Arpit

Sede Via Ardea, 27 – Roma
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Sede P.zza Armenia, 9 – Roma
(+39) 06 6476 4116
(+39) 334 338 58 35

Mail: arpit.psicologia@gmail.com

Orientamento scolastico:e professionale, un esempio di intervento.

Barbara Puglia, Maria  Grazia AntinoriI, Maurizio  Costantini
Il Centro di Orientamento Scolastico e Professionale ARPIT dell’XI Circoscrizione, sviluppa la sua attività con interventi di orientamento presso le scuole medie e superiori circoscrizionale, con una ricerca sul vissuto dei giovani rispetto la scuola e con attività di consulenza psicologica per i ragazzi e le loro famiglie presso la sede di Via Dei Lincei 93.
Il Centro è stato attivato dall’Aprile del ’99 ed è sorto nell’ambito dei progetti a favore dei giovani nell’ambito della legge N. 285\97 (scheda 34).
Il progetto si è articolato su diversi aspetti correlati tra di loro, si è cercato di sviluppare una forte sinergia con la scuola, gli insegnanti, le agenzie pubbliche e private del territorio.
L’equipe del Centro, in particolare i tre psicologi con formazione clinica, hanno seguito nel corso degli ultimi due anni molti adolescenti e le loro famiglie che si sono rivolti direttamente all’ARPIT o sono stati inviati dagli insegnanti che hanno individuato una particolare difficoltà o crisi di sviluppo.
Considerando il lavoro di counseling, vorremmo condividere alcune esperienze significative che possano dare un esempio del tipo di problematiche e anche di risorse dei ragazzi e delle famiglie incontrate (per motivi di riservatezza eviteremo di indicare dati personali).
Chiara, tredici anni, capelli lunghi che incorniciano un viso tondo, è vestita con jeans larghi che nascondo il corpo, è spigliata nei modi , sguardo diretto anche se resta in silenzio seduta accanto alla madre.
I ragazzi, soprattutto i più piccoli, arrivano al Centro insieme ai genitori, in questo caso lo psicologo fa accomodare tutti, spiega la modalità di lavoro ed invita i genitori a lasciare la stanza per proseguire il colloquio con il ragazzo.
Con Chiara, inizia a parlare la madre molto sorridente, imbarazzata. Sono venute per capire meglio quale può essere l’indirizzo scolastico più indicato.
Il dubbio è tra liceo scientifico e classico, del resto la ragazza è stata sempre brava a scuola e per gli insegnati è in grado di affrontare con successo qualsiasi scelta.
Dalle parole della madre traspare un’ansia particolare, lei preferirebbe il liceo classico mentre la figlia quello scientifico.
Dalla breve descrizione della vita familiare, emerge una situazione particolare in casa vivono insieme la mamma e la figlia, il padre è morto da pochi mesi.
Il racconto è breve, senza commenti, frasi secche e rapide. La commozione della signora traspare dagli occhi lucidi ma il viso resta fisso in un sorriso forzato.
Chiara impassibile, silenziosa, ascolta attenta e allo tempo stesso, distaccata.
Il colloquio prosegue con la sola ragazza che parla della scuola, dei suoi interessi, della squadra di basket.
Chiara espone con precisione e partecipazione il suo pensiero ma solo verso la fine dell’ora si crea quella giusta vicinanza emotiva che consente alla psicologa di chiederle di parlare più direttamente di se.
Chiara descrive il rapporto tra lei e la madre, loro non parlato del lutto recente. Tutto è come prima, bisogna andare avanti non ci si può fermare, bisogna affrontare la quotidianità, non è forse così?
La risposta è che forse non è solo così, che certamente lei è una ragazza in gamba ma forse c’è bisogno di dare spazio ed ascolto ai suoi sentimenti, anche alla tristezza e al dolore.
Viene fissato un nuovo appuntamento per un test attitudinale   per meglio definire le potenzialità scolastiche. Al momento di restituire i risultati del test e di riflettere con Chiara sulla scelta scolastica, si presenta al colloquio la sola madre adducendo la motivazione dei compiti per giustificare l’assenza della figlia.
In realtà è la signora ad avere bisogno di parlare per raccontare il difficile e conflittuale rapporto di Chiara con il cibo, i ripetuti tentativi di dimagrire, il seguire la dieta a casa e comprarsi dolci di nascosto.
Descrivendo le condotte alimentari della ragazza, è come se la madre inconsapevolmente parlasse del rapporto tra lei e la figlia, di come questo sia basato sulle regole ed il controllo.
Chiara ruba il cibo così come sente di dover rubare quel tipo di affetto di cui ha bisogno e di cui la madre per le sue stesse difficoltà, non riesce, anche se vorrebbe, dare alla figlia.
La psicologa si limita ad ascoltare lo sfogo della mamma, l’unico intervento è sottolineare come l’aspetto intellettivo particolarmente evoluto di Chiara non corrisponda pienamente allo sviluppo affettivo, emotivo.
Forse ci sarebbe bisogno di un aiuto esterno. Offrire a Chiara uno spazio di ascolto, una persona che possa aiutarla a riprendere la sua crescita, che possa sostenerla nell’elaborare il lutto per la perdita del papà.
La signora risponde esponendo la sua diffidenza verso gli psicologi ma accetta comunque di prendere un nuovo appuntamento per la figlia, è infatti Chiara che deve scegliere la scuola ed è dunque con lei che vanno discussi e confrontati i risultati del test.
Al colloquio si presentano insieme madre e figlia.
L’incontro inizia con Chiara che sembra essere meno imbarazzata nel parlare di se, si discute della scuola, del liceo, dei motivi della preferenza verso l’una o l’altra possibilità.
C’è una novità, ha deciso di iniziare una psicoterapia.
La mamma glielo ha proposto e lei ha accettato, inizierà domani, andrà da una dottoressa che ha seguito in passato anche una loro conoscente.
La ragazza sembra sollevata, più spontanea e diretta. Il suo malessere è stato finalmente riconosciuto, non è solo la brava allieva, è anche la Chiara triste e sconsolata che ruba il cibo.
La madre propone alla psicologa di restare in contatto e nel salutarsi c’è il senso di aver condiviso un momento significativo.
La consulenza per la scelta scolastica ha permesso di dare voce sia al malessere di Chiara che della madre. Il conflitto sul tema della scuola era uno spostamento del conflitto tra madre e figlia. Ognuna delle due ha utilizzato, secondo i propri bisogni, lo spazio di consultazione.
In questa situazione la psicologa è stata un tramite, un decodificatore della necessità della madre di affrontare il lutto a poco a poco per non lasciarsi sommergere dal dolore e la necessità della figlia di non considerare gli aspetti della realtà ma piuttosto trovare una vera e piena accoglienza ai suoi urgenti bisogni emotivi.
1) Il Centro di orientamento scolastico e professionale ARPIT presso l’XI Circoscrizione, V. Dei Lincei, è stato finanziato con i fondi della legge 285, negli anni 1999-2004.
 Bibliografia
Studenti protagonisti. M.G. Antinori,M. Costantini, B. Puglia. Di Renzo editore,2002

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I test psicologici, loro uso e funzione

Maria Grazia  Antinori, Barbara  Puglia

I test psicologici e quelli per gioco

Il test è lo strumento dello psicologo, può essere utilizzato in ambiti che spaziano da quello clinico, alla selezione del personale  a quello giuridico.  Esistono molti tipi di test, di livello per la misurazione dell’intelligenza,  di personalità, di valutazione di particolari tratti  patologici.
I test per  gran parte delle persone, nonostante la vastissima bibliografia  sono  uno strumento misconosciuto di cui sono ignorate la complessa struttura statistica, la   funzione ed utilità. Sfogliando per esempio  i settimanali ci si imbatte facilmente nei cosidetti “test”, spesso questionari a scelta multipla, per evidenziare  qualche aspetto,  dal potere seduttivo, al carattere, all’umore. Il  “test”  consiste in qualche domanda  generica o nei migliori dei casi, ironica a cui viene associato un punteggio  che permette al  lettore di collocarsi in  due o tre  gruppi definiti da un breve e sommario commento.
Questi  test  sono in realtà dei giochi divertenti ma è improprio  definirli con lo stesso termine utilizzato per i reattivi convalidati ed utilizzati in ambito clinico.
E’ comunque interessante riflettere sulle motivazioni che inducono molte persone a sottoporsi a questa sorta di rito collettivo.  Ha sicuramente un ruolo significativo  il desiderio di valutare una propria caratteristica  che magari sottende un’insicurezza,  un disagio personale, cercando in un anonimo foglio stampato una magia senza mago, un “fai da te” della psiche. Il signor Rossi di turno, in un rito solitario, traccia delle crocette cercando di conoscere se stesso ma senza assumersene la responsabilità, quasi   come l’oroscopo  generico.

I test scientifici

I test utilizzati dallo psicologo clinico, somministrati individualmente, presuppongono invece il rapporto interpersonale, un contesto preciso, una motivazione siamo quindi molto lontani dall’uso solitario dei  test  “usa e getta”.
Il test, il reattivo utilizzato a pieno titolo nell’ambito della psicologia scientifica, si basa su precise complesse ed estese valutazioni quantitative e qualitative, su una teoria “forte” di riferimento, su norme di applicazione e somministrazione, elementi questi alla base delle attendibilità e validità dello strumento.

La nascita dei test

Per comprendere la funzione dei test è necessario collocarli storicamente, si hanno le prime applicazioni alla fine dell’800, inizio ‘900,  si trattava soprattutto  di misurazioni dell’intelligenza, dell’abilità mentale (Galton, Stanford, Binet).  Durante la seconda guerra mondiale  si assiste ad un grande sviluppo dei test psicologici per  la necessità di selezionare velocemente un grande numero di ufficiali e di soldati.
L’associazione dei test alla selezione dei militari ha contribuito a destare  in tempo di pace diffidenza ed attacco aperto ai test che vengono contestati da molti  per il sospetto di un  uso classificatorio e socialmente discriminante.  Con il progredire delle conoscenze sia nel campo della psicologia che delle psicoterapie,  si è  sostanzialmente ridimensionata la  funzione classificatoria e selettiva   a favore dell’uso diagnostico-clinico in cui il reattivo è affiancato ad altri strumenti quali l’anamnesi, il colloquio e in cui il test serve a valutare la personalità nel suo insieme con l’obiettivo di cogliere e di sottolineare soprattutto i punti di forza e di sviluppo oltre ad eventuali aree di sofferenza o patologiche.

La relazione psicologo-paziente

Si considera oggi importante oltre ai risultati quantitativi, statistici, o alle risposte agli stimoli  la relazione somministratore,  soggetto. Lo psicoanalista Schafer propone un’interessante disamina delle possibili dinamiche interpersonali relativi al test di Rorschach, valide comunque per ogni test somministrato singolarmente egli descrive nelle dinamiche transferali e controtrannsferali alcune “costanti” nel ruolo dell’esaminatore a cui corrispondono, nell’esaminato, “costanti” complementari.
Schafer individua per esempio, la costante “voyeristica”  per la quale il somministratore curiosa nell’intimo di molti individui; la costante “autocratica” in cui domina l’altro in maniera onnipotente; quella “oracolante” nella quale penetra i significati nascosti predicendo l’evolversi della situazione a partire dai sogni.
E’ interessante notare come il nostro signor Rossi che abbiamo lasciato a completare un test fai da te, spesso desidera trovare nei test proprio la soddisfazione di quegli aspetti sottolineati da Schafer: curiosare, dominare o predire spetti della propria personalità. Il signor Rossi in fondo cerca un aiuto, anche se anonimo e superficiale, diventando un fruitore passivo dell’ennesimo prodotto di consumo.
Come Schafer ha puntualmente sottolineato, anche lo psicologo deve essere accorto nel riconoscere le tematiche inconsce attivate proprio dalle caratteristiche della somministrazione. La complessità della relazione richiede molta sensibilità ed attenzione da parte del testista che, come qualsiasi clinico, deve riconoscere le valenze inconsce del suo interlocutore ed essere in contatto con le proprie per utilizzarle nel suo lavoro.
Maria Grazia Antinori
P.zza Armenia 9
Cell. 334 338 58 35
Barbara Puglia
Via Ardea 27
Cell.335 56 54 167
Bibliografia
R. Schafer L’interpretazione psicoanalitica del Rorschach. Boringhieri,1978
F. Del Corno, M. Lang. La diagnosi testologica. Franco Angeli,1989

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Il limite come antitodo alla paura patologica

il limite come cura della pauraForme di paura collettiva Paura, allarme, ansia sono parole ripetute nelle conversazione private e dai mezzi di comunicazione, espressioni di inquietudine e di preoccupazione   che si legano a contenuti diversi quali la crisi economica, l’incertezza del futuro, le modificazioni climatiche, ecc.

Anche nei racconti dei pazienti in psicoterapia, viene spesso evocata la paura associata alle emozioni, alle relazioni, al trascorrere del tempo, alle malattie reali o immaginarie, ai cambiamenti. La paura individuale o collettiva giustificata da un evento quando non è paralizzante è un prezioso strumento di adattamento, infatti, lo stato d’allarme attiva la persona o il gruppo sociale, rendendoli vigile e pronti a rispondere ad ogni evenienza e necessità. Il problema è che il timore può anche trasformarsi in una zavorra disfunzionale quando non è motivato da un pericolo esterno concreto, ma piuttosto da una preoccupazione interiore, un conflitto inconscio proiettato su oggetti esterni o quando, anche se giustificato da una situazione obiettiva, diventa così forte da paralizzare e da impedire il pensiero. La paura eccessiva può essere così intensa da rendere le persone più fragili ed inermi, inibendone il pensiero e la creatività, rendendole dipendenti da soluzioni esterne, atteggiamenti che incrementano anche sul piano sociale, la chiusura e la diffidenza verso il diverso o lo straniero o fanno cercare un capo carismatico a cui affidare la salvezza. La psicanalista francese Luce Irigaray, riflettendo sul contagio sociale della paura, sottolinea l’universalità di questo sentimento ma anche come questo si sia diffuso e potenziato. La Irigaray, insiste sulla necessità di cercare in noi stessi nel nostro modo di vivere, la causa dell’onnipresenza e del potere della paura: « Ci siamo tanto allontanati da noi che non abbiamo un luogo in cui ripararci, qualcosa in noi a cui appoggiarci per sfuggire alla pressione ambientale, la quale incita una gran parte di noi a rifugiarsi nel divertimento, come accade spesso nei tempi incerti. Ma un simile divertimento che corrisponde a una sorta di droga, contribuisce ad alimentare l’incertezza».. (Irigaray, 2009) Così come è disfunzionale alimentare la paura paralizzante, altrettanto lo è l’atteggiamento opposto di negazione del pericolo che genera la preoccupazione. Una metafora esplicativa è il comportamento di negazione di alcuni passeggeri durante l’affondamento del Titanic causato dallo scontro con l’aisberg, questi seguitarono a ballare, annullando la tragedia per rimanere nell’illusione di poter mantenere il controllo, anche a costo della rinuncia ad ogni alla possibilità di salvezza. Fare come i ballerini sul Titanic che affonda è evidentemente una strategia suicida, è un esempio estremo dell’affidarsi ad una soluzione magica onnipotente e maniacale, per negare la paura attivata da un pericolo reale. Il tentativo onnipotente di negare il pericolo, rende in realtà più piccoli, chiusi in un micro mondo autistico e paranoico in cui la ricerca di un rituale magico per allontanare l’ansia, peggiora le situazioni e, anzi, alimenta e concretizza i rischi, come la benzina gettata sul fuoco. L’attacco di panico: “La paura di avere paura”. Nella pratica clinica, la paura prende spesso la forma dell’attacco di panico che è l’espressione “della paura di aver paura”, sostanzialmente una malattia della paura. L’associazione dell’attacco di panico al modo e al luogo in cui questo si manifesta per la prima volta, acquista una valenza molto forte con connotazioni simili alla superstizione. La difesa fobica, come la superstizione che fa allontanare da eventi associati alla sfortuna, inizialmente sembra funzionare ma l’iniziale sollievo ha breve durata, infatti, progressivamente aumentano i potenziali pericoli, fino a limitare in maniera significativa la vita della persona che può arrivare al ritiro dalla vita sociale. L’espressione della persona in preda ad un’angoscia senza nome, è proprio quella di qualcuno che si sente morire, impazzire, andare in pezzi. E’ una sensazione tremenda ma anche innocua, è proprio questo il paradosso: non c’è nessun pericolo, il paziente non morirà e non sarà aggredito, ma ugualmente soffre e si dispera per pensieri senza parole allontanati dalla consapevolezza. I pensieri senza pensatore, come direbbe Bion, albergano nella persona che ignora se stessa e che si trasformano in sensazione fisica, in presunti pericoli ambientali. Raccogliendo la storia di questi pazienti, è tipico come descrivano eventi, esperienze difficili e traumatiche della loro vita, con assoluta leggerezza come se non li riguardassero direttamente e spesso non riescono ad associare la situazione vissuta emotivamente, con l’attacco di panico. E’ proprio l’assenza del pensiero che scatena l’ansia, il poter riconoscere l’emozione disturbante, può diventare la chiave per liberarsi dalla paura. E’ la pretesa dell’adulto di controllare tutto, scambiando l’illusoriamente l’essere “duro” con “forte”, ossia basando sull’assenza apparente di emozioni, la propria autostima di persona matura, ottenendo invece come risultato quello di allontanare la possibilità del dialogo interiore, il contatto con l’inconscio. Colui che soffre di attacchi di panico, vive in un mondo fobico, pieno di divieti, obblighi, percorsi già fissati che vengono vissuti come immutabili. Si trova ad essere prigioniero di una realtà che non gli piace e non gli appartiene, ma di cui non può farne a meno perché altrimenti si sentirebbe perso e spaesato. Non si può rinunciare alla protezione della prigione, ma la sua costrizione è intollerabile. Il paradosso, per sua stessa definizione, è irrisolvibile in quanto ogni scelta è perdente e quindi impraticabile, conflitto è così acuto da non venire esplicitato con le parole ma spostato sul piano somatico con l’attacco di panico. Chi sperimenta il panico, tende a percepire il proprio mondo interno, come concreto. Il pensiero è semplice e lineare, non si colgono le relazioni tra vissuti ed emozioni, le sfumature si appiattiscono, si riduce tutto ad un’unica realtà senza possibilità di cambiamento. Le parole rappresentano un prezioso strumento, una sorta di ponte che può riavvicinare la persona alle sue emozioni e sensazioni, a patto che siano parole speciali che sappiano rappresentare nello stesso tempo la cosa e l’affetto, parlando sia alla mente che alle emozioni rimosse o negate, vissute esclusivamente nel corpo. (Racalbuto, 1994) E’ prezioso, per quanto doloroso, questo stato di smarrimento vissuto nella quotidianità, nel luogo più familiare che improvvisamente, magari dopo un trauma o un lutto o un attacco di panico, diventa perturbante ossia da luogo conosciuto si trasforma in estraneo, facendo sentire stranieri nella propria casa. E’ proprio in questo luogo sconosciuto, per quanto prima familiare, che l’analista dovrebbe incontrare il paziente ed il suo desiderio di ritrovarsi, la crisi diventa allora una preziosa occasione per dare senso e parola a quello che è rimasto nascosto, segreto, inascoltato. Non c’è ritrovamento senza smarrimento (Racamier ). Questa sensazione di sperdimento, sembra comune al vissuto collettivo della paura associata a molte possibili ragioni, che spaziano dalle preoccupazioni ecologiste, alla crisi economica, ai cambiamenti sociali e politici. Si potrebbero fare molte analogie tra la paura individuale e quella sociale, la paura personale è così diffusa, così contagiosa da trasformarsi in una paura collettiva associata a preoccupazioni reali e serie, ma che rischiano di rimanere parziali, perdendo il quadro complessivo. Del resto la paura sociale, alimenta quella individuale e fa sentire il singolo individuo privo speranza, senza valori condivisi e soprattutto deprivato di ogni riferimento. L’attacco di panico confrontato con la paura collettiva. Il senso di paura collettivo, sembra legato al timore di perdere il controllo di non riconoscere più i contorni delle cose e di quello che era certo e scontato, come se improvvisamente ci si accorgesse di essere arrivati alla fine della corsa e davanti si spalanca il vuoto. Per poter cambiare direzione, bisogna guardarsi intorno, osservare il paesaggio per scegliere nuove strategie. Continuare come gruppo sociale a negare la realtà, ed attribuire la causa di ogni malessere ad un singolo fatto parziale o periferico, fa rassomigliare intere nazioni, ai pazienti fobici che cercano di evitare l’ansia ritirandosi e chiudendo i confini limitati per non sentire la paura di aver paura o, al contrario, ai ballerini sul Titanic, che con la negazione maniacale, tentano di annullare la paura e la tragicità del momento. Il fatto che il modo occidentale stia vivendo una fase di profonda crisi e di cambiamento è un fatto innegabile e riconosciuto. IL peso e la responsabilità del cambiamento è comunque a nostro carico, non lo possiamo demandare ad un presunto nemico esterno o sperare in un capo assoluto che trovi la soluzione. Il modo occidentale, dopo una lunga fase di crescita   economica e di benessere, si scontra con dei limiti obbiettivi quali risorse finite e non infinite, crisi economica, cambiamento degli equilibri politici mondiali, crisi energetica e ambientale, tutti fattori che sovrastano e che stanno cambiando le coordinate di riferimento sia collettive che personali. Riflettere su quale possa essere la strada per affrontare la fase di globale di cambiamento, è qualcosa che dovrebbe impegnare le migliori capacità e risorse individuali e collettive, ma il contagio della paura come del resto la negazione della crisi, sono sempre in agguato e facilmente possono suggerire pessime strategie. Il contagio della paura non consente di esplorare nuove strade e soprattutto, fa sentire circondati da un mondo paranoico ed ostile che spinge all’isolamento e alla perdita della creatività e della capacità di pensiero. Il rischio è quello di rifugiarsi in soluzioni semplicistiche, che allontanano la complessità dei problemi. Potrebbe sembrare la scelta ottimale quella di asserragliarsi dietro le mura del castello per difendere i privilegi acquisiti, cercando nemici reali od immaginari, possibili capri espiatori, lasciando in cambio l’illusione che il privato piccolo mondo resti immutati, rimandando il momento ineluttabile del confronto con i limiti collettivi ed individuali. Il giornalista Rampini, sottolinea come vi sia una forte tentazione a lasciarci alle spalle la crisi mondiale attuale con la speranza, che definisce assurda, di poter mantenere i vecchi modelli. L’attuale crisi ha impegnato mezzi colossali che superano l’immaginazione, il rischio è che questa potrebbe risolversi con le forme di una ripresa anemica senza crescita, una bonaccia che potrebbe cronicizzare i nostri mali. Rampini, 2009) La descrizione di Rampini, potrebbe essere paragonata alla difesa fobica di un paziente così spaventato dalle sue paure, che chiude in casa per limitare al massimo il contatto ansiogeno con il mondo esterno, anche a costo di impoverire e sterilizzare la sua vita. E’ molto interessante a questo proposito il pensiero del filosofo Mario Perni ola, che scrive che dopo la seconda guerra mondiale, non è accaduto nulla di veramente importante. I fatti più significativi, definiti “fatti-matrice” dagli anni sessanta ad oggi, sono stati relativamente pochi quali il Maggio francese del 1968, la caduta del muro di Berlino del 1989, la rivoluzione iraniana del 1997, l’attentato alle torri gemelle del 2001. Questi eventi hanno sostanzialmente lasciato immutato l’ordine mondiale, ricoprendo invece una forte valenza medianica, ossia sono stati trasformati in “fatti-spettacolo” filtrati ed interpretati dai mezzi di comunicazione. Questi fenomeni hanno contribuito a mantenere la stabilità politica globale ma hanno anche sviluppato e diffuso la mentalità “miracolistica-traumatica”, ossia una larga maggioranza di persone, nutre l’aspettativa, che le cose si ottengano in modo “miracolistico”, casuale, fortuito piuttosto che attraverso il lavoro, la pazienza, la dedizione e la collaborazione. Si immagina che esistano delle scorciatoie, disgiunte dal merito e all’impegno, per la realizzazione personale e per la felicità. Secondo Perniola lo stile recente della comunicazione, ci ha resi più dipendenti e meno capaci di pensiero autonomo ed assertivo e soprattutto ha limitato la capacità di provare piacere. ( Perniola, 2009) Si potrebbe dire che il piacere è stato sostituito da uno stato di generica eccitazione, senza una meta precisa e stabile. In ambito scientifico, lo studio dei fenomeni fisici ha evidenziato l’esistenza di una stretta correlazione tra fenomeni che appartengono all’ordine del molto grande e del molto piccolo, altrettanto si può osservare nella sovrapposizione tra i fenomeni individuali e quelli sociali. La crisi attuale così complessa e globale, probabilmente richiederebbe un ripensamento anche sull’idea data per scontata, di un’espansione e crescita infinita dell’economia e del progresso come lo abbiamo inteso fino a questo momento. Del resto, la nascita psicologia di ognuno di noi, parte proprio dall’elaborazione dei limiti: Racamier chiama “Lutto Originario”, il processo fondante dell’identità che porta all’accettazione della variabile del tempo, del riconoscimento delle differenze generazionali e dei confini personali. (Racamier, 2003) Il neonato sperimenta all’inizio della vita, in una breve fase, il paradiso dell’unisono narcisistico con la madre cui deve presto rinunciare per crescere e differenziarsi come individuo. Solo rinunciando al paradiso, troverà la possibilità di diventare una persona e di incontrare l’altro diverso da sé. Non possiamo pretendere ogni cosa, annullare qualsiasi limite fisico e temporale come individui e come umanità forse proprio rinunciando all’illusione narcisistica ed onnipotente di avere ed essere tutto, potremmo sperare in un futuro meno cupo e più aperto.  Antinori Maria Grazia    P.zza ARmenia 9 Roma cell 334 338 58 35 wwww.arpit.it  antinorimariagrazia@virgilio.it BIOGRAFIA Bion W. R. (1966): Il cambiamento catastrofico. Torino:Loescher editore, 1981 Bion W. R. (1978): Discussioni con W. R. Bion. Torino:Loescher editore,1984. Borla E, Foppiani E.Losfeld. Moretti&Vitali,2005. Obama B. H. Discorso tenuto al Cairo, 4 giugno 2009 (traduzione di Anna Bissanti). Quotidiano “La Repubblica”, 5-6-2009, pag 4 Freud S.(1908) Analisi della fobia di un bambino di cinque anni. Opere,5:481-588. Torino: Boringhieri,1980. Freud S. (1919) Il perturbante. Opere,9:81-114.Torino: Boringhieri,1980. Irigaray L. La paura, le nostre vite esposte all’incertezza. Quotidiano “La Repubblica”, 1-4-2009, pag. 44. Perniola M. Miracoli e traumi della comunicazione. Einaudi, 2009. Racalbuto A: Tra il fare e il dire. Raffaello Cortina Editore. Racamier P. C. Gli Schizofrenici. Raffaello Cortina Editore . Racamier P. C. Gli schizofrenici. Raffaello Cortina Editore, 1983. Racamier  P. C. Il genio delle origini. Raffaello Cortina Editore, 1993. Racamier P. C. Incesto ed incestuale.Franco Angeli, 2003. Rampini F. Le dieci cose che non saranno più le stesse. Mondatori, 2009. Tettamanzi D. Non c’è futuro senza solidarietà. Edizioni Paoline, 2009

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Caro amico…Stimatissimo professore. Commento al carteggio tra Freud e Ferenczi.

Maria Grazia Antinori
Il primo volume del carteggio pubblicato nel 1993 da Cortina comprende le prme delle 1200  lettere scritte tra il 1908 e il 1914, che Freud e Ferenczi si scambiarono quasi giornalmente, fino alla morte di Ferenczi nel 1933.
Il percorso per giungere a questa pubblicazione che ha coinvolto, tra gli altri, Michael Balint, allievo di Ferenczi, Gizella Ferenczi e Anna Freud, è lungo e tormentato.
Ferenczi, medico ebreo di Budapest, rappresenta una figura discussa ma importante tra i primi analisti.
Allievo di Freud, fu analista creativo ed originale, autore di importanti opere. Secondo Green, egli può essere considerato uno dei fondatori della moderna psicoanalisi, oltre che un clinico dotato di una sottile e moderna percezione delle interazioni di transfert e di controtransfert.
L’epistolario permette di apprezzare come profondamente si interseca la vita privata dei protagonisti con lo sviluppo delle idee e la storia della società psicoanalitica, la formazione degli analisti, ecc.
Tra tutti i possibili piani di lettura, un possibile filo conduttore è la vicenda dell’amicizia tra Freud e Ferenczi che, pur nella loro grandezza scientifica, vivono esperienze, conflitti, difficoltà, passioni simili a quelle dei loro stessi pazienti.
Per Ferenczi lo scambio di lettere sembra avere oltre ad una funzione professionale, anche una funzione autoanalitica così come , non molti anni prima, era avvenuto per Freud con Fliess.
Si ha l’impressione che progressivamente l’autoanalisi di Ferenczi sembra volersi trasformare, proprio nello scambio di lettere con Freud, in una sorte di autoanalisi.
Anche se espresse con modalità diverse, lo scambio emotivo ed affettivo, la stima reciproca, sono evidenti: in diverse occasioni Freud svilupperà nei suoi scritti intuizioni, idee di Ferenczi, il quale dal canto suo, avrà un ruolo di primo piano nella nascente società psicoanalitica.
Le lettere di Ferenczi sono un continuo intrecciarsi di eventi personali, fantasie, riflessioni teoriche, intuizioni psicoanalitiche che Freud apprezza e valorizza.
Freud al contrario, scrive quasi esclusivamente su temi professionali evitando confidenze personali.
A prescindere da divergenze stilistice, sono comuni ai due protagonisti la grande curiosità e coragggio intellettuali: tutto è possibile, verificabile, indagabile, niente è scontato neppure ad esempio, gli esperimenti sulla telapatia e la trasmissione del pensiero.
Scorrendo la corrispondenza si ha l’impressione che questa amicizia sia segnata da alcuni viaggi che rappresentano dei momenti particolarmente significativi.
Il primo viaggio a cui partecipa anche Jung nel 1909, ha come meta l’America. Nonostante la meticolosa preparazione, il soggiorno non risulta sul piano personale, piacevole come nelle aspettative.
Un secondo viaggio importate è quello che Freud e Ferenczi fanno da soli in Italia, a Palermo.
Viene esclusa in questo caso, la presenza di un terzo compagno che secondo Ferenczi avrebbe negativamente inflluenzato il viaggio americano, ma le cose non migliiorano.
Ferenczi si chiude in sè, in un mutiscmo esasperante ed esasperato ed assume un atteggiamento molto passivo e dipendente. Freud lo lascia fare.
E’ significativa la sequenza delle lettere al ritorno dall’Italia, di franca ed appassionata autoanalisi di Ferenczi e di pacata ma altrettanto affetuosa, risposta di Freud.
Scrive Ferenczi “Quello che mi ha inibito e reso taciturno, facendomi allo stesso tempo apparire un  po’ tonto è la stessa cosa di cui Lei si lamenta. Io desidero stabilire con Lei un rapporto alla pari, personale, franco, allegro e mi sono sentito -forse ingiustamente- ricacciato nel ruolo infantile. Può darsi, è vero, che mi sia fatto un’idea esagereta del cameratismo possibile fra due persone che si dicono reciprocamente la verità, senza alcuna indulgenza, sacrificando ogni riguardo” (170 , Fer)
La vicenda, il potersi frequentare, possibilità molto desiderata da entrambi, non facilita ma complica il rapporto acuendo il desiderio di Ferenczi che Freud si confidi con lui come persona, amico alla pari, cosa che Freud non vuole o non può fare.
Ci si può chiedere quali fossero i semtimenti ed il coinvolgimento di Freud, ne scive lui stesso ricordando il suo tormentato rapporto di amicizia con Fliess: “Lei non ha solo notato ma anche capito chei non sento più alcun bisogno di aprirmi completamente con gli altri, e ne ha correttamente individuato l’origine traumatica..aggiungo inoltre il fatto che il più delle volte non stavo bene…e su questo punto che avrei dovuto comunicare e essere sincero, ma Lei non mi sembra abbastanza forte da non cadere in preda ad eccessive preoccupazioni” (171,F)
Il viaggio in Sicilia influenza profondamente il rapporto tra i due, un cambio del tono e nel contenuto delle lettere, è piuttosto evidente.
Dal 1911 diminuisce anche la quantità della corrispondenza e, soprattutto  Ferenczi adotta un nuovo stile di scrittura molto più asciutto e sintetico, limitandosi a temi professionali.
Da queste lettere nonostante il controllo e la censura volontaria, traspare una grande malinconia che Freud nota ed evidenza con tatto.
Quando Freud mette al corrente Ferenczi del suo avvenuto viaggio a Manaco, dove incontra diversi personaggi tra cui Jung, glielo riferisce come un viaggio che lo ha ringiovanito ed entusiasmato.
Ferenczi si congratura con lui ma, contemporaneamente, si rammarica che il suo viaggio in Italia non sia stato altrettanto piacevole.
Nell’arco di poco tempo, Freud coglie un’occasione invitando Ferenczi a trascorrere qualche giorno di vacanza insieme.
Ferenczi scive “Di tanto in tanto bisogna intramezzare al rapporto epistolare quello personale, altrimenti si perde fin troppo facilmente il contatto con la realtà e non si è più in rapporto con la persona reale , ma con qualcuno che si plasma a proprio piacimento nella fantasia” (192, Fer)
Lo stile dell’epistolario muta di nuovo nel periodo tra la fine del 1911 e l’inizio del 1912, si vicacizza e si intensifica lo scambio emotivo. Progressivamente Ferenczi abbandona il tono dimesso e le lettere si fanno più frequenti.
E’ il periodo in cui Freud lavora a “Totem e tabù” e si delinea la crisi con Jung, rispetto alla quale anche Ferenczi avrà un ruolo importante.
Ferenczi forse anche incoraggiato dalla conferma di alcune sue intuizioni su Jung, giunge ad inviare a Freud una lettera in cui si definisce figlio, scrive:
Caro Professore, certo avrà notato che, da tempo, le mie lettere son  più rare  e meno ricche di contenuto di un tempo..A quanto pare, volevo compiere uno spaventoso atto di violenza. Insoddisfatto di entrambi i genitori, volevo rendermi indipendente! Ho osservato che intrpretava il mio affetto per Lei come transfert e ..non voleva dargli troppi appigli a questo transfert..in relazione a questa impressione ho deciso di rendermi indipendente” (252, Fer).
Freud gli risponde con una lettera affettuosa ed ironica, lo chiama figlio e lo saluta paternamente:
Caro figlio..naturalmente conosco i Suoi “disturbi complessuali” e sono pronto ad ammettere che preferirei un amico autonomo ma poichè la cosa presenta tante difficoltà per Lei, ciò vuol dire che devo accettarLa come figlio. Non occorreva che la Sua lotta di liberazione avvenisse in una simile alternanza di sottomizzione e rivolta…L’essere umano non deve volere sdradicare i suoi complessi, ma mettersi n sintonia con essi, che sono le guide autorevoli del suo comportamento nel mondo. D’altra parte, dal punto di vista scientifico, lei ha le migliori prospettive di rendersi autonomo..”
La risposta di Freud raggiunge, almeno apparentemente, lo scopo di rdimensionare le richieste di dipendenza di Ferenczi.
A poca distanza di tempo, Ferenczi prende una decisione che influenzerà profondamente la sua vicenda umana oltre che il suo rapporto con Freud: egli accetta come paziente una giovane donna, Elma, che ha la particolarità di essere la figlia di Gizelle, sua attuale compagna.
Ferenczi comunica questa sua intenzione a Freud, il quale esprime apertamente i suoi dubbi sul buon esito della terapia.
I fatti gli daranno ragione: Ferenczi innamoratosi di Elma interrompe l’analisi e chiede a Freud, quasi glielo impone, di proseguire lui il trattamento della ragazza.
Pur esrprimendo molte riserve, Freud nel 1912, analizza, per pochi mesi , Elma.
Nonostante l’intervento di Freud, non si placano il tormento e i dubbi di Ferenczi. Egli si rimprovera di non aver considerato con la dovuta attenzione la psiologia di Elma: in particolare pensa di aver commesso quelli che lui stesso definisce “errori terapeutici” tra i quali il principale è stato quello di intepretare come affetto , amore autentico, i sentimenti della giovane determinati  piuttosto dal legame di trasfert. Ferenczi con l’intento di ripaare, sottopone Elma , che era già stata analizzata sia da lui che da Freud, ad una terza nuova analisi.
Questo ulteriore trattamento determina l’allontanamento, momentaneo, di Ferenczi sia da Elma che da Gizella.
Al culmine di questo periodo di crisi e conflitto, Ferenczi chiede a Freud di prenderlo come paziente. La sequenza di questi avvenimenti può far supporre che in Ferenczi si stesse lentamente e contradittoriamente maturando, proprio attraverso l’intricata storia con elma, Gizelle e Freud, il desiderio, il bisogno di un’analisi personale.
Forse questa motivazione ha contribuito a far si che Ferenczi chiedesse a Freud di analizzare Elma: come se il trattamento della ragazza anticipasse o forse inizialmente sostituisse, l’analisi personale di Ferenczi.
Del resto nel periodo tra il ’12 ed il ’13, Freud aveva da poco iniziato a pubblicare scritti sulla tecnica psicoanalitica e, sopratttto , era upinione diffusa che l’autoanalisi insieme allo studio degli scritti di Freud, fosse già una formazione sufficiente per gli analisti.
A tale proposito scrive Ferenczi:
Per me, personalmente, quest’anno di prove non è trascorso senza benefici duraturi; ho imparato quanto poco si sia in grado di utilizzare su è stessi le conoscenze teoriche dei processi psichici oltre che le esperienze pratiche con terzi se non ci si sottopone a un’analisi altrettanto metodica” (305,Fer).”
Freud esprime diversi dubbi nell’accettare Ferenczi come paziente :”Lei scrive sempre meglio e ha le più belle ispirazioni. Se potesse esserle utile, tutto il resto passerebbe in secondo piano. Ma io so che quattro o sei settimane di analisi sarebbero davvero insufficienti. Bisogna considerare anche un altro elemento: la mia scarsa propenzione a esporre al pericolo dell’estraniazione personale, implicita nell’analisi, uno dei collaboratori più indispensabili” (392,F )
 Scrive Ferenczi: “ E’ stato Lei, nella Sua autoanalisi, a scoprire le verità che trovano conferme quotidiane nella nostra pratica.Se lei ha vuto la forza di superare dentro i sè senza guida alcune (per la prima volta nella storia dell’umanità) le resistenze che l’intero genere umano oppone ai risultati analitici, noi dobbiamo condifare che Lei abbia la forza di risolvere anche i sintomi di seondaria importanza. i fatti ne daranno conferma. Ma quel che vale per Lei, non vale per noi..” (362, Fer)
La corrispondenza del 1914 è sempre più rara e formale  e tratta quasi esclusivamente, di questioni professionali, in particolare la vicenda della difficile separazione di Freud da Jung.
L’epistolario si conclude con la lettera di Freud dove egli commenta brevemente l’assassino di Saraievo che segnerà l’inizio della prima guerra mondiale.
Convegno “La vita dello sicoanalista”Nemi,
Antinori Maria Grazia 
P.zza Armenia 9 Roma
Cell 334 338 58 35

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Uno strappo nella trama del tempo. Note sul tempo e la psicoanalisi.

Maria Grazia Antinri
antinorimariagrazia@virgilio.it
Convegno SULLE ORME DEL MOSTRO 3. Marzo 1996,Genzano.Spazio psicoanalitico.
 Uno strappo nella trama del tempo, potrebbe essere una frase evocatrice del meccanismo dell’angoscia.
Come scrive Kundera:
“pensate che il passato, solo perché è già stato, sia compiuto ed immutabile?
ah no! Il suo abito è fatto di taffettà cangiante, e ogni volta che ci voltiamo a guardarlo lo vediamo con colori diversi”
Il concetto di tempo è qualcosa che con il progredire della scienza, della fisica quantistica, è riconosciuto sempre più come una dimensione immaginaria, soggettiva.
“La freccia del tempo”, un prima e un dopo, l’assimetria tra passato e presente, non sono più concetti dati.
La relatività ci presenta un universo dove spazio e tempo si intrecciano in un insieme quadridimensionale: il prima ed il dopo sono relativi al sistema di riferimento. Teoricamente sono possibili anche i mitici viaggi nel tempo pur con una sorta di “censura cosmica” che dovrebbe impedire il realizzarsi di paradossi temporali.
In questo strano mostruoso universo, potrebbero esistere particelle che viaggiando più veloci della luce, si trovino, in realtà, nel passato; si prospetta un universo senza tempo molto diverso da quello aristotelico dei movimenti del prima e del dopo.
 Freud, il tempo e l’angoscia
Circa un secolo fa, Freud descriveva a proposito dell’angoscia:”non è semplice definire l’angoscia (..)l’angoscia è dunque, in primo luogo qualcosa che si sente (..).
Il prototipo di una simile esperienza è, nella specie umana, la nascita, ed è per questo che noi siamo inclini a vedere nello stato di angoscia una riproduzione del trauma della nascita.
Noi riteniamo che anche altri affetti siano riproduzione di eventi più antichi, di vitale importanza magari preindividuali, e questi affetti li paragoniamo, quali attacchi isterici universali, tipici ed innati, agli attacchi della nevrosi isterica, acquisiti tardi ed individualmente (..)”.
E ancora:“ma se questa è la struttura e l’origine dell’angoscia, si pone un’altra domanda: qual è la sua funzione e in quale occasione si produce?
La risposta appare chiara e assolutamente obbligatoria. L’angoscia sorge quale reazione a uno stato di pericolo e viene ora riprodotta regolarmente quando un simile stato si verifica di nuovo”
Mi sembra che da questi stralci , si possa riconoscere l’immagine dell’angoscia come “strappo nella trama del tempo”.
Un tornare di ciò che è passato, forse anche tracce mnestiche preindividuali.
Insomma, un universo psichico con un tempo circolare piuttosto che lineare.
Il tempo umano, del resto, è un tempo biologicamente riconoscibile in un inizio, la nascita, ed una fine, la morte. La dimensione biologica è una dimensione di finitezza.
Il tempo circolare
Forse, proprio per questa contraddizione tra tempo circolare –infinito- e tempo personale –finito-, appare mostruosa la circolarità del tempo e il ritornare di ciò che è passato, così come è prospettato dai fisici.
Ma il ritorno del passato, è ciò che avviene regolarmente nell’universo psichico, il nevrotico seguita a ripetere una costante e immutabile messa in scena del proprio dramma personale, come se il tempo fosse infinito e lui viaggiasse, come quelle strane particelle, nel passato e l’angoscia costituisse una sorta di “barriera cosmica” ad impedire i paradossi temporali.
Si potrebbe così rappresentare il tempo come un nastro che si strotola su se stesso, con due facce, una interna e l’altra esterna a a rappresentare il tempo personale -interno- e il tempo condiviso –esterno-, l’angoscia si può localizzare nel punto in cui il nastro ha una giravolta provocando un ribaltamento delle due facce: ciò che era interno diventa esterno e viceversa.
Non è sconcertante questa similitudine tra il mostruosamente grande ed il mostruosamente piccolo? Tra mostri individuali e collettivi?
Maria Grazia Antinori
P.zza Armenia 9 Roma 
Cell. 334 338 58 35

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