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La stanza d’analisi

La stanza d’analisi

La stanza d’analisi è pensata in ogni particolare, un luogo accogliente con spazi delineati, il lettino per il paziente, la poltrona per l’analista. Gli oggetti, i libri, i quadri, sono scelti per creare un ambiente accogliente che faccia sentire a proprio agio,  avendo cura di non saturare lo spazio con l’eccessiva presenza dei gusti, della vita  del terapeuta.

Gli incontri avvengono in orari e giorni prefissati, fino a divenla stanza d'analisitare un riferimento certo e costante. Alcuni pazienti arrivano a fantasticare il terapeuta come un’unica entità con la sua stanza, luogo che da fisico, acquisisce valenze simboliche importanti Quasi una  sorta di rappresentazione del corpo e della persona del terapeuta. Nell’analisi, è centrale la certezza dell’incontro, il ritrovarsi con un ritmo costante.

Il saluto all’ingresso. Il breve percorso del corridoio. Il chiu dersi della porta. Il poggiare gli oggetti personali. Il distendersi sul lettino. Il silenzio iniziale. Una semplice ritualità che prepara l’entrata ad un’area relazionale ed emotiva  che trascende la fisicità e la temporalità condivisa socialmente.

Al paziente è chiesto di attenersi alla regola analitica fondamentale, l’associazione libera, ossia parlare liberamente, senza censure volontarie, lasciandosi andare al  libero il flusso dei pensieri, secondo i movimenti interni.

L’atteggiamento mentale dell’analista

Freud ha descritto  per l’analista uno stato mentale parallelo a quello del paziente, ossia “l’attenzione fluttuante”, una condizione rilassata, fiduciosa ed aperta, per poter accedere ad uno spazio psichico “altro” che sospende il conosciuto, il consueto, l’atteso per facilitare la scoperta o meglio l’avvicinamento all’ ignoto, all’ inconscio.

Bion descrive lo stato psichico ideale dell’analista con una sottrazione: “senza memoria e senza desiderio”. Questa condizione di doppia assenza non impedisce ovviamente di ricordare il paziente, la sua storia, i suoi modi espressivi, i suoi sogni, i contenuti dell’ultima seduta. Del resto l’analista conserva le conoscenze, l’esperienza, ma tutto quello che il terapeuta sa e conosce, sia della psicoanalisi che della storia del paziente, dovrebbe essere lasciato sullo sfondo, o meglio restare un humus fertile su cui poggiare la professione della cura della parola. L’eccesso di memoria può saturare la possibilità clinica di incontrare l’autentico paziente d’oggi, e non quello del giorno o della settimana precedente.

Il desiderio del terapeuta di guarire è insidioso quanto l’eccesso di memoria, entrambi gli elementi rischiano di saturare il campo, fino alla cecità e alla sordità verso il desidero del paziente.

Si inizia un’analisi per un dolore forte che fa sentire un senso profondo di sperdimento nella selva nera oscura carica d’ombre inquietanti e d’incubi neri. Si cerca la psicoterapia, quando si è persi, o quando ci si sente, come dice una giovane paziente, “un palloncino che nessuno tiene per il filo”.

Lo stato di smarrimento è prezioso quanto doloroso, è vissuto nella quotidianità, nel luogo più familiare che improvvisamente, magari dopo un trauma o un lutto, diventa perturbante. Si trasforma in terra straniera che fa sentire stranieri in quella che è casa, origine, lingua. E’ proprio in questo luogo sconosciuto, per quanto prima familiare, che l’analista dovrebbe incontrare il paziente ed il suo desiderio di ritrovarsi.

L’analista non dovrebbe essere colui che “sa come si vive”, quello che conosce il meglio per il paziente, come potrebbe atteggiarsi un genitore amoroso ma normativo, centrato sulle sue esperienze e poco attento alle necessità e personalità del figlio. Dovrebbe piuttosto mantenere un’area di “non-conoscenza”, nessuno di noi sa il meglio per l’altro. Il dono più prezioso è restituire al paziente la sua umanità, il suo desiderio, la sua speciale identità: “solo un uomo, ma un uomo tra gli uomini” (Racamier).

Il viaggio nella stanza d’analisi

Iniziare un’analisi è un viaggio di conoscenza e di scoperta e può  diventa perturbante quello che prima appariva familiare. Nell’idea del viaggio è implicita la scoperta, l’avvicinare il nuovo, anche se ormai è molto comune il modello del viaggio organizzato che tutto è meno che scoperta del nuovo ma piuttosto rassomiglia ad un giro sulle giostre, dove ogni aspetto ed emozione sono programmati e previsti.

Il viaggio offerto e stabilito in tutti i particolare, può dare l’illusione che in uno spazio temporale minimo, si possa visitare e conoscere realtà e luoghi lontani. La Cina, ad esempio, un territorio vastissimo, che per alcuni  è visitabile in dieci giorni! In realtà. i rischia di essere solo sommersi da sensazioni che scorrono veloci ed inafferrabili. Il viaggiatore diventa così un modesto turista. Forse potrà raccontare di essere stato in Cina o in luoghi dove i sensi sono saturati da stimoli che danno l’illusione del diverso e dell’avventura vista in un megaschermo, piuttosto che vissuta in prima persona.

La stanza d’analisi è un posto qualsiasi in un strada di una qualsiasi città, rimane costante ed uguale a se stessa per un periodo di tempo anche lungo. La sua stessa staticità, le regole del setting, garantiscono la possibilità del viaggio e della scoperta del nuovo e quindi  dell’imprevedibile.

Agli stimoli, al cicaleggio, alle informazioni, alla tecnologia, alla velocità, si contrappongono il silenzio, l’attesa, il tempo, la pazienza. Attraverso il gioco del transfert e dl controtransfert, si vivono in prima persona nuove esperienze, come un autentico viaggiatore che non conosce la ripetizione e normalizzazione dell’ignaro turista.

Trevi e Foppiani, definiscono lo speciale spazio analitico con una parola fiamminga LOSFELD che significa luogo senza confini, bosco, mare, area non definibile con i punti cardinali. E’ proprio in un luogo-non-luogo che può dare la possibilità di nuovo inizio.

Come scrive Winnicott, è fondamentale che l’analista resti vivo, sembra un paradosso, una frase ad effetto, ma forse è proprio il cuore dell’analisi. Il terapeuta deve rimanere vigile, presente, vivo alle pressioni e alle proiezioni del paziente,  al suo odio o al suo amore, alla noia e alla ripetizione, alla non-speranza,  nel buio della depressione.

Per descrivere con un’immagine l’incontro analitico mi potrebbe usare la metafora di una persona seduta sulla spiaggia, in riva al mare che raccoglie un pugno di sabbia e la lascia scivolare tra le dita, raccogliendo tutto quello che trova.

Antinori Maria Grazia

psicologa, psicoterapeuta.

antinorimariagrazia@virgilio.it

www.psicoterapeuta-antinori.it

www.arpit.it

cell 334 338 58 35

 BIBLIOGRAFIA

Borla E.,Fappiani. Losfeld. Moretti&Vitali, 2005.

Bion W.. Attenzione ed interpretazione.  Armando Armando

editore,Roma,1973.

Freud (1911).Tecnica della psicoanalisi, Vol 6

Freud (1913). Inizio del trattamento, Vol 7

Freud (1914)) Ricordare,ripetere e rielaborare,Vol 11

Racamier P.C. Il genio delle origini. Raffaello Cortina editore,1993

RacamierP.C. Incesto ed incestuale. Franco Angeli Editore,1995.

Winnicott (1971). Gioco e realtà. Armando Armando editore, Roma,1973

 

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Note sul setting e la tecnica psicoanalitica.

MARIA GRAZIA ANTINORI
mariagraziaantinori@virgilio.it
 
   Il tema del setting analitico rientra in quello più amplio della tecnica psicoanalitica e della sua complessa relazione con la teoria.
Anna Freud
 Come afferma Anna Freud bisognerebbe “trattare ogni tecnica per quello che è, cioè il risultato di un pensiero teorico già consolidato. L’uso del lettino, le libere associazioni, la manipolazione della traslazione, sono semplici strumenti di trattamento.Gli strumenti di ogni tipo vengono periodicamente esaminati, riveduti, affinati, perfezionati e , se necessario, modificati. Gli Strumenti tecnici dell’analisi non fanno eccezione a questa regola”. (1)
  Del resto evidenzia sempre Anna Freud, qualsiasi regola analitica può essere utilizzata dal paziente con modalità perverse sia a fini difensivi che per soddisfazione.
 Ad esempio, un paziente ossessivo si sente sicuro e protetto e nulla accade nel processo analitico, fino a quando l’analista resta nella sua riservatezza.
  Il punto, secondo Anna Freud, è come un paziente percepisce il comportamento dell’analista per quanto questo possa attenersi alle regole analitiche.
 Il concetto di setting, come ogni tema tecnico, deve essere considerato nel contesto storico, teorico di riferimento.
  Un primo problema sorge nella definizione del termine inglese “setting”, letteralmente messa in opera, montaggio.
S. Freud
 Freud nei suoi saggi sulla tecnica analitica, non ha mai impiegato la parola “setting”, egli ha descritto una serie di procedere a cui, del resto, lui stesso ha fatto eccezione con i suoi pazienti.
  Freud, tra i suoi consigli tecnici, evidenzia l’opportunità di selezionare i pazienti escludendo quelli psicotici. Il trattamento viene iniziato con “un’analisi di prova” anch’essa svolta con lettino e analista fuori dal campo visivo del paziente.
 Solo dopo questa fase introduttiva, inizia la vera e propria cura con sedute con frequenza ed orario stabile, spesso con sei sedute settimanali.
Freud stesso spiega la necessità del lettino, retaggio del metodo catartico, la posizione dell’analista, l’atteggiamento riservato di questo, il silenzio, il tono neutro, come accorgimenti per favorire la regressione del paziente.
  Il paziente è soggetto a rispettare quella che è definita la regola fondamentale, ossia le libere associazioni a cui corrisponde l’attenzione fluttuante dell’analista.
 Il principale strumento di lavoro dell’analista è l’interpretazione che deve essere modulata nei modi e nei tempi tendendo nel giusto conto le resistenze ed il transfert nelle sue diverse espressioni (positivo, negativo, erotico, amichevole, ecc.).
  Freud nei suoi scritti di tecnica, tende ad offrire dei suggerimenti mentre è categorico su una regola che considera essenziale, ossia la necessità che l’analista mantenga un atteggiamento di astinenza che comporta la frustrazione parziale o totale, dei bisogni e dei desideri del paziente.
 Tale funzione è necessaria in quanto trasforma i desideri ed i bisogni forze propulsive per lo stesso cambiamento.
Fenichel
Fenichel, nel suo trattato psicoanalitico, non utilizza il termine setting ma qualcosa di equivalente come “atmosfera analitica”, egli riconosce nell’interpretazione e nell’atmosfera analitica i due elementi del cambiamento.
 “Compresi i principi terapeutici non è molto difficile decidere se sia il caso di chiamare psicoanalisi un dato trattamento. Freud disse una volta che ogni trattamento può essere considerato psicoanalisi se si prefigge di annullare la resistenza ed interpretare il transfert. Questo è l’unico criterio. Non importa se il paziente sia sdraiato o seduto o se siano usati certi rituali della procedura.Il procedimento migliore è quello che offre condizioni migliori per i compito analitico. E’ sciocco distinguere una psicoanalisi ortodossa da una psicoanalisi eterodossa”.
Galiberti 
  Il termine setting viene impiegato non solo nella psicoanalisi ma anche nell’ambito più vasto della psicologia a tale proposito può essere interessante la definizione secondo un dizionario di psicologia (U. Galimberti , Dizionario di psicologia, UTET):
 “Il concetto di setting quale contenitore di ricerca è impiegato fondamentalmente in due ambiti:
1)   Psicologia sperimentale dove si determinano le regole di applicazione di un test in assenza delle quali è impossibile una rilevazione che abbia una sua consistenza scientifica…
    2)  Psicoanalisi dove il setting delinea un’area spazio-temporale vincolata da regole che determinano ruoli e funzioni in modo da poter analizzare il significato affettivo del vissuto del paziente in una situazione specificatamente costruita per quella rilevazione, che alcuni definiscono quasi-sperimentale, in modo da evitare la messa in atto di stili relazionali tipici della vita quotidiana alterando il regime delle proiezioni e del transfert, difficilmente valutabile, perché scarsamente discernibili in una situazione non protetta dal setting.
S
 S
       Setting come dispositivo
.A  A ben guardare la “scoperta” di Freud, per somma di osservazioni teoriche-operative, consiste nella definizione di un DISPOSITIVO che crea condizioni di osservazione sistematica in uno specifico clima di ascolto.”
Il setting può essere immaginato come un cerchio che contenga l’analista ed il paziente o al contrario come stato mentale dell’analista che contiene il concetto di setting e lo applica con una certa flessibilità esterna ma con un fondamentale rigore nella sostanza .
Il setting può essere  essere inteso come essenzialmente una condizione esterna, un  comportamento o invece corrispondere all’atteggiamento mentale dell’analista.
Il setting nel primo caso è definito dalle procedure, nel secondo, come afferma Fenichel, dallo scopo della psicoanalisi.
   Un dibattito su questi temi affrontati da diversi autori, è reperibile in una raccolta di saggi curata da Celestino Genovesi, il cui titolo ” Setting e processo psicoanalitico ” è già indicativo del pensiero del curatore che evidenzia il complesso intreccio tra l’applicazione delle regole e il più articolato concetto di processo psicoanalitico.
  Il setting è inteso come un’insieme di precise condizioni formali del trattamento che tendono a restare costanti.
Il loro scopo è quello di facilitare una regressione infantile del paziente che comporta la riedizione di una situazione precoce di vita (transfert).
  Il setting risulta essere una costante, un’istutuzione come afferma J. Bleger (1), mentre l’interpretazione è l’elemento che determina il processo analitico.
 Entrambi gli elementi, il setting e l’interpretazione, definiscono la psicoanalisi ed il loro rappoto è di figura-sfondo, spesso il setting è lo sfondo ma a seconda dell’andamento del processo analitico, può divenire figura e quindi risultare in primo piano.
  Come afferma Winnicott, sia il setting, la somma di tutti i particolari della conduzione analitica, che l’interpretazione, sono principi attivi. Il prevalere dell’uno o dell’atro, è determinato dalla tipologia e dai bisogni del paziente “dove c’è un Io integro  l’analista può dare per acquisiti questi primissimi aspetti della cura del bambino, il setting dell’analisi è secondario rispetto al lavoro interpretativo (1)
 Antinori Maria Grazia,
 P.zza Armenia 9,
cell 334 338 58 35
BIBLIOGRAFIA
-GALIMBERTI U. (1992) Dizionario di psicoanalisi. UTET
-GAY P. (1988) Freud. Bompiani,
-(a cura di) C. GENOVESE (1988)SETTING E PROCESSO ANALITICO. RAFFAELLO CORTINA.(1)
-FREUD (1910) PSICOANALISI “SELVAGGIA”, VOL. 6
-FREUD(1911) TECNICA DELLA PSICOANALISI
-FREUD (1913) INIZIO DI UN TRATTAMENTO, VOL. 7
-FREUD(1914) RICORDARE,RIPETERE E RIELABORARE, VOL. 11
-FENICHEL (1945) TRATTATO DI PSICOANALISI DELLE NEVROSI E PSICOSI. ASTROLABIO.
-(A CURA DI) SEMI TRATTATO DI PSICOANALISI

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Le parole ponte. L’uso del linguaggio nella talking-cure

Antinori Maria Grazia
 Le parole riempiono, a volte saturano, la nostra vita. Ma qualcosa di speciale e di diverso, distingue le parole della ”talking cure” – cura delle parole-, da quelle che pronunciamo abitualmente.
La psicoanalisi presuppone che due persone, in una stanza tranquilla ed accogliente, si parlino. Il paziente, forse, cerca di ritrovare un filo smarrito, il senso di sè, la possibilità di vivere il suo tempo e l’analista ha il ruolo di ascoltare e di restituire anche quello che ancora non è stato detto o pensato.
Come scrive Bion, nei seminari brasiliani: “Nella stanza d’analisi ci dovrebbero essere due persone piuttosto spaventate: il paziente e l’analista. Se non lo fossero ci si potrebbe chiedere perchè si stiano tanto preoccupando di scoprire ciò che ciascuno già conosce”.
Le parole emotive troppo rumorose o troppo sussurrate
Le parole che si pronunciano in un setting psicoanalitico, acquistano un senso ed un valore speciale che spesso prevarica o corrisponde solo parzialmente, al significato oggettivo della comunicazione verbale. Un compito centrale dell’analista è proprio quello di riconoscere e differenziare come le parole siano utilizzate e pensate.
Ancora dopo un anno di terapia, Elena quarantasei anni, sembra molto spaventata ed in ansia ogni volta che si siede sul divano. Le è difficile trovare una posizione comoda, si agita, resta rigida e in silenzio, gli occhi sgranati e i movimenti pensati, trattenuti.
Si guarda intorno, passa in rassegna la stanza, gli oggetti e la stessa terapeuta alla ricerca d’indizi di cambiamento, anche i più banali.
Ogni segno è valutato e caricato di un significato che la paziente riferisce alla sua persona, un movimento dell’altro tende ad interpretarlo come un’intenzione aggressiva e pericolosa.
Elena sembra aver paura di essere toccata dalle parole, si sente sola come la bambina che era e che viveva in una casa lontana dal centro abitato.
A volte i suoi genitori contadini, l’accompagnavano in paese ed Elena si sentiva persa, disorientata, muta.
Oggi si è trasferita in una grande città, è laureata, sposata, lavora, ma è rimasta la stessa bambina chiusa in un mutismo pieno di ombre e di sensazioni afone.
Silenzio, pianto, frasi sconnesse ed incomplete, spesso Elena ha bisogno di diversi minuti per riuscire a formulare un pensiero che resta comunque  sospeso; come se desse per scontato che l’altro conosca tutto quello che la riguarda.
E’ senza pelle, senza confini. Piange per ogni emozione o sentimento che sembra evacuare attraverso le lacrime.”Quando penso, piango … parlo con le lacrime” dice di sé la paziente.
A volte, la distanza che impone tra lei e la terapeuta, diventa così satura e pesante da indurre un forte senso di sonno e la voglia di chiudere gli occhi, probabilmente corrispondente al desiderio della paziente di ritirarsi e di annullare ogni contatto.
Sembra che per lei, le parole siano pesanti e potenti e che possano colpirla come proiettili, quest’atteggiamento richiede una risposta attenta e calibrata. La terapeuta cerca di assicurarle un silenzio caldo come una coperta, altrimenti Elena si sente persa come quando era bambina e attraversava la campagna alla ricerca di un drappo rosso che le segnalasse il punto della vigna dove lavoravano i suoi genitori.
Per un altro paziente, Paolo trentatré anni, ingegnere, le parole sembrano invece prive di senso, gli scivolano addosso senza lasciare traccia, sembrano transitare su di lui come una lunga fila di formiche indistinguibili tra loro.
Non ascolta, non ricorda, non mentalizza, le sue stesse esperienze riferite e commentate, sono apparentemente dimenticate. Sembra uno di quei pazienti descritti da Bion, che appaiono completamente incapaci  di ascoltarsi.
Paolo urla incessantemente il suo dolore per non aver ancora incontrato la donna ideale e soprattutto il suo strazio per l’assoluta convinzione che MAI la incontrerà. Niente lo placa, ogni  esperienza, per quanto positiva, è comunque fonte di frustrazione, poiché fallisce nel suo unico obiettivo. Per un certo periodo, gli è stato penoso anche camminare per le strade, quando incrociava lo sguardo con “le belle ragazze” provava una grande rabbia: “tanto non mi vorranno mai!”.
Il mondo interiore di Paolo resta sempre vuoto, un deserto senza speranza,non riesce ad immaginare altri scenari se non il suo supplizio, un’unica scena che si ripete incessantemente. E’ così chiuso in sé stesso da non accorgersi degli altri, uomini e donne, focalizza un unico aspetto: “non posso avere una donna carina, perché dovrebbe scegliere me!”.
Non registra, non mentalizza, non ricorda i suoi evidenti ed a volte, eclatanti  successi sociali, lavorativi e con le stesse donne.
All’inizio dell’analisi, la sua sessualità era limitata all’autoerotismo non riusciva ad avere rapporti sessuali. Oggi, senza troppa paura, ha scoperto la sessualità, anche un certo grado di tenerezza e soprattutto riesce a distinguere nell’informe categoria “donne”, persone con un nome e una personalità. Nonostante questo, è grande la sua sofferenza rancorosa per non avere ancora incontrato la donna ideale, ossia una ragazza abbastanza attraente, vivace ed intelligente. Attualmente frequenta una persona che descrive come intellettualmente straordinaria ma priva di ogni attrattiva sessuale.
La terapeuta cerca di ascoltare, di immaginare le situazione, di aiutare il paziente ad osservare gli avvenimenti e se stesso,di andare oltre al filtro del “mai”  e soprattutto  mantenere la speranza per altri possibili scenari che il paziente non riesce ad immaginare per le sue stereotipate e ripetitive fantasie catastrofiche che risuonano in lui più forti delle stesse esperienze.
Il narrare insieme i cambiamenti recenti, mettere a confronto il Paolo impossibilitato a guardare gli altri negli occhi con quello di oggi, contribuisce a creare una prospettiva nuova, un certo senso del tempo, un ritmo negli avvenimenti. Il ”mai” granitico resiste, anche se ridotto, decisamente smussato per quanto riguarda le aree lavorativa e sociale.
Il “mai”di Paolo si riferisce al passato, ad una catastrofe che egli ha già vissuto, ossia una madre che non è riuscita a sostenerlo, troppo presa dalla necessità di curare un marito depresso ed in difficoltà.
Le parole di Paolo sono pesanti come sassi lanciati con forza contro la terapeuta-madre colpevole di averlo reso impotente. Il primo compito è, come direbbe Winnicott, di sopravvivere agli attacchi verbali del paziente; il secondo è quello di raccogliere le parole-sasso e restituirle per costruire e sostenere  l’identità del paziente: riportargli, senza ferirlo, la sua stessa rabbia.
Il problema di Paolo non è certamente la risposta negativa delle belle ragazze alle sua avance, ma la necessità di smorzare il suo odio e la sua rabbia rancorosa verso tutte le donne, soprattutto quelle desiderabili e corteggiate che egli immagina proibite, come la madre dell’infanzia che preferiva il padre al piccolo Paolo, solo ed abbandonato a se stesso. Così egli oggi prova una grande invidia e gelosia per gli altri uomini che sembrano appartenere ad un’unica categoria di fortunati, con cui è impossibile confrontarsi o competere.
I contenuti delle sedute sono ripetitivi, ma nella vita Paolo si concede di esplorare nuovi territori, scopre la differenza tra il sesso pornografico e la sessualità vissuta con una donna reale. In rare ma intense sedute cambia tono, la voce si abbassa, il ritmo dell’eloquio rallenta, si lascia toccare dalle parole dell’altro, questo accade quando scopre la tenerezza  con una ragazza.
Naturalmente, presto riprende il suo tormentone: “Nessuna ragazza carina mi vorrà mai!”. E’ come se facesse vivere all’altro la sua stessa frustrazione e senso d’impotenza, non riesce a ricordare o a pensare, quando ha vissuto queste sensazioni da bambino o da adolescente e tanto meno ad esprimerle con le parole ma le agisce, le mette in scena, impersonando il ruolo del carnefice e affidando all’altro, il compito di vivere la sua stessa impotenza, frustrazione, solitudine e isolamento affettivo.
E’ evidente la dissociazione tra il comportamento e le parole: con le parole il paziente nega i sentimenti, le emozioni ed il dolore del passato; con il comportamento agisce oggi, nel qui ed ora del setting, proprio quei contenuti negati con le parole.
Ha ragione Paolo ad affermare l’associazione tra “mai/amore”, ma è un’associazione che egli ha già vissuto nel passato e che trasferisce al presente ed al futuro, determinando un’aspettativa negativa che influenza il suo comportamento attuale, portandolo a  ripetere in maniera coatta ed inconsapevole un copione del passato che è stato profondamente traumatico, anche se si è trattato di un trauma cumulativo piuttosto che acuto.
A Paolo manca la capacità di sognare, in senso bioniano, la propria esperienza emotiva, è drammaticamente ancorato ad una super-realtà, piatta, senza ombre immutabile ed eterna. Lo stesso linguaggio è appiattito al concreto e svuotato di capacità evocative.
Ogden, direbbe: “una persona incapace di imparare dall’esperienza (e di farne uso) è imprigionata in una condizione infernale di un mondo infinito ed immutevole “
Ogni paziente utilizza le parole in modo peculiare, più è profondo ed antico il disagio o la patologia, più le parole diventano altro, oggetti, cose, sostituti e non mezzi della relazione.
Le parole-oggetto sono concrete, a volte molto pericolose a volte vuote e prive di significato in quanto isolate dalla componente affettiva.
Il valore delle parole all’interno del transfert
Più le parole si discostano dalla loro funzione comunicativa, maggiore è la necessità che l’analista sia centrato sul transfert-controtrasfert che diventano quasi gli esclusivi strumenti di relazione.
Le parole si possono trasformare in un muro di rumore, diventare assordanti e quindi insignificanti e fastidiose e, paradossalmente, intralciare la comunicazione.
Del resto, la terapia psicoanalitica è una talking cure, non si può fare a meno del linguaggio verbale che è lo stesso veicolo della relazione analitica.  Quando
al paziente  mancano “le parole per dirlo”, il vuoto tende ad essere riempito dagli agiti o dall’impiego di parole prive di senso, semplice scarica motoria.
Come scrive Racalbuto in “Tra il fare ed il dire”, è necessario costruire un ponte tra le parole e le cose, tra il verbale e gli affetti. Le parole scollegate dagli affetti, non hanno valore, ma le cose senza rappresentazioni non possono essere pensate ed elaborate. “Con le parole e le loro regole, il principio di piacere non può più spadroneggiare, ma deve lasciare il posto al principio di realtà che esige, normalmente, che la realtà parlata sia una realtà condivisa”.
Un esempio d’impossibilità di comunicazione verbale, è data da certi bambini autistici che sostituiscono la parola con stereotipie corporee, l’esempio opposto è invece quello di coloro che comunicano solo attraverso il linguaggio verbale , si tratta di un linguaggio “disabitato dal corpo pulsionale”, privo dell’ affettività, anche se il corpo  con somatizzazioni improvvise, può esprimere gli affetti che le parole negano. Le prime esperienze d’oggetto del bambino, sono evidentemente di tipo corporeo, lo stesso Io del bambino è, come afferma  Freud, un Io corporeo.
Partendo dall’osservazione di come le emozioni ed i sentimenti siano radicati nel corpo, diventa cruciale la questione del  come le parole riescano a raggiungere e modificare i sentimenti e le emozioni, soprattutto quelle  non rappresentate o pensate.
Poter accedere alla parola-affetto, ossia al verbale associato all’affetto, presuppone che colui che parla si senta definito, con una pelle certa, un confine che lo delimiti e che allo stesso tempo gli consenta di relazionarsi all’altro senza pericolo di perdere la sua identità.
Per fondare la propria identità in modo saldo, è necessario elaborare quello che Racamier definisce “lutto originario”, ossia il processo che porta il bambino a separarsi dall’amalgama narcisistica con la madre.
Il bambino alla nascita è immaturo e necessita delle cure materne per la sua stessa sopravvivenza. Tra madre e neonato, si crea un’intensa relazione di reciproca seduzione che protegge il bambino dall’eccesso di stimolazioni interne ed esterne, permettendo un accordo quasi perfetto che mira a proteggere la serenità narcisistica (Holding, preoccupazione materna primaria di Winnicott).
All’inizio della vita è essenziale per un sano sviluppo psichico, la chiusura narcisistica che preserva l’unisono simbiotico, l’illusione di un unico corpo che prosegue fino a quando le forze della crescita, spingeranno il bambino verso l’esterno.
Il lutto originario è un processo maturativo universale, originario in quanto comincia all’inizio della vita e prosegue fino al termine dei nostri giorni,è essenziale in quanto permette di riconoscere la differenza tra le persone e le generazioni e fonda la stessa psiche.
“Per lutto originario intendo il processo psichico fondamentale per il quale l’Io fin dalla prima infanzia, prima ancora di emergere e fino alla morte, rinuncia al possesso totale dell’oggetto, compie il lutto di un’unione narcisistica assoluta e di una costanza dell’essere indefinita, è tramite questo lutto che fonda le sue origini, opera la scoperta dell’oggetto e del Sé e inventa l’interiorità. L’Io stabilisce così le proprie origini riconoscendo di non esserne il padrone assoluto”.
Il lutto originario è quindi  una crisi, la prima difficile prova  per l’Io che deve affrontare un paradosso: per scoprire l’oggetto, è necessario prima perderlo. Una volta avvenuto il lutto originario, questo conferisce all’Io, una certa tolleranza ai lutti successivi e soprattutto permette di avere fiducia nell’oggetto ed in sé stessi, lasciando come un’eredità “l’idea dell’Io”, ossia la percezione essere il proprio corpo e di stare nel mondo come un luogo familiare.
Racalbuto riconosce come i pazienti narcisistici, psicotici, borderline e perversi e anche quelli nevrotici in particolari momenti della loro analisi, siano come impermeabili al contenuto dell’interpretazione e quindi al processo secondario, la loro fragilità narcisistica li rende inaccessibili.
E’ quindi la fragilità narcisistica che svuota le parole di senso e le rende più simili ad oggetti.
Se il lutto originario è imperfetto, la persona resta in quella fase che Racamier chiama “Antedipo”
La parola per essere espressiva, deve attraversare uno spazio vuoto tra “il me ed il non-me”, altrimenti resta propaggine corporea, oggetto, cosa, estensione del corpo, si svuota del suo stesso aspetto simbolico o, al contrario, viene neutralizzata scindendola dall’affetto, perdendo ogni rapporto con la realtà ed il corpo.
Potremmo quindi parlare di una parola troppo carica di corporeo, ” una parola- somatica”  e di una parola svuotata di affetto, “una parola-rumore”, ogni paziente può oscillare da una posizione all’altra a seconda delle difese attivate: se prevale la proiezione prevarrà la “parola somatica”, se l’isolamento affettivo la “parola-rumore”.
Ritornando a Racalbuto: “Senza la costituzione di un “ponte” fra il corpo e la parola, di un ponte che tocchi e separi cioè le due sponde, si può correre il rischio della permanenza esclusiva in uno dei due “territori”, che restano così estranei l’uno all’altro”.
L’analista, per costruire il ponte tra il corporeo ed il simbolo della parola, deve trovare espressioni verbali che sono “equivalenti simbolici del tatto” (Anzieu), avvicinare il corpo pensato con il corpo vissuto, attraverso il proprio lavoro psichico, rimandando , se necessario, l’interpretazione per fare da cassa di risonanza a quell’affetto che il paziente non riconosce e che attraverso l’identificazione proiettiva, fa sentire e vivere all’analista.
L’analista per poter raccogliere il non detto, deve tollerare egli per primo il senso di vuoto, dare tempo all’affetto di farsi esperienza riconoscibile  e, solo in un secondo tempo, verbalizzare al paziente scegliendo le  parole che egli possa intendere ed accettare.
Il Bion dei seminari sottolinea in molti passaggi, la necessità che l’analista tolleri abbastanza a lungo le difficoltà del paziente, ma soprattutto la propria ignoranza, rinunciando a trarre subito conclusioni che rischiano di saturare il campo della conoscenza.
“Se l’analista è disposto ad ascoltare, a tenere aperti gli occhi, le orecchie, l’intuizione e i sensi, questo ha un effetto sul paziente, che sembra crescere. La seduta fornisce alla mente del paziente ciò che, se si trattasse di un’esperienza fisica, si potrebbe definire –buon cibo-. Bisognerebbe incontrare il paziente come se fosse la prima volta, rinunciando alla memoria ed al desiderio, quando non si conoscono le risposte, bisogna scoprire parole nuove”.
Freud ha descritto l’atteggiamento ideale dell’analista come “attenzione fluttuante”
Bion, sottolinea come la sola attenzione al contenuto, può rendere opaco  l’intero discorso. Egli ha introdotto il concetto di rèverie, secondo il quale l’analista coglie i contenuti emotivi evacuati trasformandoli in nuove forme più tollerabili per il paziente.
Citando Bion: “L’esperienza analitica nonostante tutte le apparenze di conforto, è un’esperienza emotiva tempestosa per le due persone. Ci si aspetta che l’analista rimanga capace di un linguaggio articolato e capace di tradurre ciò di cui è consapevole in una comunicazione comprensibile. Questo vuol dire avere un vocabolario che il paziente è in grado di capire se gli si dà la possibilità di ascoltare quello che l’analista ha da dire”
Come pone l’accento Martini, è centrale nel trattamento psicoanalitico il movimento di “va e viene” che conduce il paziente dal suo essere sociale, alla sua dimensione inconscia e fantasmatica e quindi alla componente somatico-sensoriale non rappresentabile.
“Un modello dialettico della psicoanalisi implica perciò che se ne riconosca lo specifico della possibilità di costruire connessioni tra il rappresentabile e l’irrappresentabile, tra il conscio e l’inconscio, tra l’intrapsichico e l’interpersonale, tra l’interazione e il transfert
Ultime sedute prima delle vacanze di Natale .
Elena sembra triste e preoccupata per la prossima separazione.
La terapeuta prova a offrirle un po’ di conforto parlandole del cibo delle feste ma la paziente sente il tema come intrusivo, si arrabbia e si agita. C’è il tempo di recuperare, la terapeuta interpreta la risposta della paziente e riconosce l’imprudenza del suo ardire.
Elena si rilassa abbastanza da riconoscere la sua profonda paura per l’offerta di un contatto emotivo che sente eccessivo e pericoloso.
Il silenzio è ancora la sua migliore coperta calda.
Antinori Maria Grazia
P.zza Armenia 9
Roma
Cell 334 338 58 35
 BIBLIOGRAFIA
Anzieu D.: L’io pelle. Roma: Borla editrice, 1985.
Bion W. R. (1966): IL cambiamento catastrofico . Torino:Loescher editore,1981
Bion W. R.  (1978): Discussioni con W.R. Bion.Torino: Loescher editore,1984.
Freud S.(1912): Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico.0SF, vol 6. BIBLIOGRAFIA
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Freud S.(1912): Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico.0SF, vol 6. Torino: Boringhieri.
Freud S. ((1913-14) Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi. OSF vol.7. Torino:Boringhieri.
Freud S.(1922): Voci di enciclopedia “Psicoanalisi” e “Teoria della libido”. OSF, vol.9. Torino: Boringhieri.
Ferro A.: Evitare le emozioni,vivere le emozioni Raffaello Cortina Editore, 2007
Moccia G. e Solano(a cura di): L. Psicoanalisi e neuroscienze. Franco Angeli editore,2005
Ogden T. H.: L’arte della psicoanalisi. Raffaello Cortina Editore, 2008.
Racamier P.C.: Il genio delle origini. Raffaello Cortina Editore, 1995
Racamier P.C.: (1995) Incesto ed Incestuale. Franco Angeli editore, 2003
Racalbuto A.: Tra il fare e il dire. Raffaello Cortina Editore, 1994
Winnicott (1958): Dalla pediatria alla psicoanalisi. Firenze:Pyico di Martinelli,1975
Winnicott (1971) Gioco e realtà. Armando, Armando editore, 1974.
Torino: Boringhieri.
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Un viaggio analitico raccontato dal vertice della paziente. Una paziente racconta la sua analisi.

Nel riportare la storia clinica di una persona, è difficile rendere il clima emotivo di una particolare analisi. Il vertice di osservazione è quasi sempre solo quello dell’analista, più raramente si riporta la voce del paziente, co-protagonista e voce narrante, della scena analitica.
In questo  racconto si cerca di evocare alcuni aspetti di una psicoterapia ad indirizzo psicodinamico, osservati anche dal vertice emotivo e transferale di una paziente di nome Arianna, una donna di trentadue anni, insegnante di liceo, sposata e madre di due bambini di sei e tre anni.
Arianna ha chiesto una psicoterapia  un anno dopo la nascita del secondo figlio, la cui gravidanza  si è conclusa con un difficile parto prematuro che ha reso necessario  l’incubatrice per il neonato.
Nei primi mesi di vita, il piccolo  presenta uno sviluppo motorio rallentato  determinando il sospetto di un danno neurologico che  si rivela nel tempo, infondato ma che fa vivere ai genitori un periodo di grande apprensione ed ansia, soprattutto per Arianna la cui infanzia  è stata segnata  dalla malattia  cronica della propria madre sofferente per un diabete che, nel tempo, ha determinato  una grave invalidità.
La nascita difficile del secondo figlio, il suo iniziale ritardo nello sviluppo, riattivano  potentemente i fantasmi di malattia, di danneggiamento, di perdita, che tanto avevano segnato l’infanzia  di Arianna.  I sintomi che spingono la paziente in terapia, sono gli attacchi di panico associati alla costante paura, quasi  terrore, di essere lei stessa malata come la madre ed al senso generalizzato di inadeguatezza, la sensazione di “non farcela” a prendersi cura dei figli, soprattutto del nuovo nato.
 Il viaggio di Arianna
Arianna ha iniziato ormai da tempo il suo viaggio analitico. E’ partita restando nella sua città, cambiando semplicemente quartiere. Conosce a memoria i negozi in prossimità della sua meta, il fornaio all’angolo, la piccola bottega d’orefice e, finalmente, il portone che si apre su un cortile tra le palazzine. Sale a piedi le scale, anche questo  fa parte del rituale: raccogliere i pensieri, sentire battere il cuore, fermarsi un attimo sul pianerottolo e poi suonare ed aspettare.
Dall’appartamento, a volte, si sentono delle voci prima  che si affacci la dott.ssa A , con cui Arianna condivide il viaggio che  inizia nell’attraversare un buio corridoio che  si apre su una  grande stanza. Il rituale si ripete costante, Arianna  ha rinunciato a comunicarlo ad altri, ormai il viaggio è  esclusivamente di loro due, lei e la dott.ssa A.
Difficile spiegare il gusto di stare in riva al mare e setacciare la sabbia per raccogliere tutto quello che si trova, lasciando scorrere i granelli caldi tra le dita. Alle volte Arianna si sente così, alla scoperta di qualcosa che non si vede ma che  avverte  più materiale  e vera delle cose che si toccano, questa ricerca ha permesso di incontrare personaggi  diversi, nuovi paesaggi e scenari. La prima scoperta, il primo incontro importante è stato con l’Indiana, una bambina straniera  nascosta da sempre  nel corpo dell’ Arianna-adulta che la ignora se non per un senso di malessere e di ansia che spesso la pervade senza un’apparente ragione e che la porta ad isolarsi e a chiudersi in se stessa.
L’Indiana  è l’eco più nascosto dell’Arianna bambina piccola, la parte senza parole che l’Arianna-adulta cerca di dimenticare e disconoscere e che corrisponde alla figura di una ragazzina sgraziata, bruttina, sempre affamata e bisognosa. L’Indiana si prostrerebbe di fronte a chiunque per un chicco di riso che sente di non  meritare, anche se lo desidera con tutta la forza del suo bisogno. E’ una bambina abbandonata a se stessa, lasciata in balia ad una realtà troppo grande e complessa per lei.
Non e’ simpatica, conosce poche parole nel suo dialetto e neanche cerca di imparare la lingua degli altri che osserva dal basso all’alto con diffidenza, senza sorridere, non si lascia amare.
E’ troppo arrabbiata, eppure spera ancora che qualcuno possa avvicinarla. Le sue reazioni sono istintive e spesso,  apparentemente inspiegabili, reagisce a qualcosa  che viene dal passato piuttosto che dal presente, avverte solo il bruciare del suo dolore.
L’Indiana abita da sempre in Arianna, l’ha colonizzata, sono due compagne sconosciute l’una all’altra. Non ci sono parole tra di loro, solo silenzio eppure condividono lo stesso corpo, le mani si muovono insieme,  quando una fa un passo, anche l’altra la segue.
La lingua dell’Indiana e’ dura, gutturale, molto lontana dall’eloquio elegante  dell’ Arianna-adulta, si percepisce l’eco dell’Indiana solo come un sottofondo dissonante  che si nasconde tra le parole, una nota stonata, un tono fuori tempo. L’Indiana conosce un mondo povero, fatto di paesaggi piovosi, di silenzio, di fame,  di ricerca di un po’ di prezioso riso bianco, l’unico che può ingoiare e far accettare al suo stomaco ormai ridotto ad un budellino ipersensibile.
Ha bisogno di una qualità speciale di riso che dove essere molto cotto, quasi sfatto e suddiviso in piccoli boli  rotondi, bagnati nel latte, da mangiare lentamente, uno alla volta, senza fretta. La dott.ssa A inizia quasi subito a preparare il cibo speciale per l’Indiana nascosta in Arianna, è cibo cucinato con le parole, raccontato, descritto, evocato per il gusto, il sapore, il profumo, la tiepidezza. Deve  sollecitare le pupille gustative di Arianna, per poter arrivare all’Indiana affamata e rabbiosa.
E’ necessario mascherare i boli di riso in vesti più accattivanti  per Arianna-adulta che misconosce l’ ospite dentro di sé, così difficile ed astiosa. Quando l’ Arianna di oggi, racconta della sua scontentezza, della sua solitudine quotidiana, la dott.ssa A risponde preparando un bolo di riso mascherato dentro una polpetta al sugo o una minestra di verdura o quando  il clima emotivo si appesantisce, dentro una pietanza più saporita. Ariana accetta tutte le prelibatezze preparate per lei, giorno dopo giorno, ma la cosa più preziosa non l’avverte, non riconosce i piccoli boli di riso bagnati  nel latte.
E’ proprio quello il prezioso nutrimento per l’Indiana con la bocca serrata che si apre al profumo dolce e  morbido del riso  buono come il desiderio di morbidezza che non ha potuto assaporare e che oggi le fa  dischiudere le labbra, prendere il rischio di aprirsi al  desiderio nascosto della tenerezza. Forse per brevi periodi, per pochi momenti nella sua vita, ha già incontrato quell’odore rassicurante. Il rancore sordo nasce, per qualcosa provato ma troppo presto perso.
L’Indiana, senza accorgersene, cresce, recuperava le forze, i suoni gutturali diventano meno aspri, meno rancorosi. Le parole della dott.ssa A arrivavano come un’eco, un suono rassicurante che risuona nella pancia.
Parole sonore senza significato, piccoli boli di cibo che finalmente possono essere offerti ed accettati senza mascheramento.
Progressivamente l’Indiana ed Arianna si avvicinano e si ascoltano, a tratti si sovrappongono diventando la stessa persona ma sono ancora così lontani i lori idiomi che difficilmente si comprendono, Arianna è totalmente concentrata nel suo presente mentre l’Indiana vive esclusivamente nel passato.
La piccola-Arianna , la parte più vicina all’Indiana, alle volte sente che la Dott.ssa A si trasforma  in un altro personaggio, misteriosamente diventa un drago dalle molte teste da cui escono  vampate di fuoco, quasi un animale primitivo, senza intelligenza se non quella di aggredire. La piccola-Arianna,  si domanda cosa possa  trasformare quella cuoca premurosa in un mostro atavico ed irriconoscibile. Di una cosa è certa, non le piace, lo vorrebbe  sfuggire ad ogni costo ma come rinunciare al buon cibo, questo la fa resistere anche se teme di essere ferita da quelle lunghe e penetranti lingue di fuoco. La dott.ssa A parla all’Arianna-adulta, con parole che non sono sempre intellegibili  per l’Indiana e per la piccola-Arianna.
Certo Arianna è grande, parla una lingua complessa, sa molte cose del mondo, si prende cura di altre persone, ma cosa ne sa la piccola- Arianna di  quelle faccende  di cui l’Arianna-adulta pare così esperta e che racconta alla dott.ssa A,che le risponde nella lingua della realtà, dello spazio e del tempo.
La dott.ssa A così abile nell’offrire il cibo giusto, su questo punto ogni tanto si confonde, non riesce sempre a farsi capire dall’indiana che vive come intrusivo e fuori luogo il linguaggio adulto, estraneo, stonato e così tuona le sue parole dure che fanno chiudere la piccola- Arianna in una posizione fetale. Per fortuna, spesso, la dott,ssa A si rammenta di essere cuoca e così il drago dalle molte teste ritorna nell’ombra e la piccola- Arianna  distende le gambe sul divano, ride come una bambina, sentendo l’Indiana sempre meno nascosta, sempre più parte di sé.
Solo dopo molta strada, Arianna scopre il senso di un suo gioco ricorrente: si chiudeva in un piccolo, freddo bagno della sua casa dell’infanzia e lì immaginava per ore, di stare in una prigione a fantasticare su come avrebbe potuto organizzare quello spazio per poter vivere in un metro per due. Il bagno era quello che utilizzava  sua madre, il water freddo sostituiva il contatto fisico con la madre che Arianna  non riusciva a toccare.
Ma la toccano ed accarezzano le parole della dott.ssa A, i  racconti e le metafore che inventa per lei per poterla avvicinarla , senza spaventarla. Per un lungo periodo del viaggio, Arianna ricorda la sua storia, ritorna sul suo passato srotolava la striscia del tempo, sente di aver bisogno della cura della com-passione, ma non sempre il suo desiderio è accolto, a volte spunta da dietro una roccia il drago sputa fuoco e gela il paesaggio carbonizzato.
Ricordare e raccordare il presente al passato, aiuta a scoprire le diverse età, le stesse lingue parlate costantemente anche se in modo dissociato, confuso e spesso sovrapposto. Accogliere sulla scena analitica i diversi personaggi, scegliere il linguaggio giusto per ognuno di loro, aiuta ad integrare e a confrontare i diversi livelli di funzionamento  psichico di Arianna .
Per molto tempo,  Arianna  riempie  la stanza d’analisi, saturando tutto il tempo con il racconto dell’ incontro con  Icaro. Icaro amato, odiato, cercato, allontanato. Una platonica storia d’amore dove Icaro, l’amore impossibile, quasi si  trasforma in una bestia mostruosa.
Un affetto, una storia attuale che ripete testardamente e tenacemente un impossibile amore del passato verso le fate-streghe, che tanto avevano contato nell’infanzia di Arianna. Due donne amare che trasudavano dolore e rimpianto, troppo impegnate  nel loro balletto, amalgama di odio e amore, per lasciare spazio a chiunque altro, soprattutto se tenero e nuovo. C’è voluto un lungo tempo rosso, violetto, bianco e finalmente nero di lutto, per permettere ad Arianna di riconoscersi  anche senza la presenza di Icaro e perciò avvicinare i suoi fantasmi, i suoi vuoti, senza intermediari e trasportatori occasionali del suo passato.
Il tempo è scivolato in avanti: Ariana e l’Indiana si sono incontrate, le fate-streghe stanate, e la dott.ssa A è diventata “ il segnatempo”, il traduttore di lingue diverse quella affettiva e quella della realtà, quella moderna e quella antica. Il linguaggio  analitico è diventato una terza lingua, quella dell’altro che unisce e separa, come un ponte sospeso su uno spazio vuoto, il tramite tra realtà diverse, tra tempi  diversi. Scogliere il nodo del tempo ha strasformato lo spazio, spento la luce.Il nero è calato come la notte, nero senza speranza. “Tambien se muere el mar” diceva la dott.ssa A citando i versi di Garcia Lorca. “Tambien se muere el mar” ripeteva  Arianna. E’ stato un lutto amaro rinunciare all’illusione di riappacificare le fate-streghe dell’infanzia, l’illusione di un incontro  felice ed appagante che magicamente risparmiasse il dolore del vissuto  di isolamento e lo trasformasse in contatto e solitudine felice.
La dott.ssa A conosceva il nero di Arianna, un nero antico, un sobbalzo nella trama del tempo, tutto era già stato. La ripetizione del passato si era così mascherata da realtà immutabile e senza via d’uscita, apparentemente l’unica realtà possibile.
Solo molto lentamente, con molta presenza affettiva della dott.ssa A, per Arianna si sono aperti nuovi paesaggi. Inizialmente solo deserto, quello di sassi,duro, aspro, sporco di fango. Il vuoto, l’assenza, hanno acuito i sensi, i suoi ricordi, l’attenzione ad oggi, alla sua età e alla possibilità di nuovi scenari.
Arianna ha ritrovato dentro di sé, i volti dei suoi genitori, di lei ed i suoi fratelli bambini.
 Le fate-streghe sono ancora invincibili, impegnate nella loro danza circolare, sempre uguale a se stessa, ma ora le può guardare nello loro vesti colorate e cangianti, nel loro fascinoso e pericoloso richiamo senza lasciarsi prendere dal fascino di annullare ogni distanza e differenza tra sé e gli altri e precipitare in un tempo assoluto che annulla l’onnipotenza degli orologi.
Le fate-streghe rirportano al mondo disperato della piccola indiana, all’odio sordo, alla paura del contatto, del corpo, del sesso, della vita, al bagno freddo che conserva l’impronta materna. E’ un terrore senza nome, scritto nelle profonde cicatrici che segnano ancora il corpo di Arianna. Anche la dott.ssa A si è trasformata, non più cuoca provetta, né drago dalle molte teste, ma una persona che si è presa cura di Arianna.
L’Indiana è cresciuta abbastanza da procurarsi il cibo da sola e  per imparare la lingua degli altri. Il viaggio è terminato proprio un attimo primo che la strada diventasse circolare, rischiando una traiettoria chiusa su se stessa, è tempo di salutarsi e di cercare nuovi affetti, nuove esperienze. E’ necessario essere molto vicini, sentirsi profondamente parte per potersi separare, è come distaccarsi dai genitori dell’infanzia,dalle proprie radici e Arianna può  realizzarlo proprio ora, nel momento in cui ha ritrovato  le mani che sostengono e curano.
Il viaggio compiuto anche se lungo, lascia  inesplorati altri territori, nuovi colori e profumi, altri uomini e donne. Il deserto di sassi è diventato sabbioso, dune di sabbia dorata nascondono le oasi di palme cariche di datteri. Soprattutto un mondo abitato non solo dalle ombre del passato, ma da uomini e donne, persone che si possono finalmente incontrare e conoscere.
Non sempre incontri felici, ma incontri.
Antinori Maria Grazia
P.zza Armenia 9 Roma
cell. 334 338 58 35

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Il lutto e la perdita.Le alternanze della vita.

Maria Grazia Antinori
 Il llutto ed il cambiamento
“Lutto” è una parola che vorremmo che non ci riguardasse mai.
E’ associata al dolore, alla perdita di una persona cara, di una speranza, di un amore o di una amicizia, della salute, della giovinezza … ma in realtà ci accompagna per tutta la vita fin dal suo sorgere, e non solo come incidente ma come elemento di sanità e di salute psichica in quanto segna ogni cambiamento e fase della vita come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la laurea, il matrimonio, la nascita di un figlio.
Utilizzare il vocabolo lutto, è quasi scandaloso soprattutto in un clima sociale e storico che  invita all’accumulo di oggetti, di relazioni, dove il vincente sembra colui che consuma persone e situazioni alla massima velocità.
 Il lutto richiama il limite, la finitezza della nostra espansione e onnipotenza di esseri umani che stanno scoprendo come il consumo esasperato bruci rapidamente le stesse fonti di vita e di sostentamento ma ciò nonostante, sembra illimitata la spinta maniacale .
Nella realtà quotidiana fermarsi, osservare, riflettere, sembrano azioni perdenti rispetto la corsa a riempire il tempo di rumori, suoni, incontri fugaci, sostanze che eccitano o rilassano. La prima inquietudine, un accenno di ansia viene registrato come “malattia” da estirpare rapidamente magari con uno psicofarmaco.
L’attacco di panico è diventato un sintomo molto diffuso che spaventa molto chi lo vive ma che potrebbe essere interpretato come una sveglia interiore, un trillio forte ed imperioso che avverte di quanto ci si è allontanati da sé stessi. Spesso la risposta consiste nel tentativo di spegnere la sveglia, ma il tempo seguita a scorrere. Ognuno di noi rischia di mancare l’occasione preziosa di cambiamento, di un essenziale ricongiungimento con le nostre origini.
Il sentimento della tristezza viene  spesso scambiato per depressione, qualcosa da cui liberarsi rapidamente senza considerarne la funzione e le origini.  Per sentirsi vitali e  reali è invece essenziale riconoscere i sentimenti – compresi la  tristezza e la malinconia – ascoltarli, dargli spazio senza per questo temere di essere malati o depressi.
 La depressione non corrisponde affatto al sentimento della tristezza, è una patologia che può manifestarsi anche senza tristezza ed è legata proprio alla mancata elaborazione di un lutto per una perdita, o per una ferita narcisistica.
Per poter vivere una vita serena  è indispensabile acquisire la capacità di elaborare il lutto. Subito dopo la nascita viviamo una situazione di beatitudine nel rispecchio narcisistico con la madre, ma il primo compito della coppia neonato-madre, è il lutto originario, ossia la rinuncia all’illusione onnipotente di un’unione perfetta che tiene lontano l’ambiente esterno e protegge dagli stimoli interni. Il lutto originario determina la possibilità di poter affrontare tutti gli altri lutti della vita perché fonda la scoperta dell’oggetto e l’idea dell’Io.
Nel corso della vita è  espressione di salute cercare di evitare il dolore psichico o fisico. Ma  il dolore si presenta sempre quando perdiamo qualcosa di importante e significativo. In sè, il dolore è il segno di un buon funzionamento mentale, significa che l’Io è in grado di riconoscere una perdita oggettuale o narcisistica.
La patologia si può manifestare nel modo di affrontare il dolore, se questo viene negato, scisso, proiettato, significa caricare qualcun altro dell’elaborazione del nostro dolore. L’unico modo sano per liberarci dal dolore è il processo del lutto che inizia proprio nel riconoscere la sofferenza per la perdita.
É frequentissima l’evenienza misconosciuta che alla base di un malessere esistenziale o di vere e proprie patologie mentali personali, di coppia o dell’intera famiglia vi sia un lutto espulso, che pesa sulle generazioni successive che diventano “portatori” di un dolore affidatogli da chi li precede.
Il processo di lutto è lento, progressivo, come scrive Freud in “Lutto e Malinconia”, un vero e proprio lavoro con fasi alterne, che permette di disvestire il passato per ritornare alla realtà attuale. Il processo di lutto può essere paragonato a quello della potatura di un albero che lo libera dai rami morti per dargli nuova linfa e forza per germogliare. Apparentemente l’albero è spogliato ed impoverito ma è proprio la perdita di parti di sé danneggiate, che permeterà la nuova fioritura.
Diferenza tra tristezza e depressione
Anche nel campo della salute mentale non sempre viene riconosciuta la centralità del processo del lutto, infatti si assiste alla moltiplicazione dell’offerta di trattamenti brevi e centrati sul malessere. Spesso si tratta di un tentativo di normalizzazione, di adeguamento dell’individuo alle aspettative sociali, di cancellazione del dolore  che viene spogliato del suo significato e funzione. La promessa implicita è quella di cancellare la tragicità e l’infelicità della vita.
Vi è una diffusa ipertrofia dell’Io che tende a mettere a tacere le emozioni e la ricerca di significati.  Scrive Trevi, “ Oggi l’uomo è più consapevole della differenza tra una “norma ideale” –diversa per ciascuno di noi- e lo stato in cui si trova. Può esserci un disagio dovuto a vere forme nevrotiche, come una condizione acuta d’ansia o una depressione, che a volte scivolano addirittura nella psicosi. Spesso però il disagio non si presenta con le classiche sintomatologie, rimanda piuttosto ad un senso desolante di vuoto, alla percezione di una dolorosa insignificanza del proprio vivere che non consente di coltivare una piena vita affettiva e a volte neppure di adempiere ai propri obblighi sociali.La psicoterapia ha allora il valore di una detenzione da questo disagio, è la via che si può percorrere con la speranza fondata di un miglioramento: se la guarigione psichica è un traguardo troppo vago, una trasformazione positiva è invece un obiettivo possibile” (Dialogo sull’arte del dialogo)
Nel 2008, è stato organizzato a Roma dagli analisti unghiani del CIPA, il convegno sul tema “Attualità e inattualità della cura psicoanalitica” , sede in cui si è discusso della possibilità e attualità della cura analitica che pone l’inconscio al centro dell’incontro terapeutico. L’analisi e le terapie psicodinamiche, richiedono tempo, lentezza, attesa, sostantivi che non sembrano più di moda rispetto parole quali obiettivo, rapidità, risultati. Ma proprio per questo, l’analisi acquista un valore ancora più centrale nel suo cercare, l’attraversare territori sconosciuti, vaghi, senza punti di riferimento.
 Si diventa paziente per un dolore forte che fa sentire un senso profondo di sperdimento nella selva oscura carica d’ombre inquietanti e d’incubi neri.
Si cerca la psicoterapia, quando si è persi, o quando ci si sente, come dice una giovane paziente, “un palloncino che nessuno tiene per il filo”.
 E’ prezioso, per quanto doloroso, questo stato di smarrimento vissuto nella quotidianità, nel luogo più familiare che improvvisamente, magari dopo un trauma o un lutto, diventa perturbante ossia da luogo conosciuto si trasforma in terra straniera che ci fa sentire stranieri in quella che è la nostra stessa casa, origine, lingua. E’ proprio in questo luogo sconosciuto, per quanto prima familiare, che l’analista dovrebbe incontrare il paziente ed il suo desiderio di ritrovarsi.
 Non c’è ritrovamento senza smarrimento. Per ritrovarci, come scrive Racamier,dobbiamo prima perderci.
 Il lutto originario 
 Paul Claude Racamier, nel “Genio delle origini” definisce un tipo fondamentale di lutto che chiama lutto originario  fondamentale che accompagna la vita e che va tenuto ben distinto dalla depressione che è invece un sintomo, un traboccamento che porta alla perdita di stima o , nei casi più gravi, della perdita di sè.
Il lutto originario è un processo maturativo universale, originario, in quanto comincia proprio all’inizio della vita, accompagna la crescita fino al termine dei nostri giorni. E’ originario in quanto fonda la psiche è un lavoro essenziale e continuo, che permette di riconoscere la differenza tra le persone e le generazioni. Il lutto costituisce uno dei due assi portanti della psiche, quello relativo alla scoperta e alla perdita dell’oggetto, condizioni necessarie per l’emergenza e la sopravvivenza dell’Io.
 L’angoscia, è l’altro asse portante della psiche che nasce in una psiche già abbastanza unificata e si riferisce al sorgere di un desiderio davanti ad un oggetto acquisito e mette in moto difese organizzate. L’angoscia si riferisce al piacere, è relativa alla differenza dei sessi, mentre il lutto è relativo alla differenza degli esseri. Se l’angoscia non riesce a preservare l’apparato psichico si arriva al trauma, l’eccesso di difese intrapsichiche determina la nevrosi.
Se il lutto fallisce completamente si arriva alla psicosi (viene negata la differenziazione tra se e l’oggetto), se deborda alla depressione (l’Io non riesce a contenere la perdita narcisistica ed oggettuale), il suo evitamento alla perversione (negazione delle differenze sessuali).
 “Per lutto originario intendo il processo psichico fondamentale per il quale l’io, fin dalla prima infanzia, prima ancora di emergere e fino alla morte, rinuncia al possesso totale dell’oggetto, compie il lutto di un’unione narcisistica assoluta e di una costanza dell’essere indefinita,e tramite questo lutto che fonda le sue origini, opera la scoperta dell’oggetto e del Sé e inventa l’interiorità. L’io stabilisce così le proprie origini riconoscendo di non essere il padrone assoluto delle proprie origini … il lutto originario costituisce la traccia ardua, viva e durevole di ciò che si accetta di perdere come prezzo di ogni scoperta.” Il lutto originario è la prima difficile prova dell’Io per scoprire l’oggetto.
Il lutto è un processo che presenta un periodo prevalente ma che non smette di approfondire e compiersi lungo le diverse età della vita. ” L’io si trova nel momento in cui si perde.. questo è un vero paradosso identitario. Il lutto originario, una volta avvenuto, lascia una “cicatrice originaria” Essa conferisce all’Io un’immunità relativa che gli darà una certa tolleranza ai lutti successivi. Ogni lutto è una crisi, ogni crisi è un lutto”.
“L’attraversamento del lutto originario permette di credere sia all’oggetto che a se stessi e di investire entrambi, ma permette anche al soggetto di avere sufficiente fiducia nel mondo e nella vita, nell’oggetto e in se stesso“, lascia un’eredità che è ” l’idea dell’io.
Il bambino alla nascita è immaturo e necessita della madre per la sua stessa sopravvivenza, tra madre e neonato si crea un’intensa relazione di reciproca seduzione che protegge il neonato dall’eccesso di stimolazioni interne (la madre prevede e risolve i bisogni del piccolo, Winnicott) che esterne (la madre è l’unico referente del piccolo).
Questa reciproca seduzione permette un accordo quasi perfetto che mira ad escludere o comunque ridurre al minimo, le tensioni derivanti dall’interno e l’eccesso di stimolazioni esterne che potrebbero disturbare la serenità narcisistica.
La chiusura narcisistica preserva l’unisono simbiotico che ispira a costituire un unico corpo, un unione che è certamente un’illusione, ma fondamentale e sana all’inizio della vita che si base sulla reciproca seduzione narcisistica, il lutto originario è il lavoro di rinuncia alla seduzione narcisistica, è un lutto dell’onnipotenza. Saranno le forze della crescita a spingere il bambino verso l’esterno e le pulsioni sessuali a spingere la donna verso il marito e la sua vita precedente.
Una volta affievolita, la seduzione narcisistica lascia un’eredità fondamentale che è “L’idea dell’Io” ossia la percezione del mondo come un luogo familiare.
Il concetto di lutto originario si pone nella tradizione psicoanalitica, il primo debito riconosciuto da Racamier è verso Freud , in particolare fa riferimento al saggio “Depressione e malinconia” del 1915. Freud definisce il lutto un lavoro della psiche attraverso il quale la persona in lutto distacca progressivamente la libido dall’oggetto perduto, per poter di nuovo investire nuovi oggetti d’amore. Freud evidenzia come il lutto sia reso massimamente difficile quando più intensa è l’ambivalenza verso l’oggetto perso e quanto più prevalga l’aspetto narcisistico, elementi sottolineati come fondamentali anche da Racamier. Altro punto comune è considerare la depressione il fallimento del processo di lutto.
Winnicott, Klain, Erikson
Un altro debito importante è verso Winnicott, in particolare all’osservazione della relazione tra la madre ed il bambino, la così detta “preoccupazione materna primaria” che corrisponde alla seduzione narcisistica. Winnicott distingue la madre – oggetto investita dalle pulsioni libidiche, dalla madre-ambiente investita dalle pulsioni dell’Io, in questa dualità Racamier ritrova il conflitto originario. Un altro punto in comune è l’importanza riconosciuta alla perdita delle illusioni, rispetto alla quale Racamier assimila il lutto originario. Racamier riconosce anche la centralità del concetto di oggetto transizionale come aiuto e supporto all’Io nella scoperta ed interiorizzazione dell’oggetto. Un altro aspetto ripreso da Winnicott è quello di “madre sufficientemente buona” che è alla base della formazione della fiducia di base.
Un altro autore fondamentale di confronto è la Klein con la posizione depressiva rispetto alla quale Racamier riconosce alcuni punti di contatto ma soprattutto di differenziazione
 Punti in comune:
     Mettere a fuoco la scoperta dell’oggetto
     Differenziazione tra mondo interno ed esterno
     Ripetizione della fase
  Punti di differenza:
La posizione depressiva viene a colmare una scissione originaria mentre il lutto originario istituisce la differenziazione nell’amalgama primitiva
La crescita ha un ruolo fondamentale nel lutto mentre non appare questo concetto nella teoria klainiana.
Un punto di incontro con la Klein è il concetto di invidia che prevale quando non viene fatto il lutto originario.
Un altro punto ripreso da Racamier, pur con delle importante differenze, è l’identificazione proiettiva nel meccanismo del trasporto del lutto
Tra gli altri autori, è citato anche Erikson che ha sottolineato l’importanza della fiducia di base associata all’identità anche se non è arrivato a parlare del lutto originario.
Quando l’Io non ha attraversato il lutto originario, si instaura una fondamentale sfiducia di base come avviene nei paranoici e nei depressi i quali sono rimasti attaccati all’oggetto originario inaffidabile. Anche il narcisista esasperato non ha fiducia né in sé né nell’oggetto, facendogli temere ogni perdita e lutto.
 La possibilità di affrontare lutti successi, crisi, cambiamenti, le bonacce della vita (diminuzione di investimenti libidici) è legata al superamento del lutto originario. Nessuno di noi sa in anticipo come affronterà la propria morte, del resto ogni tipo di cambiamento presagisce e prefigura la morte. L’invecchiamento ci prepara alla fine della nostra vita. Le persone del non-lutto non riescono assolutamente a pensare alla morte, la risposta delirante è l’illusione dell’immortalità.
Per le persone che non hanno attraversato il lutto originario, ciò che prevale è l’invidia che sbarra la strada alla creatività.
Racamier sviluppa il tema delle difese contro-depressive che impediscono il processo del lutto originario, al prevalere di una difesa, si sviluppa una particolare patologia psichica.
Il suo contributo più originale è evidenziare una psicologia interattiva per cui il lutto espulso può essere vissuto da un altro componente della famiglia. Se il lavoro psichico non viene compiuto da una psiche, questo viene trasportato su un’altra persona(topica interattiva)
Depressione  (straripamento del lutto)    
Nel suo lavoro con NACHT, sugli stati depressivi, Racamier distingue la depressione dalla depressibilità , concetto ripreso da Bergeret nello studio dei casi limiti in quanto organizzazione fondate su una soggiacente depressione anaclitica.
Ogni depressione è frutto di un lutto impossibile a farsi, un lutto catastrofizzato (Freud).
Ma per avere una depressione è comunque necessario un Io che sia in grado di tollerarla, quando non c’è un Io abbastanza strutturato per tollerare la depressione,il lutto o la depressione sono espulsi. Il lutto che alcuni si rifiutano di fare, ricade sulle spalle dei familiari. Queste persone non si deprimono ma trasmettono tutto intorno la loro pena e confusione. Molti pazienti non riescono ad arrivare alla fase di vivere un lutto.
“Ogni lutto è insieme narcisistico e oggettuale, quando si perde un amore si perde una parte di sé. Se la corrente narcisistica prevale, il massimo sarà il rischio che il lutto finisca abortito e che ne segua una depressione”. Del resto per avere una depressione necessità già la presenza di un Io. Più è massiccia la componente narcisistica, minore è l’elaboraboralità del lutto.
Spesso il lutto è intessuto di sensi di colpa di cui bisogna aiutare il paziente a liberarsene, molti pazienti tendono a fare resistenza a liberarsi dalla colpa, in quanto preferiscono sentirsi colpevoli piuttosto che incapaci. Sollevare il paziente dalla colpa lo aiuta ad entrare nel lutto.
Psicosi
Il fallimento totale del lutto originario determina la psicosi in quanto il paziente non raggiunge O PERDE la differenziazione tra sé e l’altro.
Lo psicotico è caratterizzato dall’assenza del “sentimento dell’Io”, il senso di sé. Questo senso è basato sulla continuità nel tempo ,nello spazio,nella specie.
Anche se le psicosi nascono da un conflitto, lavorano verso e contro la conflittualità, mentre nella nevrosi l’Io lavora nel conflitto. Nella psicosi i meccanismi difensivi tendono AD EVITARE IL CONFLITTO, A CANCELLARLO DALLA REALTA’, MENTRE NELLA NEVROSI IL CONFLITTO E’ ANCORA INTRAPSICHICO ANCHE SE I MECCANISMI DIFENSIVI TENDONO    A SCOLLEGARE I TERMINI DEL CONFLITTO viene mantenuta L’AMBIVALENZA che è alla base della salute psichcica.
Nella psicosi sono abolite le differenze tra soggetto e oggetto, è abolita l’ambivalenza attraverso l’annullamento della differenza tra le persone, appare allora l’angoscia di DIFFUSIONE , DI PERDERSI , sono cancellate la rappresentazione di se e dell’altro.
La perdita psicotica primordiale è quella del Sé, allora sopravviene il DELIRIO.
Vivere la schizofrenia consiste di fatto nel vivere al di fuori di sé.
Mania, il diniego
Il prevalere del diniego determina la mania.
Lutto fissato   
Si parla di lutto fissato quando avviene un avvenimento luttuoso ma non si innesca il processo di lutto.
Quando si verifica questo processo, il costo è il restringimento della vita psichica, un impoverimento dell’io che può arrivare ad una sorta di atonia vitale, di alextimia  con deficit di mentalizzazione ed il congelamento della vita fantasmatica. Questa depressione essenziale (senza sintomi apparenti) può portare “alla rottura psicosomatica”, con il sopravvenire di una malattia grave. Del resto un lutto fissato può essere anche la causa di una situazione di infertilità che viene risolta nel momento in cui il lutto riprende il suo corso.
Riconoscere un lutto fissato, rimetterlo in moto può ridare vita e motivazione ad un paziente che appare spento e cupo, è come”in uno stato di singhiozzo cronicamente soffocato”..una parola detta al momento giusto, può far sciogliere le lacrime, rimettere in moto il lutto, come un fiume in disgelo.
Lutto esperotato (topica interattiva) o tossicomania dellì’oggetto
Un aspetto molto importante del pensiero di Racamier, è l’elaborazione di una topica interattiva riferita al lutto, infatti se questo non viene fatto dal diretto interessato, il lutto viene trasportato su un altro componente della famiglia.
 Nel quadro di un movimento essenzialmente narcisista, la difesa antilutto ricorre a due difese essenziali: scissione e negazione. La persona che ha subito una perdita, non si sente in grado di tollerarla per paura di un breakdown che in realtà è già avvenuto nel passato rispetto l’oggetto primario (Winnicott).
L’Io del soggetto nega fortemente di essere in lutto, di essere triste e depresso e elimina i residui tramite la scissione. Questo corpo psichico reso irriconoscibile dal diniego e dalla scissione, viene evacuato.
Un lutto già sfigurato, una depressione non ancora figurata, si riuniscono in un’amalgama che Green ha ricostruito come ECO DELLA MADRE MORTA (MADRE INVASA DA UN LUTTO NON ELABORATO).
Il trasporto del lutto avviene tramite un comportamento interattivo e manipolatorio attraverso il dilemma ed il paradosso. Il ricevente del lutto espulso è il portabagagli il quale si trova inevitabilmente a fare i conti con il suo io squalificato e a subire una profonda intrusione (figlio di rimpiazzo).
Il lutto non elaborato può trovare sia la via del portabagagli o la via psicosomatica,in quanto in entrambi i casi si tratta di un’espulsione che avviene in un altro componente della famiglia o sul corpo. ( MeDougall: trasporto della psiche della madre nel corpo del bambino).
Il trasporto del lutto si distingue dall’identificazione proiettiva di cui è un processo simile ma non uguale. Il trasporto del lutto è un processo più complesso del trasporto di un affetto come avviene nell’identificazione proiettiva, questa è un processo immediato, diretto che opera in prossimità.
Il fantasma è il residuo di un lutto non fatto, i fantasmi non sono né morti né vivi
Suicidosi
Non si tratta di una malattia ma di una configurazione difensiva rigida e temibile, psicopatologica originale e coerente.
Il suo sintomo tipico è costituito dal tentativo e dalla minaccia ripetuta di suicidio.
Si distingue dalla melanconia dove il suicidio ha un valore narcisistico, mentre nella suicidosi costituisce un’arma, una manovra e per questo prevalgono i tentativi anche se pericolosi.
Si distingue dall’isteria, in quanto in questa c’è un’identificazione con il fantasma, mentre nella suicidosi la teatralità non è accompagnata dai fantasmi.
Nella suicidosi vengono evitati tutti gli affetti, anche quelli di tenerezza e non solo depressivi. Non sembra essere il paziente a soffrire ma piuttosto l’ambiente intorno che è sotto scacco della minaccia di suicidio. Paradossalmente i pazienti con suicidosi rischiano il suicidio proprio nel momento in cui iniziano ad uscire da questa condizione ed iniziano a soffrire la depressione.
I pazienti propongono un dilemma: dover morire per poter vivere la loro vita,ma se muiono, sono traditi.
“Ogni paziente con comportamento suicidosico è un soggetto che si rifiuto di fare il lavoro dell’Io consistente nell’elaborare il lutto degli amori e delle illusioni infantili. Ci si guarda bene dal costringerlo o dal buttarvelo dentro:potrebbe veramente perdere la vita”.
Quanto al cammino terapeutico, esso consiste, più che nell’abbandonarsi a controreazioni disordinate, nell’individuare i dilemmi e nello svelarli; nel rilanciare la circolazione fantasmatica e infine nello scoprire i vissuti latenti di dolore e di lutto.
Il lutto originario e l’Antedipo
Il lutto originario è quindi il processo tramite il quale la persona spinta dalla forze della crescita, si allontana dalla seduzione narcisistica e si volge verso l’individuazione , questo ha il costo della perdita dell’onnipotenza e del paradiso simbiotico. Una perdita indispensabile per instaurare la differenza tra sé e l’oggetto, tra ieri e domani. Il lutto originario costituisce una soglia che impedirà alla persona i tornare alla non-differenziazione.
Il lutto originario  come fondamenta delle origini e  la scoperta dell’oggetto e del sé.
L’uscita dal lutto originario, un lutto dell’onnipotenza, conduce progressivamente all’investimento di nuovi oggetti poiché fonda la fiducia di base in sé, nell’oggetto e nel mondo. “La capacità d’amore oggettuale, la capacità di gioire del piacere e la capacità di sopportare il sentimento di lutto, costituiscono tutt’insieme le condizioni di qualunque sanità psichica”
Il lutto originario è l’organizzatore interno dell’Antedipo, il suo limite essenziale.
L’Antedipo è il conflitto delle origini, è il conflitto tra le forze che mirano all’unisono narcisistico con la madre primaria con quelle che mirano alla separazione e poi all’autonomia.
La natura del conflitto è tra le forze di crescita e quelle narcisistiche.
 Mentre l’Edipo comprende tre personaggi, padre, madre, bambino, Antedipo ne coinvolge due, il bambino e la madre. Se la madre è poco presente l’Antedipo non si può sviluppare, se troppo presente non si può scogliere.
Il tabù della castrazione determina la rinuncia all’incesto, nell’Antedipo è il tabù della indifferenziazione degli esseri che porta al lutto originario.
La risoluzione dell’Edipo ha come posta l’identità sessuale, nell’Antedipo è l’identità personale. Nell’Edipo il modo essenziale d’organizzazione sono i fantasmi quali il possesso del genitore del sesso opposto, il bambino concepito con la madre e regalato al padre, la scena primaria, la castrazione. Il fantasma si colloca nel registro del mito, dell’immaginario, dell’inconscio e del rimosso .
Nell’Antedipo il fantasma non è raggiunto ma ne prende il posto il fantasma-non-fantasma che si configura in modo omogeneo e ripetitivo, legato all’agito, vicino al vissuto corporeo, poco rappresentabile e tendenzialmente statico, molto più concreto e meno rappresentabile del fantasma edipico.
La fissazione all’Antedipo, nei casi più gravi, comporta l’impossibilità di raggiungere l’Edipo o di toccarlo appena, per aspetti frammentati e non integrati. Il fantasma-non-fantasma centrale nell’Antedipo è quello dell’autogenerazione, ossia illusione d’essere l’unico artefice della propria esistenza, fino alla completa negazione delle origini.
Lo sviluppo più grave dell’Antedipo furioso, è la psicosi. L’Antedipo temperato è invece, la base per la costruzione dell’Edipo e il raggiungimento dell’ambivalenza, indispensabile per la sanità mentale. L’erede dell’Antedipo è la stessa idea dell’Io, base del senso del limite e della sicurezza. “Sono un uomo tra gli altri, ma davvero ne sono uno”.
La seduzione narcisistica è “temperata” quando il bambino e la madre rinunciano all’unisono fondato sulle forze della seduzione narcisistica. L’Antedipo riuscito costituisce il precursore obbligato dell’Edipo di cui non è né “ante” né “anti”, ma piuttosto il complemento.
L’Antedipo è “furioso”, quando manca la rinuncia alla reciproca seduzione narcisistica, che trascina verso il fantasma-non-fantasma dell’onnipotenza e dell’autogenerazione che sbarra la strada all’Edipo. La mancanza della risoluzione dell’Antedipo presuppone l’onnipotente sovrapposizione tra madre e figlio che risultano un tutt’uno narcisistico senza confini e limiti.
Al contrario, se la madre non investe narcisisticamente il figlio, non può svilupparsi l’Antedipo determinando così stati quali la depressione anaclitica.
Partendo dalla cura di giovani pazienti psicotici e delle loro famiglie, Racamier ha osservato come l’incesto, il mero atto fisico, impedisca l’accesso all’Edipo fantasmato che può prendere forma solo poggiandosi su una fase complementare, L’Antedipo.
L’incestuale è un neologismo che descrive una specifica condizione della vita psichica e relazionale dove l’incesto, non agito, aleggia nell’atmosfera emotiva di un paziente, di una famiglia o di un gruppo di lavoro. La vita psichica individuale e familiare, porta l’impronta dell’incesto non fantasmato.”L’incestuale è un clima in cui soffia il vento dell’incesto senza che vi sia incesto. Ovunque arrivino le sue raffiche, si crea il deserto, s’istilla il sospetto, il silenzio ed il segreto” .
Esempi clinici: le sorelle inseparabili.
Alba, una donna di cinquanta anni, chiede una psicoterapia per un persistere  stato di tristezza, malinconia profonda dopo la morte della sorella maggiore,Sara, avvenuta circa due anni prima.
Nate in un paesino abruzzese, le due sorelle provengono da una modesta famiglia di cinque figli. L’infanzia è  caratterizzata da solitudine e difficoltà economiche, presto i fratelli iziano a lavorare. Il padre è descritto come una persona lontana, assente.
La madre è presente ma  il dialogo è difficile, in famiglia  non si parla dei propri sentimenti o di sé, il clima è quello di chiusura e di diffidenza verso il mondo esterno.
Alba  frequenta la scuola fino alla terza media, ciò nonostante è curiosa, le piace leggere e questo le permette di progredire culturalmente. E’ un’artigiana rifinita, apprezzata nel suo lavoro.
A partire dall’adolescenza, Alba e la sorella vivono insieme a Roma, per molti anni condividono un  appartamento fino a quando  comprano una casa in comune che è  abitata dalla sola Alba, mentre Sara rimane nel vecchio appartamento .
La vita delle due donne, è semplice e abitudinaria, Sara, lavora come contabile, Alba svolge il suo lavoro in casa, i fine settimana sono segnati da qualche uscita con poche amiche.
Negli anni si alternano alcune relazione sentimentali per entrambe le sorelle, ma nulla di significativo per Alba. Sara ha invece una storia importante e duratura, con un uomo che frequenta anche un’altra donna. Alba critica molto la sorella di questa scelta amorosa, le rimprovera di accontentarsi di un rapporto poco gratificante.
E’ difficile e problematica la convivenza tra le due sorelle, Alba è molto rancorosa ed aggressiva verso Sara, non sa spiegarne il motivo, ma sente in modo confuso, che la sorella le porta via troppe energie e spazio ma allo stesso tempo né è molto gelosa. Non riesce a vivere né con lei né senza di lei.
Sara è invece descritta come una persona apparentemente serena, che non contraccambiava la grande rabbia di Alba.
Sara improvvisamente muore per un infarto, la trova Alba, caduta a terra, vicino al letto. Sono momenti drammatici e terribili.
Quando la incontro per una psicoterapia, dopo circa due anni dalla morte di Sara, è come se l’evento fosse avvenuto in quel momento stesso. Alba piange molto, si dispera, si sente profondamente in colpa per essere stata “cattiva” con la sorella che invece era sempre disponibile verso di lei.
Stabiliamo una psicoterapia ad una seduta a settimana. Alba viene regolarmente.
Progressivamente affronta i suoi sentimenti verso la sorella, ripercorre la loro storia, la sua rabbia apparentemente immotivata. Descrive la presenza palpabile della sorella in casa, di come senta persecutorio questo fantasma. Il lutto,così a lungo fissato, sembra finalmente sciogliersi. La paziente riprende ad interessarsi della vita sociale, frequentare alcuni amici, inizia a fare dei piccoli viaggi, vacanze e riprende la sua frequentazione sporadica con due uomini.
Il ricordo di Sara, da fantasma che tira le coperte, diventa un ricordo meno persecutorio e pericoloso, sembra avviarsi il processo di elaborazione di un lutto carico di elementi narcisistici e di colpa.
Le due sorelle, sembrano essere due parti di un unico organismo, dove Sara è la parte bianca e Alba quella nera ed infantile.
Dopo la morte della sorella, Alba riacquista autonomie e libertà di movimento che si era preclusa con la sorella in vita. Il processo terapeutico sembra procedere bene fino al natale, periodo in cui la madre ottantenne si trasferisce dal paese a casa della figlia, restandoci fino alla primavera quando ritorna al paese d’origine.
Questi mesi di isolamento e stretta vita a due,sono molto difficili per Alba che si preoccupa moltissimo per la salute della madre ma allo stesso tempo si sente profondamente perseguitata dalla sua presenza. Non sopporta di vederla triste, rimprovera gli altri fratelli di non curarsi della madre di lasciarla sola ma nello stesso tempo non cerca aiuto.
E’ veramente una situazione soffocante e difficile dove si riaccendono i fantasmi del passato ed in particolare quello di Sara che sembra risorgere come una figura persecutoria, un  fantasma-non-fantasma, tra madre e figlia. Un fantasma che non viene nominato ma che aleggia nella casa impedendo ad Alba di respirare. Questa, nonostante che la madre sia autonoma, restringe le sue attività sociali e le nuove relazioni, per richiudersi nel lutto per la sorella. Si sente troppo cattiva ed indegna se si allontana dal ricordo della sorella, se osa concedersi di completare il processo di lutto, potrebbe diventare come i fratelli che non nominano Sara, che sono insensibili mentre lei e la madre con gli occhi sempre pieni di lacrime, sono le uniche persone degne della famiglia, che non hanno dimenticato.
Purtroppo, su questo punto, Alba decide di interrompere la terapia dopo circa un anno e mezzo,  dicendo “Sono passati tre anni (dalla morte della sorella) e non è successo niente..”
Ma cosa poteva accadere? Alba tenacemante voleva che accadesse nulla, ha respinto la possibilità di elaborare il suo lutto per tenerselo e cullarlo come quel neonato che non ha mai partorito, lei stessa è diventata Sara, il fantasma-non-fantasma della sorella. Due sorelle, un unico corpo. La paziente non è riuscita, di fronte alla madre, a rinunciare al possesso narcisistico della sorella morta. Avrebbe dovuto ammettere di essere viva e separata da Sara.
Un altro esempio clincio, Adamo
Adamo ha 23 anni, è un ragazzo brillante, si diploma bene, sceglie di iscriversi a matematica. Inizia  l’università, ma presto ha un blocco negli esami.
Sente che qualcosa non va in lui, questo qualcosa si riferisce alla sua identità si sente confuso, non è sicuro di vivere la realtà, immagina di  trovarsi in una pseudo realtà che lui solo conosce, la descrive come il film Matrix.
Apparentemente la sua vita sociale è adeguata, frequenta l’università, ha un gruppo di amici storici fra cui fanno parte anche alcune ragazze, ma lui si sente profondamente diverso da tutti gli altri, vive in un suo mondo caratterizzato da regole rigidissime che si impone in una sorte di metodo per aiutarsi a tollerare l’ansia di perdersi.
Adamo non riesce a far rispettare ai suoi genitori la porta chiusa della sua camera o del bagno. Lui stesso si sente così, senza spazio delineato, senza identità, ha ventitre anni ma è affettivamente e sessualmente un bambino. La sessualità è per lui autoerotismo impregnato di fantasie transessuali. Non si sente uomo, ma neanche donna o omosessuale o transessuale, è fondamentalmente rimasto il bambino perverso polimorfo descritto da Freud.
Non esistendo per Adamo uno spazio privato, uno spazio potenziale del sé, non c’è per lui neanche la possibilità di esistere se non come “una pallina da ping-pong” che prende vita, energia, direzione, solo nello scontrarsi con gli altri.
Se non c’è questo rimbalzo, Adamo sente ansia, inquietudine, ma non sa cosa fare di se stesso, non sa dove andare o dirigere la sua energia che si trasforma in confusione che cerca di dominare con il “metodo”, ossia una lunga e complicata serie di rituali che lo aiutano a ordinare alle sue giornate senza direzione e scopo.
 Secondo  Racamier è fondamentale l’esistenza di uno spazio privato per la stessa sanità dell’Io: “Garanti della nostra intimità, testimoni dei nostri limiti, sono della stessa sostanza dell’Io. Poiché non c’è Io che tenga senza che tenga i suoi segreti…il diritto al segreto è una condizione per pensare”.
L’assenza di aree private, nel caso del paziente Adamo, è un esempio di un Io sofferente per mancanza del diritto al segreto. Adamo è profondamente parte della coppia dei genitori, non si è mai veramente differenziato. La soglia dell’Antedipico è molto fragile così come l’Edipo che egli ha appena toccato.
La sua è una situazione di una imperfetta elaborazione del lutto primario, non può ancora tollerare la differenza di sesso tra i maschi e le femmine, egli si sente come “una lesbica che cerca di avvicinarsi alle ragazze”. Il sesso, fare sesso, non è il vero problema di Adamo ma piuttosto la conseguenza della sua identità così poco definita.
Se lui si crogiola nell’illusione di essere completo, ossia di avere il seno e anche il pene, non ha bisogno di avvicinarsi a nessun altro, è completo nella sua fantasia transessuale, immagine con cui si identifica e che sceglie per masturbarsi.
Egli soffre della sua condizione, si è reso conto che la fantasia satura la sua possibilità di avvicinare una ragazza, si accorge di non essere sempre “maschio” ma è sicuro di non essere omosessuale.
Il conflitto è diventato forte tra il suo corpo reale che reclama la sessualità, e la fantasia onnipotente che lo tiene protetto ma anche prigioniero di sé stesso.
Antinori Maria Grazia, Roma
P.zza Armenia, 9
cell 334 338 58 35
 Bibliografia
Freud, Lutto e Malinconia. Bollati boringhieri,1915
Racamier Gli schizzofrenici.Raffaello editore,1983
Racamier , Il genio delle origini. Raffaello Cortina Editore,1993
Racamier Incesto ed incestuale. Franco Angeli, 1995
Trevi, il dialogo sull’arte del dialogo, 2008.

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