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Il trauma , un evento tra la psicoanalisi e le neuroscienze

Il trauma e la dissociazione
Il  trauma  è un tema molto centrale ed attuale  su cui si  confrontano e si integrano il  pensiero  psicoanalitico  e le più recenti  scoperte delle neuroscienze.  Il trauma è un evento che sconvolge la continuità del sé, può essere  cumulativo, ossia un insieme di elementi stressanti che si prolungano nel tempo o  piuttosto coincidere con  un unico fatto dirompente nella vita di una persona, sia questo un bambino, un ragazzo o un adulto.
Chi subisce un trauma  avverte un acuto senso di IMPOTENZA, per proteggersi da questo  vissuto di annichilimento si attiva il meccanismo difensivo inconscio della  DISSOCIAZIONE, ossia una potente  difesa tesa a mantenere il controllo mentale  soprattutto quando si avverte di  perdere il dominio  sul proprio corpo.

La dissociazione può  determinare  la DEPERSONALIZZAZIONE,  una sorta di isolamento interno di separazione tra il corpo, le emozioni, i pensieri, la memoria e la realtà,  fino  alla sensazione di non abitare il proprio corpo, di essere sospeso e lontano dalla realtà, quasi  un osservatore esterno o , al contrario,  portare alla DEREALIZZAZIONE, ossia  la sensazione che il mondo non sia reale ma piuttosto una sorta di  sogno  senza vita, distorto.

Le pesanti conseguenze del trauma, sia questo unico o ripetuto, sono note alla psicoanalisi  a partire dallo stesso Freud  che ha  scritto di come  il trauma  seguita a  determinare effetti negativi anche molto tempo dopo l’evento, agendo al pari  di un corpo  estraneo che produce un’infezione.  E’  proprio la risposta del corpo all’aggressione esterna, all’infezione, a procurare i maggiori danni.

Quello che la psicoanalisi aveva sempre sostenuto sul piano teorico è ora provato ed evidenziato con strumenti di misurazione oggettivi.  La dissociazione, la risposta difensiva al trauma,  determina un eccesso di realtà  che invade ogni aspetto del presente,  la persona si isola, si  fissa su un unico lungo momento immutabile che ha l’effetto parossistico di mantenerla  nella situazione traumatica.

Il modello 4-D di Frewene e Roth
La psicoanalisi, fin dalle sue origini, ha considerato il trauma come un attivatore di patologia. Gli approcci più attuali che integrano le neuroscienze, la psicopatologia e la traumatologia, confermano  l’evento traumatico come  la causa di psicopatologia che produce  effetti tipici, riconoscibili.
La grande novità della proposta di Frewen e Lanius in “La cura del  Sé traumatizzato” (2017) è la capacità di riassumere i precedenti contributi teorici e di misurarli neurobiologicamenteutilizzandoli a livello clinico.
Gli autori propongono un modello  chiamato 4-D,  che fa  riferimento agli studi fenomenologici e a quelli neuropsicologici degli stati alterati di coscienza. Il modello  4-D descrive i sintomi clinicamente rivelanti lungo quattro dimensioni: il  tempo, il  pensiero, il corpo e le emozioni. 

Il tempo dilatato, prima dimensione del modello 4-D

Le persone con un vissuto normale del tempo  distinguono il presente, dal passato e dal futuro, cosa che non avviene per chi soffre delle conseguenze di un trauma  che  mostra tipicamente  l’alterazione nella percezione del tempo (Frewen e Lanius, 2017).
Durante gli eventi traumatici si osserva un costante rallentamento della percezione del tempo, questo fenomeno aiuta a sopravvivere al trauma, come descrivono e raccontano le stesse persone traumatizzate.
Il problema è che la condizione di rallentamento temporale si mantiene anche molto a lungo e questo produce importanti conseguenza negative  sulla qualità di vita.
In particolare i traumatizzati appaiono fissati e bloccati al momento del trauma, questo comporta la perdita della possibilità di vivere pienamente e consapevolmente il presente. I flashback sono un’espressione di questa alterazione del tempo.

Recuperare la capacità di vivere il tempo presente
Per aiutare un paziente a superare gli effetti deleteri del trauma è fondamentale lavorare sul recupero della capacità di vivere il tempo emotivo attuale,  vale a dire “abitare” il proprio corpo.
E’ certamente importante recuperare il ricordo dell’evento e delle situazioni traumatiche, ma ancora più determinate e fare in modo  che l’evento stressante  sia collocato nel giusto punto della striscia del tempo. Chi soffre delle conseguenze di un forte stress tende a rivivere, nel qui ed ora, il trama come se questo avvenisse nel momento  in cui viene raccontato tanto che ha reazioni emotive intense che coinvolgono il corpo come l’aumento del battito cardiaco, l’alterazione della respirazione, l’elevazione della pressione. Questo stato psicofisico fa riattivare il meccanismo difensivo della dissociazione che porta la persona a collocarsi, come nel momento traumatico, fuori dal proprio corpo, diventando quasi un testimone esterno.
E’ quindi fondamentale che il terapeuta aiuti il paziente nel racconto dell’evento stressante, a differenziare il qui ed ora dal passato e per fare questo è fondamentale  garantire condizioni di accoglienza e  di sicurezza emotiva ed affettiva.

 La coscienza del pensiero seconda dimensione del  modello  4-D

 Le persone traumatizzate perdono la continuità di sé,  non ricordano le connessione tra gli eventi, hanno delle aree vuote, ricordi  frammentati  ed incoerenti,  tendono ad usare la seconda persona, Tu al posto dell’Io.

Possono percepisce  i pensieri come voci esterne  come ad esempio quella del  genitore critico o ostile o come  un bambino non visto o deriso dagli adulti che da grande  seguita ad avvertire  una profonda vergogna  e senso di colpa e organizza  pensieri negativi ridondanti su di sé.

Nei casi più gravi di dissociazione la persona può arrivare a sentire le voci, sintomo normalmente inquadrato in un quadro psicotico ma che è possibile trovare anche in persone con disturbi dissociativi come i traumatizzati.

La coscienza del corpo alterata, terza dimensione del modello 4-D

La coscienza ha una natura radicata nel corpo, l’Io è associato al corpo ma questo non è più vero per i traumatizzati che spesso vivono  esperienze extra-corporee, ossia situazioni nelle quali il pensiero e l’esperienza sembrano originare da un luogo fuori dal corpo fisico e contemporaneamente avvertono come  estranea la propria fisicità arrivando a non riconoscersi, oscillando  dalla depersonalizzazione alla derealizzazione.

Le emozioni esasperate o assenti, quarta dimensione  del modello 4-D
La dissociazione ha effetti pesanti  anche nella percezione delle emozioni, è ben noto che persone che hanno subito gravi eventi traumatici  soffrono di alterazioni emozionali, oscillano cioè tra intensi stati di paura, di ansia, di perdita, di  rabbia, di colpa e di vergogna. L’esperienza clinica conferma che le persone traumatizzate sono spesso in allerta, in apprensione rispetto a segnali di pericolo.
La persona piuttosto che provare emozioni e quindi mantenere una distanza da queste, si identifica completamente con l’emozione al punto di diventare l’emozione provata perdendo così la possibilità di regolare i propri vissuti, ad esempio piuttosto che sentire la rabbia, diventa la rabbia.
E’ comunque da sottolineare come un’altra reazione emotiva, apparentemente opposta e ugualmente patologica conseguenza del trauma, è quella dell’ottundimento emotivo, ossia una sorta di ANESTESIA DELLE EMOZIONI, la persona è come svuotata di senso, spenta affettivamente, apparentemente senza emozioni. Quello che vive è come se accadesse ad altri, questa soluzione difensiva che sicuramente è stata importante per superare il trauma, comporta il vivere una vita senza senso, anestetizzata. L’esperienza dell ‘ALESSITIMIA causa malessere in chi la vive, del resto non sapere cosa si sta provando determina  ansia e disforia.

Conseguenze nel bambino di un grave trauma nel bambino

Sperare che il semplice trascorrere del tempo possa sanare la conseguenze di un grave trauma è una pura illusione, come le ferite del corpo, le ferite dell’anima devono essere riconosciute e curate, principio che vale per gli adulti ma ancora di più per i bambini.

 Luigi Cancrini in  “Infanzie infelici” (2017)  scrive sulla base di una estesa e lunga esperienza clinica, che i bambini traumatizzati sia per abbandono, trascuratezza o violenza, prima di procedere ad un affido o un’adozione, hanno un grande bisogno di un periodo  in una struttura specializzata dove possano essere accolti con tutte le conseguenze della loro sofferenza.
Sottrarre il bambino alla situazione traumatica, è sicuramente una necessità, ma non è sufficiente per aiutare il bambino il quale, se immesso in una nuova famiglia, tende a comportarsi in modo da ripetere la situazione traumatica.
Secondo Cancrini trascurare le ferite di un trauma porta al fallimento drammatico di tanti affidi e adozioni nazionali ed internazionali.

Curare le ferite

Il focus della terapia centrata sul trama è quello di aiutare i paziente a lasciarsi il passato alle spalle  attraverso la creazione di una narrazione di vita integrata  che recuperi i punti di forza, ma che soprattutto permetta di riconoscere, attraverso il LAVORO DEL LUTTO le perdite dovute al trauma.  Arrivare a questo risultato non è facile considerando che spesso mancano le parole e i ricordi sono frammentati e scarsi e sentimenti quali la vergogna, il senso di colpa,  un’immagine di sé molto negativa, l’isolamento e  la solitudine.

Un compito fondamentale della terapia è quello di costruire un racconto, una traccia della vita della persona che tenga conto del tempo passato, presente e futuro in cui siano riconoscibili i pensieri, le emozioni ed il corpo. Bisogna offrire un ambiente sicuro dove la realtà del passato  possa trasformarsi in ricordo, dove le parole possano raccontare ciò che è indicibile, rendere possibile raccontare una storia  che possa essere ricordata ma non vissuta nel presente. Appena le persone  traumatizzate iniziano a costruire una nuova narrativa, vengono a contatto con le grandi perdite che hanno subito.

Affrontare le perdite porta al lutto e in questa fase il terapeuta deve sostenere  e aiutare il paziente a sopportare il senso di perdita e di tristezza che ne deriva. Il processo del  lutto è  un ponte indispensabile per  connette il passato con il futuro e per ritrovare la continuità del sè.

Le vittime di traumi per stare di nuovo bene devono ritornare a familiarizzare con il proprio corpo. Per poter cambiare sia gli adulti che i bambini, hanno bisogno  di diventare consapevoli delle sensazioni e del modo in cui il corpo interagisce con l’ambiente. Notare le sensazioni può essere per una persona stressata, molto difficile  e sconvolgente, può  aumentare la comparsa di flashback , immagini mentali, sensazioni fisiche, ricordi  disordinati e frammentati. La mente ha bisogno di essere rieducata  a percepire le sensazioni fisiche del corpo e a tollerare il contatto fisico. La persona traumatizzata ha bisogno di superare la paura  che fa vivere in un corpo sempre in allerta, uscire dalla prigione del passato per poter accedere ad un presente.

Nel corso di una psicoterapia centrata sul trauma le quattro dimensioni della coscienza, tempo, pensiero, percezione di sé, emozioni  si normalizzano e si integrano questo certamente non in  modo lineare, ma piuttosto come onde del mare che progrediscono e poi regrediscono.Per poter facilitare questo processo è fondamentale che il terapeuta faccia sentire la persona al sicuro e soprattutto gli dia la speranza di un cambiamento,  della possibilità di nuova vita.

Bibliografia

Luigi Cancrini. Ascoltare i Bambini. Raffaello Cortina Editore, 2017.

Paul Frewen, Ruth Lanius .La cura del sé traumatizzato. Giovanni Fioriti Editore, 2017

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Film Fiore, considerazione psicoanalitiche

Vincenzina Gentile

 FILM FIORE

SCHEDA DATA USCITA: 25 maggio 2016 GENEREDrammatico,  è in realtà un melodramma con la dinamica e nervosa freschezza degli amori della Nouvelle Vague: quella degli amanti che scappano e corrono e ridono, verso dove non si sa e non importa; ANNO2016 Presentato al Festival di Cannes 2016 nella Quinzaine des Réalisateurs (prestigiosa sezione parallela a quella ufficiale del Festival di Cannes);
       Nastri d’Argento 2017 tutti i premi del cinema
[nomination] Miglior film [nomination] Miglior attore non protagonista a Valerio Mastandrea [nomination] Miglior sceneggiatura a Claudio Giovannesi [nomination] Miglior fotografia a Daniele Ciprì [nomination] Miglior montaggio a Giuseppe Trepiccione [nomination] Miglior produzione a Rita Rognoni
David di Donatello 2017 tutti i premi del cinema
Miglior attore non protagonista a Valerio Mastandrea [nomination] Miglior film [nomination] Miglior regia a Claudio Giovannesi [nomination] Miglior attrice a Daphne Scoccia [nomination] Miglior attore non protagonista a Valerio Mastandrea [nomination] Miglior sceneggiatura a Claudio Giovannesi [nomination] Miglior produzione a Pupkin Production  

TRAMA

Daphne  è una minorenne, senza casa, un padre presente a tratti amorevole ma che non può occuparsi della figlia perché dopo anni di prigione “narcisisticamente” sta cercando di riabilitarsi con l’aiuto della sua compagna. Daphne  vive con un’amica che non potrà più ospitarla.

Sotto la metro  C di Roma fingendo di aspettare il treno  lei e la sua amica , scrutano, osservano, scelgono i ragazzi/e giuste per appropriarsi dei loro telefonini spaventandoli con un coltello.   Consegnano ad un altro giovane   i cellulari  che salutano come se niente fosse con bacetti di circostanza,  senza particolari emozioni, la parola d’ordine è  “qual’ è il pin”? Con i soldi le due amiche comprano cibo in un supermercato, in modo disordinato, confuso e infantile. Si chiama “alimentazione emotiva” una metafora dello stile e del modo in cui Daphne gestisce il fluire impetuoso del suo essere al mondo.

Al secondo furto Daphne viene fermata dalla polizia e  portata nel carcere minorile . Il carcere è un luogo, non luogo, il rigore e le regole imposte dal sistema vietano  ai detenuti e alle detenute di incontrarsi se non a messa la domenica e al ballo di fine anno. E’ complesso, inoltre,   stabilire e vivere qualsiasi tipo di relazione: aggressività, bullismo, nepotismo, prepotenza. Daphne e Josciua (il regista lascia i nomi veri dei due protagonisti) si parlano tra le sbarre, la ragazza è annoiata, solitaria, inizia una conoscenza fatta di scambi, il loro rapporto vive di sguardi, di conversazioni fugaci, di biglietti inviati di nascosto, tra loro sboccia un sentimento , come un “ fiore” solitario nel cemento e allora il carcere diviene sfondo.  Lei la bella Daphne è, la vera protagonista, che sollecita  emozioni, impetuosa,  trascinata a dare senso alla vita carceraria. Daphne supera le sbarre, i divieti, le regole depositando in questa storia tutta la sua emotività fino alle estreme conseguenze pur di vivere attimi di tenere carezze in libertà :” perché la vita è un brivido che vola via .E’ tutto un equilibrio sopra la follia”…(Sally di V. Rossi)

ANALISI DEL FILM  FIORE

Daphne è una ragazza minorenne che si mantiene da sola con mezzi e strumenti che conosce molto bene perché l’ha introiettati  dalla sua cultura e pertanto sono per lei normali. Non ci sono tracce della madre nella storia della ragazza, quasi come se fosse  madre di se stessa. Il padre che può sembrare amorevole, si sta riabilitando dopo anni di galera, con l’aiuto di una compagna, ne matrigna , ne fata. Ascanio non può permettersi di esercitare la sua genitorialità e le amorevoli cure che la figlia sogna.  Durante i colloqui con i parenti il padre si fa accompagnare dalla compagna e dal figlio di lei come se non riuscisse da solo a gestire le richieste  e le emozioni della figlia. E’ Daphne forte del disimpegno genitoriale del padre  gestisce le regole della comunicazione con rabbia e  risentimento riuscendo a tenere testa a tutti. Daphne non comunica molto verbalmente ma le sue azioni appaiono onnipotenti, unilaterali , la sua forza è” la formazione reattiva” a  tante sofferenze, a tante fughe, a tanti abbandoni, è aggressiva perché lotta per affermarsi per non morire dentro.

Daphne dal greco  significa alloro. L’alloro in campo simbolico, nella pittura, nell’arte in genere e nel costume è un simbolo molto potente . E’ una pianta sempreverde, considerata prodigiosa perché non si piega ai cicli delle stagioni e con funzioni semantiche contigue significa essenzialmente immortalità gloria.

Daphne ha un nome che segna un destino quello di  non piegarsi, di non perdere le foglie, resiliente alle frustrazioni da senso al suo essere “ segregata” scoprendo sensazioni nuove nell’amicizia ma soprattutto nell’innamoramento per Josciua.

Il film tratta il tema dell’amore nell’adolescenza, l’adolescenza degli ultimi,  un “fiore”  di campo che sboccia nonostante i  divieti e le regole che rieduca tenendo lontani i maschi dalle femmine.

(Il  film è girato realmente in un carcere minorile  vuoto dell’Aquila, ristrutturato  dopo il terremoto )

Fiore è prima di tutto la storia di una ragazza che sogna, desidera, si emoziona, combatte, s’innamora.

Dai fotogrammi del film ho colto dei tempi emotivi e sentimentali, una scala di tensioni che conduce in cima  all’Amore , quello sentito come vero da Daphne, non sognato di notte  che al mattino si dilegua lasciando  tristezza e malinconia , un vuoto insopportabile, la mancanza di amore , quello  incondizionato.

FAME/DISPERAZIONE

Daphne non ha una casa, vive con la sua amiche che non può più ospitarla a causa dell’arrivo del padre. Dorme sulla panchina della stazione, nn ha paura, non può fare altro, è la sua condizione. 

VUOTO/SOLITUDINE

Daphne continua a fare quello che sa fare,  è normale per lei agire in questo modo, rapinare altri ragazzi più fortunati per sopravvivere ma viene scoperta e corre, corre veloce per sfuggire alla   polizia, si rifugia sul terrazzo di un  palazzo pensando di farla franca ma sul terrazzo trova la prima barriera è  la balaustra oltre cui c’è il vuoto, si gira di scatto non vuole andare verso il vuoto lascia alle spalle  il tramonto e quasi con rassegnazione, come se il suo scopo inconscio, in fin dei conti, fosse quello di farsi catturare.  La polizia la conduce  nel carcere minorile…

Il tempo del film è come una stagione invernale che prepara alla primavera.

DIETRO LE SBARRE /DICEMBRE

La realtà del carcere minorile non è la parte centrale del film . L’adattamento di Daphne dietro le sbarre è complesso, sono tutte minorenni, qualcuna ha anche un bambino, ci sono amori omosessuali, trasgressioni, punizioni, premi e soprattutto un unico desiderio comune : il sogno della  libertà.

Daphne è un fiore solitario, affamata d’amore, non c’è traccia di una madre nella sua vita, non ci sono amiche nel passato, esiste il presente, qui e ora,  il carcere come  luogo dei  divieti, dell’assenza, delle  lotte per il territorio è il posto meno adatto ad un adolescente. Lei  “gatta selvatica” è difficile da  addomesticare.

Si tatua con sistemi di fortuna il  nome  del padre, Ascanio, sul braccio, ha molta speranza che questo la tiri fuori dal carcere  ridandole la libertà e prendendola finalmente con se.

Dice l’assistente “ ti ho chiamato, no , è allora ? Non c’è nessuno per te” ma Daphne non dispera, continua a chiamare  senza ricever risposta e nel frattempo sogna : le  carezze dal padre “salvatore/principe” mentre le rimbocca le coperte. Arriva finalmente  il giorno  del colloquio, il padre non è solo,  è accompagnato dalla sua donna  con il figlioletto di lei.

Il padre è in uscita vigilata non può occuparsi di Dafne , non può ospitarla perché a sua volta vive dalla compagna in una casa piccolissima. La risposta del padre è no.

Dafne rimane profondamente delusa e vuole cancellare il tatuaggio che rappresentava l’appartenenza per sempre, il cambiamento, il regalo del padre  in cambio della custodia segno del suo prendersi cura della figlia e  del suo amore per lei.

Un passaggio importante è l’acting out di accendere il fuoco che Daphne guarda con distacco come se in quelle fiamme ci fossero tutti i suoi stati affettivi, incoercibili, come il desiderio della libertà, la distruttività, la vendetta, l’eccitamento sessuale.

L’istituto penale per minorenni e diviso in palazzine per  maschi e palazzine per  femmine  l’incontro tra i due protagonisti avviene attraverso le sbarre durante l’ora d’aria  Dafne parla con un ragazzo Josciua, lui ha un problema non sa se la sua ragazza lo aspetterà, Daphne promette a lui che parlerà con la fidanzata  e così sarà.

Nasce un triangolo lei, lui, l’ostacolo, Daphne non è ancora consapevole di quello che sta per succedere  non ha paura a sfidare le regole perché  attraverso i suoi comportamenti scherma la fragilità e si fa forte della solitudine, riesce a fare quasi sempre quello che si prefigge.

Inizia a sbocciare una storia d’amore, ci sono le sbarre ma non impediscono il sentire, Daphne e Joshua iniziano a guardarsi, a cercarsi  e poi a scriversi. Si  scambiano biglietti attraverso i carrelli del pranzo, inizia un corteggiamento che oltrepassa  le regole severe incarnate da guardie super-egoiche  che devono far rispettare i regolamenti   che a volte  mortificano la vitalità  e la speranza dei ragazzi . Daphne ha un sogno da perseguire e le sue azioni sono studiate, “vincenti”, fattive nonostante la materialità del carcere : muri di cinta, sbarre, chiavi, lunghi corridoi, suoni che echeggiano, bambini che piangono .

Daphne corre non si ferma mai , è in continuo movimento; mentre rientra con le altre nelle celle torna indietro e ancora corre veloce a dare un bacio a che la seguiva da dietro le sbarre.  A questo punto il carcere diviene sfondo della fase costruttiva dell’amore di Daphne il cui imperativo è quello di darsi coerenza, senso di Sé; di proiettarsi nel futuro verso un progetto minimale di vita che è vivere null’altro che attimi di tenerezza in libertà.

Daphne non è solo una delinquente irriverente è una creatura capace  di solidarietà, di compassione, quella che lei non ha mai avuta, non denuncia l’amica che ha introdotto il rossetto in cella e altre nefandezze che le altre fanno  a suo carico, ha un suo “codice”.

Tutto si muove nell’attesa del ballo  di fine anno.

I preparativi si intrecciano con la difficile quotidianità delle celle , la costrizione, i moniti severi delle assistenti, le difficoltà di comunicazione tra le ragazze rendono spesso il clima molto difficile, ostile a volte insostenibile emotivamente.

Il carcere attraverso le guardie “sono guardie” , dice Daphne al padre, sopprime, controlla, educa come la società che spesso non sopporta la semantica dell’adolescente.

Sviluppare resilienza per resistere.

Il ballo, la complicità degli altri ragazzi  avvicinano Daphne  in uno struggente ballo dove le parole sono secondarie agli sguardi, al comportamento non verbale…è  un sentimento delicato, è Amore? 

GENNAIO/SBOCCIA L’AMORE DI D. CHE CONFONDE J. 

Niente è facile per Daphne, Josciua  viene trasferito nel carcere per adulti a Milano, la sua amica di cella esce…la vita diventa ancora più  complessa ma è anche un’occasione per rallentare le tensioni.

Nell’amore romantico impossibile i fantasmi edipici vengono replicati, e parzialmente soddisfatti, mediante la ripetizione della situazione triangolare: lui, lei e l’altro (l’ostacolo, il carcere etc..). Questa ripetizione ha una valenza catartica perché in un certo senso permette  l’elaborazione del lutto, della disillusione, del desiderio di un padre/principe che l’affranchi dal dolore, che le dia la possibilità della libertà dalle “catene” interne. In questo modo l’Io della ragazza cerca di conciliare due opposte tendenze: l’appagamento del desiderio di amare ed essere amata,  i moniti del Super-Io che richiamano all’impossibilità della realizzazione a favore del suo recupero sociale. L’oggetto d’amore è visto come una possibilità di evasione , come  modulazione emotiva dell’energia distruttiva e della difficoltà  di assimilare le regole.

L’ADATTAMENTO/ RICERCA DI NUOVI EQUILIBRI /MARZO

Il padre chiede un permesso per far partecipare Dafne alla comunione del figlio della compagna,

Incredibili emozioni all’uscita del  carcere: aria, luce, spiaggia … vita…

L’incontro e poi lo scontro con il padre: “domani mi riporti in carcere no?” “Che debbo fare” risponde il padre” preoccupato per la sua salvezza, per il suo riscatto, nessuna empatia per la giovane figlia..

Durante la festa….”A che ora devi rientrare? , “Alle sette!!” “ “Ci sono ancora due ore”…

Le emozioni e i pensieri della figlia non vengono letti dal padre che trasognato si gode la festa sebbene la sera prima Daphne  aveva tentato di scappare dalla situazione claustrofobica in cui era stata ospitata, lei fuori dalle camera da letto del padre e della compagna da un edipo mai risolto.

Viaggia con la testa, lentamente si porta fuori il ristorante e guardando il tramonto, si  lascia dietro le spalle il tragico tramonto della cattura. Sulla spiaggia inizia a correre e correndo “pompa” sangue nelle vene  in un crescendo inarrestabile…… Ad un tratto diviene irrinunciabile la libertà e  inizia a correre di nuovo verso il nord e alla ricerca di attimi d’amore.

Che resta dentro di me di carezze che non toccano il cuore stelle una sola ce n’è che mi può dare la misura di un amore se per errore chiudi gli occhi e pensi a me.

“Come hai fatto a trovarmi?

La risposta è nella forza dell’amore , amore come libertà dall’oppressione delle sbarre

“E’ evasione questa!!””

“Lo so!!” ma lo faccio per stare un po’ con te”

Ma di nuovo la regola, il super-io punitivo, direi perverso. di non aver pagato il biglietto sul treno   e insieme mano nella mano corrono verso la libertà e l’amore senza curarsi del rovescio della medaglia, del futuro,

utopia di una fuga che prima o poi sarà mortificata  e ricomposta secondo le regole della società.

Fiore è un inno, ha detto qualcuno, al desiderio di tenerezza e di amore, un inno alla velocità.

In sintesi, il carcere minorile  limita , circoscrive, cinge, reprime, mortifica  ma  non può impedire  a Daphne  di resistere, di  sentire, di nutrirsi dell’idea dell’amicizia e/o dell’amore,   l’evasione come sogno della libertà che trascina l’altro Josciua  a infrangere  ogni regola,  come la tragicità dell’amore in  Giulietta e Romeo come Benjamin e Elaine nel Laureato di Nichols, per abbattere la società repressiva e infrangere i totem e i tabù e infine , a mio parere,  il regista narra le sfumature psicologiche e dinamiche comportamentali di un amore –libertà per portare lo spettatore a suscitare empatia per i protagonisti, per  Daphne alfine di comprendere gli abissi del dolore emotivo, dell’affettività negata e partecipare alla tragicità della vita di questa ragazza, degli ultimi, senza giudizio morale  suscitando un’umana compassione.

Fonti :(Recensioni: A.Piruccio, P.Casella,G.Fofi,G. Niola, R.Meale, C. Serra, M. Sesti, C. Cerofolini, l. Locatelli, G.Giovannesi, video su you- tube e altri)

(Giornali e riviste: Repubblica, L’Internazionale, L’Espresso etc.)

Dott.ssa Vincenzina Gentile Psicologa, Psicoterapeuta  mail : e.gentile2015@gmail.com cell 366 648 34 20

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L’uomo che non c’era. Considerazioni psicoanalitiche.

Rossellina Oddo        

Ho scelto  il fil L’uomo che non c’era, stimolata dai molteplici aspetti che  propone  la sua lettura: in esso, infatti, sono presenti elementi tipici del film noir americano anni ’50,  unitamenti a questi, si intravedono, tuttavia,  risvolti inerenti al tempo che viviamo.  Se osserviamo la sua forma percepiamo  il contributo dato dalla psicoanalisi a questo genere filmico,  ciò si intravede nel carattere irrazionale del crimine e  nell’ambivalenza dei sentimenti che caratterizza il personaggio iil quale palesa un malessere esistenziale e sociale.  Elementi che sottostanno  al film sono:la realizzazione individuale, il successo in società, la relazione interpersonale con le conseguenti patologie.

Il film è ambientato negli anni ’50 del secolo scorso.  Ed, il personaggio, narra la sua vita in un modo che sembra essere sempre in bilico tra sogno e realtà: fa il barbiere nel negozio del  fratello della moglie e questo essere solo un barbiere sarà il leitmotiv che lo accompagnerà fino alla fine.

Egli  appare mesto, non sorride, non manifesta alcuna emozione, non dialoga. Ha una moglie seducente che lavora in un supermercato che lo tradisce con il direttore dell’emporio.

Un giorno nel negozio entra un cliente che gli parla della diffusione delle lavanderie chimiche, ma servono 10000 dollari. Ed, stanco di fare il berbiere, ricatta  l’amante della moglie chiedendogli i soldi in anonimato. Inizia così una spirale distruttiva  che lui scambia per un risarcimento esistenziale.

Il personaggio così descritto è la manifestazione di un malessere che ci  porta a domandarci quale sia  la quota   sociale  e quale  il suo contributo  in ciò che  accade nella sua vita.

Se guardiamo al passato vediamo che la patologia di fine  ‘800 e primi ‘900 del secolo scorso era il risultato del conflitto tra i bisogni dell’Es e i divieti del Super-io identificato nelle regole imposte dalla società. Già Freud ne:  “Il disagio della civiltà “, anticipa :” dell’incapacità dell’individuo di rispondere in modo adeguato alle richieste della società “. Oggi la sofferenza dell’individuo risiede nella contrapposizione tra ciò che egli è capace o incapace di fare.

Alla diade  “permesso – vietato “,  si sostituisce “possibile – impossibile”.

I fenomeni patologici perciò si spostano su strati depressivi più o meno gravi che riguardano più specificatamente  il campo  esistenziale dell’  “Essere se stesso”. Area , questa piena di insidie in quanto lo scenario sociale esige dall’individuo spirito di iniziativa e assunzione di responsabilità, elementi questi che possono far  provare un senso di inadeguatezza,un sentimento di scacco e di fallimento.

Infatti se niente è davvero proibito, niente è davvero possibile.E’ evidente che nell’analisi del fenomeno,  non bisogna trascurare  l’apporto dato dall’individuo tramite il suo bagaglio psicobiologico.

Ricordiamo che ogni fenomeno psichico si riflette in una emozione o in un sentimento, o in una immagine di sé e che i  disturbi depressivi nascondono una  “distimia” base e  premessa  di un mancato dialogo intrapersonale (con se stessi).

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Se ci focalizziamo su Ed  la sua passività è ben illustrata nella scena del bagno:

la moglie fa il bagno e intanto legge, lui entra, lei senza guardarlo gli dice di depilarle le gambe, lui esegue, lei continua a leggere,  gli dice “ ti amo”. Tra loro non solo non c’è dialogo  affettivo, ma neppure incrocio di sguardi. E’ un individuo sempre dis-tratto quando sta con gli altri, a tavola, al ballo, al lavoro.  E’ dis-tolto dal contesto sociale, ma tuttavia non appare dedito a una riflessione interiore o su un progetto esistenziale.

Il suo essere distratto ci fa pensare che  egli è intento in quei pensieri che Freud chiama “sogni ad occhi aperti”sconnessi da sè, liberamente vaganti, che  fanno  si, che  egli aderisca automaticamente a una proposta di uno sconosciuto. “ Pensavo che poteva essere la svolta della mia vita”. Nell’altalena della sua esistenza tra sogno e realtà,  volge ora  il suo interesse verso Birdy, la figlia del suo amico Walter; l’ascolta suonare il piano e comincia a frequentare la  casa del suo amico anche quando lui non c’è: “Andavo  tutte le sere, anche quando Walter non c’era, faceva ricerche di genealogia era arrivato alla settima generazione sua e all’ottava della moglie, sembrava un hobby senza senso, forse Walter cercava qualcosa d’altro. Qualcosa di simile a quello  che trovo io sentendo suonare Birdy , una via d’uscita, una specie di pace.”  Ed ci sta comunicando il malessere del suo vivere. Ma Birdy non ha doti artistiche, vuole fare la veterinaria, non ha mai pensato se stessa come una concertista e glielo dice . Ed si ritrova di nuovo solo “ Ero un fantasma, non vedevo nessuno e nessuno vedeva me : ero un barbiere”.

Questi episodi  ci fanno  pensare che egli sia dis-tratto prima di tutto da sé, dal suo essere se stesso e quindi dalla vita reale. E se nell’episodio che riguarda Birdy appare una spinta emotiva, altre volte la sua narrazione si fa asettica ed estranea, svuotata di contenuto emotivo.   Estraneità che emerge anche nello sguardo, nell’incedere, nelle mani nella parola: elementi, questi carichi di fisicità corporea descrittivi della personalità, ma anche del modo in cui si incontra  “l’altro” perchè ogni incontro è un riconoscimento di sé che avviene tramite il corpo che ci tiene ancorati alla vita reale.

In questi contesti Ed ci appare scivoloso, elusivo, indefinibile, silenzioso: sono queste le sue caratteristiche precipue, quasi a rivelarci la paura di essere trascinato verso una temuta conoscenza di sé.  Anche il contatto fisico è evitato ( con la moglie non aveva più rapporti da anni), Quando non è terrorizzato da una possibile eventualità: lui guida, la ragazza gli propone un rapporto sessuale, egli reagisce in modo tanto forte da provocare un incidente”.

L’unico contatto fisico che ha è per difendersi quando uccide l’amante della moglie

Come in apertura detto, e confermato dall’avvocato nella sua arringa,  Ed è un uomo del nostro tempo  che soffre delle richieste della società in cui vive  i cui valori sono la competizione e il successo personale ( ricordiamo a questo proposito le parole di Victor hugo: Il successo è una cosa orrida per la sua falsa somiglianza col merito, inganna gli uomini e la storia) ed è  proprio in questi

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valori che si situa il malessere dell’individuo che si sente inadeguato a quella società . Società che , come è  avvenuto  nei tempi passati,  determina  la malattia  e  ad essa   attribuisce  anche  un senso;  l’Io, infatti,  ha una natura sociale e la sua forma si struttura nelle relazioni col mondo esterno.  Tuttavia    regole e  valori e la conseguente  patologia, non    sono  determinati  da un soggetto concreto,  ma   essendo istanze sociali, politiche e culturali,  richiedono all’individuo un’adesione implicita al loro riconoscimento,   deviando l’individuo verso una identificazione posticcia adeguata a quei valori. Abbiamo così un deragliamento:  dalla nevrosi verso la depressione, in quanto la prima era effetto  della frustrazione dovuta alle richieste della società, mentre la seconda viaggia sul canale dell’ angoscia provocata dalla diade  “possibile- impossibile. Ora Ed ci appare diverso, il suo malessere depressivo ci spinge a considerarlo come una richiesta di libertà: libertà di “ essere se stesso”. La sua malinconia  ci rammenta una frase Michelangelo: “ La malinconia è la mia gioia”, quasi a dire piacere e dolore di essere sé stessi. Il suo ruolo si capovolge, da sconfitto si tramuta in accusatore della società di quella che fa schiava la mente dell’individuo tramite l’adesione e  l’ omologazione ai  valori dominanti Uno squarcio di ciò lo troviamo quando , stando all’interno della macchina osserva la gente : “Eccoli lì tutti occupati con la loro vita, come se io conoscessi un segreto, qualcosa che nessuno  di loro sa, come se io fossi uscito all’aperto, mentre loro si dibattevano nelle buie profondità.” Allora questo suo malessere ci comunica qualcosa del mondo esterno e il suo essere taciturno e i suoi silenzi allora diventano carichi di parole. Sono parole che contraddicono i nostri abituali punti di riferimento e ci invitano a sviare facili giudizi.   Nelle ultime sequenze del film vediamo  Ed  che esce dalla sua cella : “ Era come osservare un labirinto da lontano, mentre ci sei dentro procedi senza pensare, svolti dove credi di poter svoltare, sbatti il muso in fondo ai vicoli ciechi e vai avanti così. Ma appena te  ne allontani  tutte  quelle curve e quelle svolte compongono il disegno della tua vita; è difficile da spiegare, ma a vederlo nel suo insieme ti procura una sorta di pace . Ed chiude il suo racconto  e la sua vita con queste ultime  parole: “Non so cosa troverò oltre il cielo e la terra, forse le cose che non capisco lì saranno più chiare, come quando la nebbia si dipana; forse Doris starà lì e potrò dirle tutte quelle cose che qui non hanno parole.”   Dott.ssa Rossellina Oddo Psicologa, psicoterapeuta mail rosa.oddo@gmail.com cell 348 517 23 11  

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Lo chiamavano Jeeg Robot, note psicoanalitiche sul film

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Francesca Franzi

 

Lo chiamavano jeeg robot: lui non era jeeg robot, ma lo chiamavano jeeg robot. Il titolo del film è un rimando a “lo chiamavano Trinità..”, sobria e divertente parodia dei più cruenti western, in cui troviamo un anti-eroe pigro e svogliato.

Questo richiamo ad un universo parodistico contiene già un anticipo di ciò che il film metterà in scena: una storia grottesca, in cui esiste una voluta sproporzione degli elementi che costituiscono i momenti drammatici. Si allude all’incontro dialettico fra un piano concreto ed un piano simbolico, fra un mondo in cui qualsiasi possibilità trasformativa è negata, ed uno in cui, invece, la capacità metabolica è offerta da una possibilità di simbolizzare che nasce dall’incontro e dalla relazione. Da una parte quindi il mondo che macina, tritura, o, alla meglio, offre come unica via d’uscita lo sprofondare acriticamente in esso; dall’altra invece un mondo in cui è possibile trasformare il non detto, per quanto angosciante e paralizzante, in un pensiero, in un gioco di relazioni che permetta di tessere una trama tale che essa stessa funga da rete e da sostegno per non cadere nell’abisso.

Enzo Ceccotti è una monade, un organismo autosufficiente che si tiene a galla nel mondo come può; l’aria trasognata, si muove, agisce; i  giorni trascorrono per lui uno dopo l’altro, quasi non sembrano avere un filo conduttore se non la sua mera esistenza. È un personaggio senza storia, stretto fra la  ripetizione della compulsività e l’istinto di sopravvivenza. Il suo appartamento è squallido, grigio, sporco, non ha alcun tratto di umanità o di personalizzazione e lui si nutre esclusivamente di budini, non quindi un cibo nutriente, qualcosa che possa dare al corpo ciò di cui ha bisogno, come a segnalare la mancanza di una qualsiasi attività metabolica. È come se egli fosse capace solo di provvedere unicamente – e forse neanche completamente – alla sua sopravvivenza. Si anestetizza dal dolore trattandosi come un “animale”; anche i dvd pornografici, che macina instancabilmente, rimandano ad una compulsività ossessiva, eterno ripetersi di un atto sessuale che non è sessualità, ma è spogliato di qualsiasi rimando ad un incontro, connotato solo come atto animalesco, inteso a stimolare un’eccitazione sessuale che ha come unico scopo la scarica.

L’orizzonte in cui ci si muove è quindi quello della scarica: le emozioni non hanno spazio per essere sentite e poi sperimentate, e se punzecchiano appena la coscienza, esse si traducono subito in agito.

La generale sensazione di torpore che potrebbe sembrare caratterizzante nella vita di Enzo nasconde però, in realtà, una grande vitalità, un grumo interno di passioni ed emozioni cui egli non riesce a dare voce, o meglio a dare parola. Così lui non trova altro mezzo per sopravvivere che la sua regressione ad uno stato primitivo.

Il mondo in cui si muove è il mondo dei “ragazzi di vita”: un mondo primitivo ma spinto e mosso da istinti e passioni vitali, che non trovano una dicibilitá, e che non possono che scaricarsi, agirsi. La sua vita si regge sugli espedienti, su piccoli furtarelli quotidiani, partite di droga, scambi, affarucoli per mantenersi a galla nel limaccioso fiume della malavita romana.

Accade poi, però, che in questo fiume Enzo debba affondare: Durante una fuga si getta  nelle acque del Tevere, e ingurgita una certa quantità di scorie tossiche. Enzo scende nell’abisso di quella primitività, nel fondo limaccioso e denso, velenoso, potenzialmente pericoloso, potenzialmente mortale. Ne riemerge con un gran febbrone, sta male e vomita per una notte intera; si accorgerà quindi di aver acquisito dei curiosi superpoteri, ma non saprà ancora come usarli; è come conoscere i primi rudimenti di un nuovo linguaggio, un nuovo alfabeto di cui non si conoscono le regole grammaticali e sintattiche. E difatti lui lo userà nel solo modo che conosce: pensa subito di andare a svaligiare un bancomat.

La maschera di Enzo – jeeg è un vertice simbolico attraverso cui ricostruire il percorso del protagonista del film: una volta acquisiti i superpoteri, Enzo si protegge con un cappuccio di felpa ed uno scaldacollo di pile neri. La maschera è funzionale alla protezione; ciò che è dentro di lui come un nuovo lessico non gli dona un’identità ed in nessun modo gli offre la possibilità di mostrarsi.

Ciò che pian piano inizia a fare la differenza è l’incontro con Alessia, che dona ad Enzo l’opportunità di tessere una trama. Alessia vive in un mondo tutto suo, ma lei ed Enzo parlano lo stesso linguaggio, il linguaggio di una sofferenza e di un dolore indicibili,  inscritti in una parte della coscienza che non aveva ancora parole, e che quindi non le può utilizzare; parlano il linguaggio di chi nasconde un vissuto traumatico dietro ad un altro mondo,  per lei fantastico, per lui privo di qualsiasi stimolo o emozione. Alessia dona una storia, regala una trama ad Enzo: lui è Hiroshi Shiba, ragazzo che può diventare Jeeg, un cyborg che ha miniaturizzata nel cuore una campana appartenente ad un antico e terribile popolo che ha fatto della sopraffazione dell’uomo sull’uomo la sua legge precipua e che minaccia l’umanità; solo Jeeg, con il suo cuore che contiene tale campana, può salvare l’umanità. Ancora il richiamo ad una dimensione primitiva e minacciosa, che ha bisogno di essere scandagliata conosciuta,  elaborata ed assunta per poter essere utilizzata in senso contenitivo.

Grazie all’incontro con Alessia Enzo trova un vocabolario, un lessico che gli permette, a poco a poco, di simbolizzare e dare parole a quel grumo di sofferenza e di dolore appiattiti sotto un granitico blocco difensivo.  Lui stesso chiede a lei in una scena del film “insegnami tu”, riconoscendo la propria incapacità di amare e ancor prima di entrare in relazione.

Notiamo del resto come la discriminante sia l’incontro con Alessia dal fatto che lo stesso tuffo nelle stesse acque non innesca nello Zingaro lo stesso tipo di processo: lì il superpotere resta concreto, resta un fatto, inteso in senso strumentale, non prende la via del simbolo.

Nell’uso di pensiero psicotico di tipo concreto, il «fatto esterno» viene utilizzato come una barriera difensiva contro la elaborazione emotiva e conoscitiva (Segal); l’elemento di concretezza invece per Enzo si fa via via più rarefatto, si perde la strada della concretezza per abbracciare quella del simbolo: i suoi superpoteri sono una trasfigurazione simbolica di quella  trasformazione in atto che si sta compiendo- grazie a e all’interno de -la sua relazione con Alessia; il gioco, il simbolo, il grottesco del mezzo cinematografico diventano espressamente  la chiave con cui poter elaborare e rendere dicibili contenuti altrimenti inelaborabili. La relazione è il tramite narrativo attraverso cui si attua la trasformazione; ma forse è proprio nel linguaggio e nel codice narrativo utilizzati che possiamo  ravvisare la traccia più evidente della riuscita di tale processo elaborativo e metabolico.

Seguendo il vertice osservativo simbolico della maschera, vediamo come l’incontro con Alessia ancora una volta sparigli le carte: quando lei scappa e lui è costretto a fermare il tram a viva forza per parlarle, Enzo non indossa alcuna maschera. È lì che lui si mostra, perchè qualcuno lo può finalmente vedere  per quello che è, qualcuno gli offre la possibilità di specchiarsi, e infine vedersi.

Incontrando Alessia, lui riesce ad incontrare una parte di sé, la parte traumatizzata, la parte folle, e impara a prendersene cura, anche se in un modo impacciato, infantile. La morte di Alessia lascia Enzo inevitabilmente solo, ma dentro di lui è rimasto il nuovo alfabeto appreso grazie al loro incontro, e con questo strumento lui potrà essere in grado di andare avanti e raccontare, adesso da solo, la sua storia.

Il finale del film sembra alludere anche a questo: nell’ultima scena vediamo Enzo lanciarsi nel vuoto dal Colosseo, portando dentro di sé ciò che ha interiorizzato della relazione con Alessia,  che come atto compiuto ritroviamo ancora una volta e per l’ultima volta nella maschera tessuta a mano da lei; ma, un po’ come accade alla fine di una relazione analitica, ciò che si è compreso, ciò che anche dopo la fine continua a vivere dentro, può fungere da rete, da trama, può aiutare a non schiantarsi se si mantiene la fiducia di poterla usare come tale; ma la realtà è che il finale è sempre in divenire, ancora da scrivere, da lavorare e negoziare di volta in volta.

Dott.ssa Francesca Franzi

       Psicologa cell 327 854 09 74 franc.franzi@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

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Crash-contatto fisico. Cosiderazioni psicoanalitiche sul film

Maria Grazia Antinori

INTRODUZIONE

Crash-Contatto fisico è un film del 2004, uscito nel novembre del 2005, diretto e sceneggiato dal regista canadese Paol Haggis  con Sandra Bullock, Brendan Fraser, Don Cheadle, Mat Dillon, che è stato premiato nel 2006 con tre Oscar  per il miglior film, migliore sceneggiatura e miglior montaggio e anche con  il David di Donatello per il miglior film straniero.

Crash è un film corale un po’ favola, dramma e racconto allegorico, composto da episodi che si intrecciano velocemente,  ambientati nell’arco di 24 ore.

Centrale è la città di  Los Angeles nel periodo natalizio, un luogo estraniante che ha il potere di far sentire tutti stranieri.  Emblematica  è la dichiarazione del detective all’inizio del film: “In una città vera si cammina. Qui a Los Angeles non c’è contatto fisico con nessuno, stiamo sempre dietro vetro e metallo. Il contatto ci manca talmente che ci schiantiamo contro gli altri solo per sentire le persone”.

Da notare che la parola inglese “crash” significa scontro, incidente mentre il sottotitolo scelto per la versione italiana è “contatto” che ha un significato evidentemente diverso.

Paol  Haggis, il regista, ha studiato a  Londra. Una volta laureatosi in cinematografia si è trasferito ad Hollywood dove ha lavorato e scritto per il cinema e  la televisione come autore di famose serie televisive  come ad esempio  Avvocati a Los Angeles.

Haggis ha scritto la sceneggiatura per  Million Dollar Baby del 2004 regia di Clint Eastwood,  che ha rappresentato  la svolta nella sua carriera,  stesso periodo in cui  è regista di Crash.

Haggins realizza sempre con Clint  Eastwood Lettere da Iwo Jima, nel 2007  torna alla regia nel film Nella valle di Elah, nel 2013 con Thierd Person e nel 2017  Lead end Coppe

IL FILM

Crash è composto da una serie di storie che si intersecano e si sovrappongono, i protagonisti si passano il testimone come in una staffetta, il testimone potrebbe essere proprio la statuetta di San Cristoforo, protettore dai pericoli, patrono dei viaggiatori e  degli automobilisti. Paradossalmente sarà proprio la statuetta di San Cristoforo  il motivo della casuale  uccisione  del ragazzo nero la cui storia inizia e chiude il film, testimone che sarà raccolto dal fratello detective .

I personaggi interpretati da attori importanti come Sandra Bullock si trasformano nel ruolo e negli atteggiamenti in ogni episodio, aggiungendo una tessera al mosaico complessivo, il cui disegno  si scorge  solo alla fine della storia.

Quello che sembrava un poliziotto bianco cinico e violento, salverà la donna nera coinvolta in un incidente stradale,  vittima dei suoi stessi soprusi.

Il giovane poliziotto, una recluta, diventerà per paura e per sospetto assassino di un ragazzo cui lui ha offerto un passaggio in macchina ma che a sua volta, è responsabile di rapine e di ferimenti volontari e anche casuali.

Il regista di colore accomodante e disponibile a ogni richiesta fino al servilismo, si trasformerà in un uomo vendicativo, impulsivo ed aggressivo fino a perdere ogni freno e prudenza.

La donna privilegiata moglie del procuratore ma profondamente triste ed arrabbiata, troverà ferita e sola la consolazione di un abbraccio con la sua cameriera messicana che ha sempre trattato come una serva anonima.

Il detective che scopre il corpo senza vita del fratello tossicodipendente sul ciglio di una strada, un uomo apparentemente cinico, è considerato colpevole dalla madre che in realtà accudisce segretamente, ma che lo accusa della morte del fratello.

Non c’è nessun senso riconoscibile nel comportamento delle persone che vivono in una Los Angeles dove la ricerca del contatto sembra essere possibile solo in un  ruvido  scontro.

Tutti sono stranieri, l’altro è identificato in base a sommari tratti somatici o a particolari spesso male interpretati: nero, bianco, fratello nero, persona di colore, americano, scolorito, messicano, asiatico, cinese, cambogiano, iracheno, tailandese, categorie cui si associano stereotipi quali parlare come un bianco, parlare come un nero, essere vestiti da malviventi. Questo determina la diffidenza, l’estraniamento, l’impotenza e giustifica l’aggressione, tutti sembrano comportarsi come animali impauriti che  difendono il proprio territorio e se stessi dal pericolo costante e dall’incertezza.

Il linguaggio è povero e violento, ogni contatto sembra trasformarsi in scontro, la soluzione sembra essere il possesso di un’arma per difendersi, per non avere paura, per mantenere l’ordine e le regole, per la vendetta, per non rimanere schiacciati dall’umiliazione e dalla vergogna.

Il sentimento dell’umiliazione è una costante e riguarda tutte le condizioni sociali, l’umiliazione fa sentire impotenti e rabbiosi e porta a comportamenti impulsivi e pericolosi per sé e per gli altri e spesso diretti verso la persona sbagliata come la moglie del regista che sfoga la sua umiliazione sul marito vittima quanto lei.

Come dice Yoda in Guerre Stellari: ”La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza”.

E’ il sistema che produce dolore, a volte le persone sono carnefici e altre vittime, ma assumere il ruolo attivo o passivo  sembra essere  legato al caso in una sorta di circolo vizioso dove il pensiero è assente o finisce in cortocircuito.

Chiunque entra a far parte del sistema dell’odio e della vendetta è condannato alla sconfitta, come dice la moglie del procuratore interpretata da Sandra Bullock, la rabbia non ha bisogno di un motivo specifico, è senza oggetto e senza una ragione riconoscibile.

L’unica possibilità di salvezza è non giocare il gioco del potere, insomma bisogna indossare come la bambina, il mantello magico invisibile ed impenetrabile, quello che  protegge dalle pallottole. E’ necessario  interrompere la coazione a ripetere, il comportamento che produce malessere ed infelicità.

Magari bisogna essere come la ragazza figlia dell’iraniano proprietario di un 24hours shop,  che sceglie le pallottole a salve per la nuova rivoltella di un padre   che  vuole  proteggere il suo negozio e che in realtà, per una vendetta indirizzata verso l’uomo sbagliato, rischia di  uccidere un altro padre come lui e la sua bambina, entrambi innocenti. Tutto per un equivoco, per un’incomprensione, per l’impossibilità di capirsi poiché, come sulla torre di Babele, si parlano  troppe lingue tra loro incomprensibili.

Crash non è però senza speranza o aperture improvvise, è possibile anche la riparazione, l’azione salvifica, la possibilità di fare un atto positivo ed altruista, spesso casuale e soprattutto non programmato.

Nel caos di eventi, casualità, violenza, vendetta, impotenza, rabbia ed umiliazione, si alternano riparazione, sollievo e a volte gli eventi assumono una connotazione di tenerezza come il padre che dona  il mantello magico alla bambina o tragicomica come nel tamponamento nella scena finale.

I diversi passaggi del film sono sottolineati da elementi esterni apparentemente di cornice, ma che hanno un importante significato simbolico ed evocativo: l’ambientazione nel periodo natalizio, il fuoco, gli scoppi, la neve e soprattutto il suggestivo uso della colonna sonora.

In una delle ultime scene che coinvolge quasi tutti i personaggi, si ha la contemporaneità della neve ed il fuoco, in una sorte di catarsi sottolineata dalla musica che sembra essere la voce del regista che suggerisce una lettura di apertura e di speranza.

Crash è un film che pone molte domande attuali, ad esempio come la sofferenza, la diffidenza e l’infelicità possano trovare una consolazione; come rompere il circolo vizioso dell’odio e della vendetta.

La forza del film è nel porre interrogativi molto attuali anche nell’Europa e nell’Italia del 2018, domande sulla diffusione delle armi, sulle discriminazioni e pregiudizi raziali, la paura dello straniero inteso come diverso da sé, la diffidenza, l’isolamento, l’umiliazione, tutti vissuti che determinano la rabbia e l’aggressività esplosiva ed impulsiva  o la chiusura e l’isolamento.

Non c’è una soluzione o una risposta consolatoria, ma almeno uno strumento lo possiamo utilizzare ed è proprio quello di osservare, di mostrare, di raccontare, di narrare e di non cedere alla tentazione del rancore e dell’agito e  soprattutto concederci la fatica del pensiero.

Maria Grazia Antinori

Psicologia, Psicoterapeuta

antinorimariagrazia@virgilio.it

cell 334 338 58 35

www.arpit.it

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