) Dott.ssa S. Sciunnach (Psicologa) Loredana Sbraccia (Infermiera pediatrica) L. Toccaceli (Infermiera pediatrica) M.T. Diamante (Infermiera pediatrica) M.A. Muscianisi (Infermiera pediatrica) P.A. Traverso (Infermiera pediatrica) L. Ligia (Infermiera pediatrica) D. Parisi (Infermiera pediatrica) Dott. L. Ballerini (Primario Reparto Cardiologia – SEDE di Palidoro)
Reparto di Cardiologia Pediatrica dell’OBG di Palidoro, Primario Dott. Luigi Ballerini
 
Con il termine di cardiopatia congenita si intende una malformazione anatomica del cuore che è presente dalla nascita. Diverse forme di malformazione cardiaca richiedono un intervento chirurgico nei primi anni di vita se non già nelle prime settimane.
Con il miglioramento delle tecniche diagnostiche e chirurgiche delle cardiopatie congenite si è assistito ad un aumento della speranza di vita in pazienti con tale disfunzioni.
Partendo dalla riformulazione della definizione di “qualità della vita” stabilita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1994 come “la percezione che gli individui hanno della loro posizione nella vita, nel contesto della cultura e del sistema di valori nel quale vivono ed in relazione con i loro obiettivi, le loro aspettative, i loro standard e le loro preoccupazioni”, ci si rende conto che si tratta di un concetto ad ampio spettro e che è modificabile in funzione di svariate componenti: dalla percezione della propria salute fisica e psicoemotiva, dal livello di indipendenza, dalle relazioni sociali e dall’interazione con il proprio specifico contesto ambientale.
La nascita in un bambino con cardiopatia congenita si accompagna spesso al senso di colpa e sentimenti d’inadeguatezza dei genitori che sentono frustrata la loro immagine di buoni genitori portatori di salute. In queste famiglie può instaurarsi un clima familiare iperprotettivo e/o iperaccudente. In uno studio di Brosig CL teso ad indagare le conseguenze psicosociali di bambini dai tre ai sei anni che hanno subito un intervento chirurgico di hypoplastic left heart syndrome (HLHP) e transpotion of the great arteries (TGA), oltre ad una sostanziale uguaglianza dei punteggi nei test somministrati ai genitore sullo stile di vita, emergono genitori più permissivi nel loro stile genitoriale rispetto ai genitori del campione di controllo. In un’intervista somministrata a 25 madri di bambini con cardiopatia congenita di età compresa tra 5 e 11 anni, Glaser et al. 2, rilevarono la presenza di sentimenti di colpa ed inadeguatezza, insieme alla sensazione di essere vittime del destino, con comportamenti di iperprotezione ed indulgenza verso il figlio cardiopatico, indipendentemente dalla gravità della patologia. Gli autori ipotizzarono che probabilmente la presenza di atteggiamenti poco “salutari” dei genitori potesse influire negativamente sullo sviluppo della personalità del bambino, incidendo anche sulle sue capacità intellettive3., Mussatto KA, Kuhn EM, Tweddell JS1,
Riguardo agli aspetti cognitivi i risultati riportati in letteratura risultano essere contradditori. Difficoltà cognitive in bambini tra i 10 e i 15 anni sono state riportate in letteratura da alcune ricerche che ipotizzano che sia la natura della malattia, sia l’intervento chirurgico potrebbero influire sullo sviluppo cognitivo4,5. Un recente studio, utilizzando tra gli strumenti la wisc-r, individua in bambini con una cordiopatia congenita e sottoposti ad intervento chirurgico, un profilo neuropsicologico con una lieve difficoltà motoria e una moderata difficoltà nella risoluzione di compiti che indagano capacità linguistiche (Miatton M., De Wolf D., François K., Thiery E., Vingerhoets G.)6. D’altra parte, Casari e al.7 somministrando a 97 cardiopatici congeniti, di età compresa tra 6 e 15 anni, sottoposti a intervento chirurgico correttivo, test per la diagnosi psicologica e intellettiva, hanno rilevato un livello intellettivo nella norma.
 
 
Il nostro studio si è mosso proprio da queste considerazioni e dal desiderio di conoscere la realtà psichica dei pazienti che afferiscono al nostro centro e dare loro una risposta esaustiva ai problemi che incontrano durante la loro guarigione.
I test psicodiagnostici da noi utilizzati sono stati tre:
– il test CBCL (Child Behavior Checklist), che è uno strumento di valutazione del comportamento del bambino e del ragazzo più diffuso e utilizzato a livello internazionale, in quanto fornisce importanti linee guida per pianificare appropriati piani d’intervento in diversi ambiti sia clinici che di ricerca. L’utilizzo di questo strumento permette in effetti di ottenere indicazioni affidabili nel riconoscimento precoce di eventuali segni di rischio evolutivo consentendo così un intervento preventivo del disagio psicologico. Nella presente ricerca in particolare sono state utilizzate per la valutazione psicodiagnostica le seguenti versioni:
  • Per bambini da 1 anno e mezzo ai 5 anni e nove mesi
  • Per bambini/ragazzi dai 6 ai 18 anni;
– il test della valutazione rapida dello stress (VRS). Il test, autosomministrato, si presenta come un questionario con risposte a scelta multipla. Gli item contengono frasi che rispecchiano comuni stati d’animo o reazioni fisiche. Il questionario contiene quindici item che indagano cinque diverse aree: Ansia, Depressione, Somatizzazione, Aggressività e Supporto Sociale, che nel loro insieme concorrono a quantificare il grado e la qualità di risposta agli stressor. Tali scale sono state correlate con alle scale D (Depressione), Pt (Psicastenia), Hs (Ipocondria), Pd (Deviazione psicopatica) e Si (Introversione sociale) dell’MMPI;
– TAS-20 (Toronto Alexithymia Scale). Rappresenta il mezzo più usato per la diagnosi di Alessitimia, che valuta la sfera dei disturbi affettivi del ragazzo, in rapporto alla capacità di esprimere le proprie emozioni. L’alessitimia è risultata significativamente correlata a numerose condizioni patologiche sia di natura psicosomatica che psicologica come l’ipertensione, la dispepsia, i disturbi sessuali, l’abuso di sostanze e alcuni disturbi d’ansia.
 
I dati sono stati raccolti su un campione di 149 soggetti di cui 69 femmine e 80 maschi (46.3% F. e 53.7% M.) l’età media è di 11.9 con Moda di 7 anni. Solo 19 soggetti hanno un’età superiore ai 18 anni. Il 77% dei pazienti è stato sottoposto ad intervento chirurgico di risoluzione.
Il CBCL 1.5/5.9 è stato somministrato a 18 soggetti.
Il CBCL 6/18 è stato somministrato a 69 soggetti. Femmine 33 e Maschi 36.
Per un totale di 87 soggetti.
Il VRS è stato somministrato a 158 soggetti (maggiore del campione perché somministrato ad entrambi i genitori e ai ragazzi). In particolare a 45 Padri, a 91 Madri e a 22 Ragazzi.
Il TAS 20 è stato somministrato a 49 soggetti. 23 Femmine e 26 Maschi (F. 46.9%, M. 53.1%).
 
 
VALUTAZIONE RAPIDA dello STRESS PADRE
Campione: 45
40 padri di bambini dai 7 anni in poi
5 padri di bambini dai 6 anni in giù
 
0 = normale
1 = bordenline
2 = patologico
   
0
1
2
TOT
Ansia
 
>7anni
<6anni
26 (65%)
2 (40%)
14 (35%)
3 (60%)
 
40
5
Depressione
>7anni
<6anni
24 (72,5%)
4 (80%)
9 (22,5%)
1 (20%)
2 (5%)
40
5
Somatizzazione
>7anni
<6anni
20 (50%)
5 (100%)
19 (47,5%)
1 (2,5%)
40
5
Aggressività
>7anni
<6anni
32 (80%)
4 (80%)
8 (20%)
1 (20%)
 
40
5
Sup. Sociale
>7anni
<6anni
22 (55%)
3 (60%)
16 (40%)
2 (40%)
2 (5%)
 
40
5
Stress totale
>7anni
<6anni
26 (65%)
4 (80%)
14 (35%)
1 (20%)
 
40
5
 
 
VALUTAZIONE RAPIDA dello STRESS MADRE
 
   
0
1
2
TOT
Ansia
<7anni
<6anni
35 (48,6%)
9 (47,4%)
35 (48,6%)
8 (42,1%)
2 (2,8%)
2 (10,5%)
72
19
Depressione
 
45 (62,5%)
11 (57,9%)
23 (31,9%)
7 (36,8%)
4 (5,6%)
1 (5,3%)
 
Somatizzazione
 
40 (55,6%)
10 (52,6%)
30 (41,7%)
9 (47,4%)
2 (2,8%)
 
 
Aggressività
 
57 (79,2%)
17 (89,5%)
14 (19,4%)
2 (10,5%)
1 (1,4%)
 
 
Sup Sociale
 
40 (55,6%)
14 (73,7%)
26 (36,1%)
3 (15,8%)
6 (8,3%)
2 (10,5%)
 
Stress totale
 
46 (63,9%)
13 (68,4%)
25 (34,7%)
5 (26,3%)
1 (1,4%)
1 (5,3%)
 
 
 
ATTIVITA’ CBCL 6-18
 
0 = normale
1 = clinico
 
 
FEM
MASC
TOT
0
22 (62,9%)
13 (37,1%)
35 (50,7%)
1
11 (32,4%)
23 (67,9%)
34 (49,3%)
 
 
I risultati mostrano che nel dato del CBCL sull’ ”attivià”, relativo all’informazione sulla presenza o meno di una ridotta pratica di attività fisica e ricreativa sana e tipica nei ragazzi dell’età considerata, il 50.7% rientra in valori di normalità e il restante 49.3% risulta patologico.
E’ presente in una percentuale del 20% un disagio psicologico che si esprime per lo più attraverso un ripiegamento su se stessi e sul proprio corpo (Problemi Internalizzanti, scala CBCL).
Dal VRS si riscontra che nelle madri le componenti più problematiche sono relative all’Ansia, alla Somatizzazione e al Supporto Sociale rispettivamente con percentuali cliniche del 51.4%, 44.5% e 44,4%. Queste stesse aree, seppure con percentuali lievemente diverse, hanno ottenuto punteggi clinici con una frequenza maggiore anche nel VRS paterno (Ansia 35%, Somatizzazione 50% e Supporto Sociale 45%).
Nella TAS-20 compilata dai ragazzi dagli 11 anni in poi emerge una percentuale pari al 28.5 di soggetti che si collocano tra una situazione bordenline e un quadro clinico.
Tutti i dati presentanti ci inducono a ipotizzare che la coppia genitoriale tende al controllo delle emozioni e degli scambi affettivi intensi poichè come sappiamo bene dagli studi di psicosomatica che correlazione può sussistere tra “non mentalizzare le emozioni” e il sintomo psicosomatico. E’ probabile che questi genitori nel tentativo di iperproteggere il bambino non permettano una fuidità emotiva relazionale e una cattiva mentalizzazione dei vissuti con conseguente aumento dell’ansia e di sintomi organici di vario tipo.
Tale dato sembra essere confermato dalla correlazione (p= 0,005 r= ,295) esistente tra la tendenza alla somattizzazione materna (dal VRS) con la somatizzazione del bambino (rilevato con CBCL 6/18); e dalla correlazione tra della stessa somatizzazione materna con i risultati della TAS-20.
Infine, altro aspetto da evidenziare è la presenza di una maggiore tendenza alla depressione da parte delle madri dei pazienti operati (49,2%) e una parallela ansia di tipo depressivo negli stessi bambini, come se la maggior parte dei pazienti operati abbia genitori tendenti a sentimenti depressivi rispetto a quelli non operati nei quali, invece, si nota un aumento dell’ansia generalizzata evidentemente composta dalle paure e dalle preoccupazioni della risoluzione dell’atto operatorio.
 
 
 
BIBLIOGRAFIA
 
              2. Glaser H., Harrison G.S., Lynn D. Emotional implications of congenital heart disease in children. Pediatrics (1964);
              3. Problematiche psicologiche ed alterazioni cognitive nela GUCH Community. L. Daliento, A. Melendugno, P. Scarso, B. Volpe (2003);
            4. DeMaso DR, Beardslee WR, Silbert AR, Fyler DC. Psychological functioning in children with cyanotic heart defects. J Dev Behav Pediatr 1990; 11: 289-94.
              5. Kramer HH, Awiszus D, Sterzel U, van Halteren A, Classen R. Development of personality and intelligence in children with congenital heart disease. J Child Psychol Psychiatry 1989; 30: 299-308.
              6. De Wolf D., Miatton M., François K., Thiery E., Vingerhoets G.
7. Casari E., Fantino A, Lertora V, et al. Valutazioni funzionali a distanza dei cardiopatici congeniti operati. Implicazioni psicologiche e sociali: inserimento nell’ambiente extrafamiliare, in quello scolastico e nell’attività sportiva. In: Atti del 16° Congresso Nazionale della Società Italiana di Cardiologia Pediatrica. Varese, 1986: 110-9.
8. Achenbach T. M., Rescorla L. A. (2000) Manual for the ASEBA Preschool Forms & Profiles;
              9. Achenbach T. M., Rescorla L. A. (2001) Manual for the ASEBA School-Age Forms & Profiles;
10. Ancona L. (a cura di) (2004) Insegnanti e specialisti per la nuova scuola;
              11. http://www.emedea.it/index.html
 

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Un esempio di terapia riabilitativa con persone disabili e le loro famiglie.

Paola Andreoli, Maria Grazia Antinori, Antonio Gerardi, Rosa Gotti, Barbara Puglia.
 pubblicato su “Proposte per la salute mentale” n. 1 – 1992 , Roma – Edizioni Kappa
                                                                                                                                “La sostanza nervosa…ha trovato
 Nell’efficacia della propria
Attività musoclare, un criterio per
Distinguere un dentro e un fuori”.
un esempio di terapia con p disabili                                   S. Freud
Il concetto di “clinica”, nella terapia riabilitativa con persone disabili, in genere,un lavoro teso al recupero di un danno,mentre per attività “extraclinica” ci si riferisce a progetti legati alle esigenze della vita reale (inserimento lavorativo, socializzazione, tempo libero).
Ma, a veder bene, questa distinzione risulta spesso difficile e di fatto convenzionale, rendendo i confini fra aspetti clinici ed extraclinici del tutto arbitrari.
Lavorando con disabili adulti ci è apparso sempre più evidente la necessità di considerare le specifiche attività terapeutiche, come momenti parziali di un progetto più complesso che, per aumentare le probabilità di successo, deve prendere in considerazione aspetti sociali, economici, culturali, psicologici e corporei, che coinvolgono non solo il paziente ma anche il gruppo familiare e sociale nel quale è inserito.
Ciò non è tuttavia ancora sufficiente in quanto il progetto terapeutico, nella sua articolazione,non può essere semplice sommatoria di singoli interventi, ma deve avere, come struttura portante , la capacità, da parte degli addetti ai lavori, di considerare la “persona” del disabile come momento unificante dei molteplici bisogni che esprime e il punto di riferimento per le risposte che il servizio mette in atto.
Questa logica comporta uno stile di lavoro che dovrebbe conciliare due atteggiamenti che dovrebbero apparire contrastanti: da una parte la necessità di non scadere in un assistenzialismo passivizzante e, dall’altra, la necessità di superare la dicotomia tra aspetti clinici ed extraclinici. Una politica assistenziale di questo tipo si basa sul presupposto che la complessità degli elementi che possono influenzare l’evoluzione psicofisica di una persona, sana o malata che sia, non permette in genere di individuare precise catene causali. Sia nell’area clinica che extraclinica appare rischioso affermare che un determinato cambiamento sia dovuto ad un determinato atto terapeutico, o ad un determinato specifico fattore.
Alcune caratteristiche del lavoro con pazienti disabili adulti rendono, inoltre, ulteriormente critica questa distinzione.
Un primo aspetto ripercorre la vecchia diatriba fra conflitto e deficit, ampiamente evidenziata e in parte ridimensionata, nel campo delle psicosi schizofreniche.ancor più che per lo psicotico cronico, per il disabile permane la concezione di una persona “priva di”, dove il difetto acquista una netta supremazia sul conflitto. Questa visione alimenta una tendenza vicariante da parte dei parenti, ma anche dell’operatore e del servizio, e rinforza aspetti di dipendenza invece di sostenere e incrementare le potenzialità di rapporto con la realtà.
Un secondo aspetto nasce dalla constatazione che nel disabile il corpo è il principale responsabile della diversità. Anche nei casi dove prevale il deficit intellettivo rispetto a quello motorio, il corpo acquista comunque un valore di realtà diverso dal corpo fantasmizzato del paziente schizofrenico.
Queste considerazioni ci hanno consentito di individuare una modalità molto specifica di conduzione di gruppi terapeutici, che si basa sull’analisi delle interrelazioni tra esperienze corporee, intese come percezione del corpo nella sua espressione muscolare, e strutturazione del Sé, vista come costruzione e progressiva integrazione della funzione pensante. Il corpo dunque, nella sua sollecitata attività muscolare e nella percezione che questa comporta, diviene uno strumento di comunicazione privilegiato del paziente con se stesso, con gli altri e nella relazione terapeutica.
Ci piace collocare l’esperienza che riportiamo al confine tra la dimensione clinica e quella extraclinica.
Dell’esperienza clinica mantiene il rigore metodologico, l’attenzione alla relazione intrapsichica e interpersonale,la capacità di consensualizzazione e quindi per quanto possibile di descrizione. Della dimensione extraclinica mantiene l’attenzione alla ricaduta sociale, la valutazione dei feed-back che provengono dal gruppo familiare, la ricerca di indicatori in grado di esprimere l’essere-nel-mondo del disabile.
Se è vero che il gruppo che abbiamo portato avanti, trattandosi di un gruppo sperimentale, ha rappresentato un microcosmo di apprendimento sia per i pazienti che per gli operatori, l’attenzione di questi ultimi non è stata concentrata sul ripristino della funzione perduta, ma verso la creazione di uno spazio che con Bergès possiamo chiamare “dell’azione”. Spazio dove il mentale e il corporeo, l’individuale e il collettivo, il fantastico ed il reale trovano un momento di integrazione che dovrebbe permettere, ad un tempo, l’individuazione e l’adattamento, l’essere per se stessi e il poter essere “con e non per” gli altri.
L’esperienza     
L’esperienza si è svolta presso il S.D.S.M. della USL RM/12 U.O.T. XX ed è stata portata avanti dalla felice collaborazione fra gli operatori dell’èquipe disabili adulti e l’A.R.P.I.T.
Riguarda un gruppo di sei persone, tre maschi e tre femmine, con patologie organiche di diversa gravità e natura (sindrome di Down, ipotiroidismo, idrocefalia pregressa), di età compresa fra i diciotto e i trenta anni. La durata del gruppo è stata di due anni.
Nella prima fase del nostro lavoro abbiamo proposto esercizi al suolo, individuali ed in coppia, per permettere il contatto con l’intera superficie corporea. Questa modalità, sperimentata come piacevole, ha consentito di entrare in rapporto con i confini reali del corpo. Il passaggio per gradi dal lavoro individuale a quello di coppia e successivamente di gruppo ha offerto la possibilità, anche attraverso il contatto fisico, di accedere ad una maggiore intimità ed identità gruppale che ha incrementato il senso di appartenenza.
Durante tutta l’esperienza abbiamo posto molta attenzione a creare un contesto emotivo piacevole, ciò ha permesso la gestione delle emozioni ed una gestualità meno stereotipata, ed una atteggiamento di fiducia nei confronti degli operatori.
Man mano che ci rendevamo conto che l’espressività personale diveniva più articolata, incrementavamo la complessità del lavoro cercando di favorire l’autonomia decisionale.
Il gruppo ha risposto con una accresciuta capacità di auto-regolare le proprie attività: gli stessi partecipanti fissavano e modificavano le regole dei vari giochi proposti e, negli esercizi basati sull’emissione della voce, direttamente collegati al mondo emotivo (grida), sono passati da una indistinta omogeneità del tono ad una più marcata modulazione espressiva.
Sono stati utilizzati vari materiali: palloni, carte colorate, stoffe, colori a dita, tempere, materiali plastici, ed altri ancora.
Questi oggetti, progressivamente introdotti sono stati esplorati in tutte le loro possibili utilizzazioni.
La scoperta dell’oggetto è stata individuale ma usata come mezzo di scambio e di comunicazione all’interno del gruppo. In questa accezione l’oggetto è sede di affettività e di significati relazionali, vero e proprio oggetto “transizionale”.
In una seconda fase abbiamo cercato di favorire l’espressione verbale delle esperienze corporee che prima lasciavamo che venissero semplicemente sperimentate. Ad esempio, si sono introdotti, con vari materiali, rumori e suoni chiedendo ai partecipanti di descrivere le loro esperienze e di esprimere le loro associazioni relativamente a ciò che accadeva. Ciò ha migliorato l’iniziale deficitaria capacità di verbalizzazione e, con essa, la stessa funzione del pensiero.
Un passo successivo, per cercare di superare la povertà ideativa e linguistica, è stato quello di introdurre la narrazione di alcune fiabe che riuscivano a coinvolgere l’emotività del gruppo che tuttavia esprimeva, in parte dei suoi componenti, una grande difficoltà a cogliere e ricostruire lo sviluppo temporale e logico.
Si è lavorato su questi aspetti in un primo tempo coinvolgendo i partecipanti attraverso il racconto secondo modalità che potessero essere recepite nonostante i deficit, e successivamente incrementando le risorse “attive” del gruppo e la creatività, tramite la drammatizzazione con oggetti e travestimenti.
Questa modalità di lavoro ha evidenziato le differenze tra i partecipanti al gruppo. I ragazzi dotati di una maggiore capacità cognitiva sono stati in grado di utilizzare gli elementi della fiaba sia sul piano della adesione emotiva che su quello della rielaborazione personale, intervenendo attivamente sulla storia, modificandone l’organizzazione e verbalizzando i vissuti personali proiettati sui vari personaggi.
Ciò mostrava una discreta capacità di differenziare il Sé dall’Altro e la possibilità di utilizzare categorie spazio-temporali sufficientemente corrette. Altri membri del gruppo, che mostravano livelli di deficit più estesi, sembrano non poter accedere all’area dei significati e dello sviluppo logico. Possono tuttavia trarre vantaggio partecipando all’esperienza su un piano “concretamente emotivo” legato ad un rapporto simbiotico con il gruppo vissuto come “contenitore buono” che comunque fa sentire accolti.
Un indice interessante del processo che abbiamo descritto è rappresentato dai risultati ai tests grafici, somministrati a tutti i membri del gruppo nel corso dell’esperienza.
A titolo d’esempio riportiamo i cambiamenti nelle prestazioni grafiche di due pazienti, paradigmatiche, a nostro avviso, di due diversi livelli di utilizzazione del gruppo terapeutico.
Nel caso di M., dotato di discreta capacità di organizzazione cognitiva, il tratto diviene progressivamente più deciso e definito, e vengono integrate soprattutto nel viso, parti inizialmente mancanti a riprova di una evoluzione del proprio schema corporeo. L’uso del colore si fa più ricco e vivace, indice di una minore costrizione emotiva e di una espressività più libera.
Nel caso di F., meno dotato dal punto di vista cognitivo, notiamo che mentre gli elementi formali tendono a rimanere costanti, il colore utilizzato a riempire gli spazi, mostra un cambiamento nell’atteggiamento emotivo, che sembra potersi riallacciare all’ipotesi di un’adesione ancora prevalentemente fusionale al gruppo.
Ciò sembra ulteriormente indicato nella modificazione delle prestazioni grafiche per l’interruzione estiva dell’esperienza, le figure appaiono più piccole e l’uso prevalente del nero segnala la sofferenza per un’ esperienza di perdita.
Dal clinico all’extraclinico e viceversa
 
La nostra esperienza ci ha permesso di mettere a fuoco numerosi aspetti problematici inerenti la gestione di un gruppo di disabili adulti. Vorremmo utilizzare il nostro vissuto come filo conduttore per evidenziarli.
Durante l’elaborazione del progetto ci sentivamo fortemente motivati dal momento che i presupposti teorici che avevamo selezionato ci apparivano particolarmente corrispondenti allo scopo. Potevamo ragionevolmente attenderci che si realizzasse l’obiettivo di fungere da stimolo adeguato per la crescita emotiva, cognitiva e relazionale del gruppo.
Nella realtà dell’esperienza abbiamo potuto constatare che la creazione di un campo emotivo non era tanto legata alla “bontà” del modello adottato, quanto piuttosto alla nostra intrinseca capacità, come singoli operatori e come gruppo, di sviluppare uno spazio relazionale di partecipazione ed azione, direttamente proporzionale alle capacità di ciascuno dei partecipanti.
Abbiamo imparato sul “campo” la necessità che la teoria non pregiudichi l’osservazione e come, anche nel lavoro con i pazienti disabili, si debba costruire una modalità di ascolto equivalente a ciò che Freud chiamava “attenzione fluttuante” e Bion “senza memoria e senza desiderio”. Questa dimensione di ascolto-osservazione rintracciabile anche nei setting meno ortodossi costituisce un requisito indispensabile per comprendere il disabile tramite processi identificativi.
Abbiamo inoltre imparato che non è sufficiente una attenzione a ciò che avviene dentro il gruppo, ma ogni paziente deve essere considerato oltre che partecipante al gruppo di terapia, l’esponente di un gruppo familiare e microsociale del tutto peculiare e quindi diverso da quello degli altri pazienti.
In questo senso la nostra esperienza si pone al confine tra un atteggiamento rigidamente clinico ed una più integrata modalità di approccio alla realtà del disabile.
Diviene allora possibile superare la dicotomia clinico-extraclinico, ponendo l’accento sul mondo reale di questi particolari soggetti, attraverso una relazione di contenere aspetti di realtà e bisogni psicologici fra loro in rapporto di reciproco scambio.
Le capacità che si acquisiscono nel lavoro di gruppo, così come ciò che non viene raggiunto, magari per eccessive aspettative, costituiscono stimoli nel contesto ambientale del paziente che potrà reagire sia amplificando che inibendo, se queste interazioni non verranno tenute in sufficiente conto dagli operatori si andrà avanti come in una navigazione alla cieca dove solo il caso diventa l’arbitro delle mete raggiunte o mancate.
Il lavoro con le singole famiglie o con il gruppo delle famiglie permetterà non solo di migliorare le acquisizioni del singolo paziente ma di influenzare l’immaginario collettivo nei confronti della persona handicappata che appare attualmente caratterizzato da due antinomici poli interpretativi. Da un lato è diffusa l’opinione che la disabilità non sia suscettibile di interventi trasformativi e che l’unico approccio possibile sia quello assistenziale, il disabile viene sempre più identificato con il suo handicap.
Sul versante opposto è possibile evidenziare una posizione, analogamente pregiudiziale, basata sull’idea che sia possibile un intervento salvifico, magico, in gradi di restituire l’ integrità, a ciò corrisponde in genere un atteggiamento di iperstimolazione del paziente.
Ma dal momento che anche gli operatori sono figli della propria era, può succedere che anche loro, quando la realtà e l’irriducibilità del limite oggettivo dell’handicap genera eccessivi livelli di frustrazione, possono ricorrere più o meno inconsciamente, ai pregiudizi ai quali abbiamo fatto riferimento.
Soltanto la continua verifica dei bisogni reali, nel corso dell’esperienza, ci ha consentito un atteggiamento di “attesa partecipe” in grado di accogliere e valorizzare le iniziative dei pazienti.
Bisogna tuttavia sottolineare come un siffatto spazio relazionale che trova nel “setting” un luogo tecnicamente protetto, acquista il suo valore più propriamente terapeutico solo se può essere trasferito nella realtà quotidiana.
Ciò può avvenire se si rinuncia al modello di un setting onnipotente e si comincia a pensare ai legami di questa specifica modalità di intervento con altri momenti terapeutici, altri operatori, altre istanze sociali.
Sicuramente una cassa di risonanza privilegiata non può che essere la famiglia, dove le frustrazioni emotiva, legate alla convivenza con un membro handicappato, possono facilmente mettere in scacco la competenza genitoriale.
Abbiamo visto come uno degli indicatori dell’evoluzione del processo terapeutico sia rappresentato dalla capacità dei familiari di ridefinire la loro richiesta di delega o di generica domanda di intrattenimento per il figlio, per passare ad un coinvolgimento diretto nel processo terapeutico. Questo sarà facilitato dalla capacità degli operatori di riproporre ed esportare, in seno stesso alla famiglia, una immagine che sostituisca alla figura di tecnici onnipotenti o impotenti quella di persone in grado di apprendere dalle specifiche esperienze nelle quali si trovano coinvolti. E’ possibile che quando si raggiunge questa integrazione la maggior individuazione dei partecipanti al gruppo si possa trasformare in richiesta di aiuto individuale come nel nostro caso è successo per tre dei sei pazienti.
Vorremmo terminare ribadendo che una simile impostazione colloca, a nostro avviso, la gestione e la competenza del trattamento dei disabili adulti nell’organizzazione dei Servizi Dipartimentali di Salute Mentali, in quanto il lavoro sul corpo non può prescindere dal significato che a questo corpo viene attribuito, e dal campo delle relazioni familiari e sociali, dove questi significati vengono generati e da dove si devono differenziare.
La riabilitazione dell’handicap non si identifica con la riabilitazione motoria e sociale, anche se questi aspetti devono avere un loro spazio all’interno del progetto terapeutico, sarà la modalità e la qualità della relazione con gli operatori a sancire quanto il disabile riuscirà ad utilizzare dei vari stimoli che gli possono venire offerti.

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Il mal di scuola adolescenziale

Maria Grazia  Antinori
Le famiglie spesso si allarmano per l’insufficiente profitto scolastico dei figli, l’andare male a scuola è considerato giustamente un campanello d’allarme di un disagio del ragazzo che può risentire di molteplici fattori che contribuiscono ad abbassare la motivazione allo studio, ad esempio  la non perfetta organizzazione scolastica, la qualità dell’insegnamento, le dinamiche del gruppo classe ma spesso la causa principale dei voti insufficiente è strettamente legata a come  viene affrontata l’adolescenza, una fase di sviluppo complessa ed articolata  caratterizzata dalla crescita fisica e dall’acquisizione dei caratteri sessuali secondari.
In base alla nostra esperienza di psicoterapeuti osserviamo come il disagio scolastico si manifesti prevalentemente in quei giovani che, per la loro sensibilità o condizione, risentono maggiormente dei difetti e limiti dell’organizzazione scolastica. La scuola non sempre aiuta i ragazzi che, per qualche verso, si differenziano dalla media dei coetanei, spesso la diversità, sia questa espressione di particolare sensibilità o di problematiche psicologiche e sociali, si trasforma in un fattore di disturbo, di handicap che può grandemente acuire il senso di isolamento e di inadeguatezza del giovane che si vive, per un motivo o per l’altro, “diverso”.
In questo contesto, l’insufficiente rendimento scolastico può rappresentare un’ulteriore pesante conferma della già bassa autostima del ragazzo “diverso”, rinforzandone l’autosvalutazione: “non valgo niente, non capisco nulla”  può trasformarsi  facilmente nel fatidico “nessuno mi capisce” e relativo isolamento dall’ambiente.
Come psicoterapeuti dell’equipe dell’ARPIT,  Società  di psicologia di Roma, ci troviamo ad accogliere adolescenti che richiedono aiuto nel affrontare  la crisi scolastica. Per esempio Giovanni,16 anni, secondo anno di liceo, si presenta parlando solo del suo andare male a scuola, del comportamento ribelle, della collezione di note in condotta che gli fanno rischiare la seconda bocciatura consecutiva. E’ proprio la paura di ripetere nuovamente l’anno che lo spinge  a chiedere una  psicoterapia.
Giovanni colpisce per l’aspetto massiccio, alto e robusto si muove come se fosse un solo blocco, in maniera automatica e a scatti, nonostante la sua altezza indossa delle scarpe da ginnastica con la zeppa che   limitano ancora di più i suoi movimenti. I tratti somatici ricordano quelli di un bambino, il viso privo di peluria è poco espressivo e mobile, lo sguardo seminascosto dal cappellino. Parla con una voce sottile, il linguaggio è povero soprattutto se rapportato al livello culturale e sociale della famiglia. La descrizione di Giovanni è il modo più immediato per evidenziarne le difficoltà d’identità, il corpo disarmonico è l’esatta descrizione del suo mondo interno confuso e allo stesso tempo coartato e spaventato, l’identità emotiva ed affettiva non sono sincronizzate con la crescita del corpo.
Nella fase diagnostica il ragazzo accetta di sottoporsi a una batteria di test, Figura umana, Wartegg, Rorchach. Il disegno della figura umana colpisce per la povertà, stereotipia, il senso di vuoto e la mancanza di vitalità, mentre il Rorchach evidenzia un adeguato livello intellettivo, ciò che rende Giovanni incapace di affrontare i compiti scolastici non è certamente una limitazione  dell’intelligenza ma piuttosto le complesse dinamiche emotive e relazionali.
La terapeuta confronta con il paziente con i risultati ai test, lo incoraggiato e rassicura sulle sue capacità cognitive distinguendo il problema scolastico dall’identità complessiva: Giovanni non è semplicemente l’allievo incapace ma piuttosto una persona con sfaccettature complesse ed articolate che sta vivendo un momento particolarmente complesso e difficile della sua crescita. Il basso rendimento scolastico e le sue “insufficienze” non possono svalutare la sua persona, del resto nessuno  può essere semplicemente identificato con il problema che presenta.
Il processo terapeutico  si snoda per tappe successive e complesse  pur partendo dall’urgenza del problema scolastico, l’intervento  presto  si estende all’intera personalità di Giovanni.
A mano a mano che sono affrontate le aree conflittuali quali il rapporto con il padre troppo assente e la presenza costante di una madre che non riesce però ad avere un dialogo significativo con il figlio, migliorano  sensibilmente anche il comportamento ed il profitto scolastico. Giovanni recupera in quasi tutte le materie ma soprattutto si integra meglio nella classe con i suoi pari e quindi ricorre meno alla provocazione e alla ribellione, soprattutto smette di fare il giullare della classe, atteggiamento che rappresentava il suo tentativo di conquistare un’identità, un ruolo, anche se negativo, comunque vissuto come più accettabile dell’essere considerato solo come lo studente inadeguato e ripetente. Piano, piano Giovanni si avvicina a quei compagni che giudicava più capaci e dai quali si aspettava d’essere rifiutato, incontrando invece un’accettazione inaspettata e rassicurante.
Un altro esempio di ragazza in difficoltà è la storia di Sonia, 18 anni, viene a consultazione per la grande difficoltà che prova nella relazione con un professore che secondo la giovane sottolinea troppo gli errori usando modi ironici ed aggressivi. Sonia piange spesso durante le lezioni di filosofia, le lacrime sono il suo unico modo per esprimere il grande disagio e la tensione emotiva che prova in classe, il racconto di questo problema è accompagnato da un pianto sconsolato che si protrae per molte sedute.
Nella fase diagnostica i test evidenziano gravi problemi di personalità e sottolineano invece una buona dotazione intellettiva. Sonia è sensibile, graziosa nell’aspetto, anche se insicura della propria identità femminile: non ha avuto esperienze con i ragazzi e se prova un particolare interesse per un coetaneo tende a comportarsi con apparente indifferenza.
Dal lavoro terapeutico emerge il legame speciale tra Sonia ed il padre dal quale non si sente capita, la ragazza non solo percepisce il genitore incapace di esprimerle l’affetto ma lo avverte anche come aggressivo e polemico nei suoi confronti.  Sonia soffre molto per questo atteggiamento del padre ma non lo ha mai comunicato chiaramente, il tutto è reso più difficile dalla gelosia  verso la sorella minore; la ragazza desidera fortemente essere accettata e riconosciuta come la “figlia prediletta”, ruolo che attribuisce alla sorella.
La terapeuta incentra il suo intervento sulla constatazione  che Sonia sia particolarmente sensibile ai modi ironici e aggressivi dell’insegnante proprio per la somiglianza con il comportamento paterno, per la ragazza il professore è una sorta di rappresentazione della figura paterna vissuta come molto svalutante ed ambivalente, in un certo senso, non riuscendo ad esprimere direttamente al padre i suoi ambivalenti sentimenti, Sonia si concede di farlo proprio con il professore, a scuola in un contesto “altro” da quello familiare, spostando così l’espressione dei complicati vissuti edipici dall’oggetto originario, il padre, all’oggetto sostitutivo, il professore. L’interpretazione di tale dinamica aiuta la ragazza a differenziare la figura paterna dal professore, riconoscendo meglio le caratteristiche reali del suo insegnante, rendendola così meno suscettibile e reattiva in classe, la filosofia rimane una materia ostica, ma migliora notevolmente il profitto scolastico.
Questi due esempi clinici  sono  dimostrazioni del valore comunicativo del disagio scolastico, del mal di scuola, è proprio una caratteristica degli adolescenti quella di utilizzare l’azione, l’agire per comunicare all’ambiente circostante un loro stato d’animo, un bisogno, un conflitto. Gli adulti, purtroppo, non sanno sempre ascoltare questo malessere agito e non espresso con le parole. Questo dialogo impossibile può trasformare quello che è un aspetto della crisi adolescenziale in un tratto stabile di personalità, limitando così il pieno sviluppo e realizzazione personale e sociale.
 Un altro aspetto significativo nei due esempi proposti, è come il profitto scolastico sia stato recuperato brillantemente senza bisogno di agire direttamente sulla scuola o sul metodo di studio.
I due ragazzi entrambi intellettivamente in grado di affrontare i programmi scolastici, proponevano un problema emotivo e relazionale che, affrontato e chiarito, ha permesso loro di riconquistare in breve tempo, anche la competenza scolastica.Questo sottolinea la necessità di considerare il ragazzo nella sua personalità, di non fermarsi al solo malessere o sintomo, quale andare male a scuola.
Pubblicato sulla rivista BABELE, N. 15, 2000
 Antinori Maria Grazia
Psicologa, psicoterapeuta
Cell 334 338 58 35
 

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