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Il limite come cura della paura individuale e sociale

Il limite come cura della paura individuale e sociale.

di Maria Grazia Antinoriil limite come cura della paura Lo studio della fisica ha evidenziato l’esistenza di una stretta correlazione tra i fenomeni che appartengono all’ordine del molto grande e del molto piccolo, altrettanto si può osservare nella sovrapposizione tra eventi individuali e sociali come ad esempio nella diffusione della sensazione di paura e di allarme individuale e collettivo.

Nelle conversazioni private e pubbliche sono molto diffuse espressioni che associano la paura e l’ansia a contenuti quali la crisi economica, l’incertezza per il futuro, le modificazioni climatiche, ecc. Anche i pazienti in psicoterapia propongono spesso il tema dell’ansia e del panico associati alle emozioni, alle relazioni affettive, al trascorrere del tempo ed ai cambiamenti.

La paura individuale o condivisa in sé non è certamente patologia ma al contrario può rivelarsi un prezioso strumento di adattamento preparando a rispondere ad ogni evenienza e necessità. Il problema nasce quando il timore si trasforma in una zavorra disfunzionale e questo accade nelle persone quando l’ansia non è motivata da un pericolo esterno concreto, ma piuttosto da una preoccupazione interiore e da un conflitto inconscio proiettato su oggetti esterni, o quando la paura diventa così grande da paralizzare ed impedire il pensiero inibendo le potenzialità e la creatività per ricorrere a soluzioni esterne ammantate da onnipotenza magica ed irreale.

I gruppi sociali che soffrono la paura possono chiudersi una marcata diffidenza verso il diverso o lo straniero o essere spinti alla ricerca di un capo carismatico che prometta salvezza e sollievo dal terrore. La persona che soffre di ansia e di panico, si sente persa e non riconosce i propri limiti, è in preda ad una sorta di delirio del controllo che fallisce di fronte alla complessità della realtà, lo stesso accade ad un gruppo sociale che cerca la fuga in soluzioni troppo semplicistiche e parziali proprio perché la complessità ed il pensiero sono inquietanti e dolorosi e presuppongono il riconoscimento dei limiti collettivi .

La cura del panico individuale consiste nell’aiutare il paziente a riconoscere e a tollerare i propri confini e limiti rinunciando allo pseudo controllo narcisistico, lo sviluppo di un gruppo sociale che soffre di paura è nel riconoscimento dei propri confini ma nello stesso tempo nell’apertura alla complessità e alla relazione con il mondo esterno superando la paura del diverso e dello straniero.

Maria Grazia Antinori

Psicologa, Psicoterapeuta cell 334 338 58 35    antinorimariagrazia@virgilio.it

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Il primo colloquio tra paziente e psicoterapeuta

La difficoltà di chiedere un primo colloquioprimo colloquio

Chiedere un primo colloquio psicologico è un’esperienza che può essere difficile e complessa, si tratta di mettersi in gioco in un’area privata e personale che presuppone incontrare uno sconosciuto a cui raccontare le proprie difficoltà, i limiti, le contraddizioni nella speranza di ricevere aiuto, consolazione, sostegno e soprattutto la possibilità di trovare la soluzione a sintomi e a conflitti psichici.

Il primo passo è sapere di avere un problema psicologico, riconoscere che da qualcosa che appartiene a sé deriva una difficoltà che rende difficile vivere con pienezza.

La scelta del terapeuta

Il secondo passaggio presuppone la ricerca di uno psicoterapeuta scelto da un sito, da un elenco o sull’indicazione di qualcuno, i criteri di scelta possono essere vaghi, inconsapevoli magari associati a qualche informazione parziale o a motivi contingenti quali la vicinanza.

Dopo una fase d’incubazione si arriva alla telefonata per fissare il primo colloquio che è sempre un momento delicato in cui si incontra per la prima volta la persona dello psicoterapeuta. C’è attesa, tensione, ansia e anche curiosità per l’incontro e anche per le proprie reazioni, soprattutto per chi è timido e vergognoso e si sente in difficoltà e spaventato dagli sconosciuti, soprattutto se immagina di raccontargli i pensieri più intimi.

Già dalla telefonata il paziente si fa un’idea del terapeuta valutando la voce, il tono, le parole scelte, la cortesia e la disponibilità, sono tutti elementi importanti, anche se non compresi sul piano razionale, che agiscono sulla reazione inconscia, rassicurando o spaventando.

L’incontro con il terapeuta

Quando finalmente la persona arriva allo studio hanno valore elementi come il luogo, l’organizzazione della stanza e naturalmente la persona dello psicoterapeuta, la sua età, l’aspetto, l’abbigliamento i modi, molte sfaccettature che condizionano e portano a sentirsi più o meno a proprio agio.

Si prende posto in una stanza possibilmente comoda ed accogliente, seduti comodamente ad una giusta distanza e si inizia a parlare, in genere è il terapeuta che invita l’ospite a raccontare il motivo che lo porta a chiedere il colloquio, domanda di apertura a cui la persona può rispondere nei modi più diversi, magari raccontando dei sintomi o della propria storia o del contesto familiare o lavorativo in cui prova un disagio.

Il contenuto scelto è abbastanza neutro, si può parlare di un qualsiasi aspetto di sé, quello che conta è la modalità, il modo di esprimersi, in una parola lo stile attraverso cui si interpreta e si percepisce se stessi e la relazione con la realtà esterna. E’ anche molto importante il modo di rivolgersi allo psicoterapeuta che in quel momento è ancora uno sconosciuto, se è incluso o meno nel racconto, se ci si preoccupa di esprimersi in un modo che gli consenta di comprendere, se gli si concede il tempo di parlare, se lo si ascolta e come si risponde ai suoi interventi o al suo silenzio.

Le fasi del colloquio

La fase di apertura del colloquio pone le basi su come proseguirà l’incontro, se la persona si sentirà accolta, ascoltata e rispettata, se la percezione è quella del terapeuta come qualcuno che è là per scoprire e ascoltare con intensità e partecipazione anche le contraddizioni e il non detto con le parole ma espresso ugualmente con l’atteggiamento, il corpo, il clima emotivo. A volte bastano pochi interventi del terapeuta, una domanda fatta al momento giusto, per aprire a nuovi scenari ed osservare qualcosa da un nuovo punto di vista.

Ugualmente importante è la semplicità e la chiarezza con cui il terapeuta illustrerà il suo modo di lavorare, gli orari, le assenze, l’onorario e tutti i particolari che definiscono il modo di incontrarsi che impegnerà entrambi i partecipanti.

Anche la conclusione del colloquio è un momento significativo, il paziente deve avere la consapevolezza che è avvenuto qualcosa d’importante che porta con sé qualcosa che non aveva o si è liberato di qualche ansia o paura maturando la speranza di aver fatto un incontro significativo.

Il primo colloquio è un momento prezioso in cui il paziente e l’analista si scoprono e si possono reciprocamente scegliere per iniziare il percorso terapeutico che è un’avventura e una scoperta che avviene in un contesto protetto e sicuro, il setting, che segue regole che garantiscono il miglior andamento possibile della terapia psicodinamica.

Maria Grazia Antinori Psicoterapeuta antinorimariagrazia@virgilio.it

cellulare 334 3385835

www.arpit.it

BIBLIOGREAFIA Ogden H. Thomas Il limite primogenio dell’esperienza. Astrolabio, 1992. Ogden H Thomas. Reverie e interpretazione. Astrolabio, 1999. Semi A. La tecnica del colloquio clinico. Raffaello Cortina, 1985.

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L’ amore incondizionato e l’ amore maturo

 

l'amore incondizionato

Molte persone, soprattutto donne, sono convinte che la definizione dell’amore ideale comprenda parole quali puro, assoluto. L’amore è concepito come una relazione incondizionata, separata dal comportamento, una sorta di sentimento totale ed assoluto. Una relazione di questo tipo ricorda le prime fasi della vita del neonato dove la madre non è ancora riconosciuta come persona ma piuttosto vissuta come una sorta di ambiente accudente indispensabile per il benessere e la stessa sopravvivenza del bebè.

 L’amore maturo, al contrario presuppone riconoscere l’altro e noi stessi come persone distinte e riconoscibili è quindi l’opposto dell’amare incondizionato, è infatti una condizione fortemente condizionata dalla conoscenza e dalla relazione con l’altro. L’amore incondizionato è al contrario, frutto  esclusivo della massima idealizzazione dell’oggetto qualunque esso sia L’amore maturo invece si confronta ed è alimentato dal riconoscimento dell’altro come persona unica e distinta a cui riconoscere punti di forza e di fragilità.


   La prima fase dell’innamoramento comprende l’idealizzazione dell’oggetto amato che è sentito come la fonte di ogni gioia e di ogni piacere. E’ una fase esaltate e piena di vitalità che rende gli innamorati diversi da chiunque altro, si sentono gli eletti ossia coloro che hanno incontrato l’amore. E’ proprio questa condizione che rende gli innamorati unici, diversi dai comuni mortali, sono stati toccati dall’assoluto, dal riconoscimento dell’altro come ritrovamento della propria metà mancante. Purtroppo la fase di esaltazione è destinata a durare un tempo limitato, piano, piano si infiltra la realtà con le sue complessità, ombre ed ambivalenze. Questo è un momento delicato dove l’innamorato sente di perdere la sensazione di diversità e di esaltazione, il sentimento si trova ad essere provato e confrontato alla luce della realtà esterna. Quando gli innamorati da privilegiati toccati da cupido ricadono nella normalità della quotidianità, per qualcuno può essere un salto troppo forte che determina la fine della magia e delle famose ” farfalle nello stomaco” e questo può significare la fine dell’amore, le emozioni si spengono o meglio si trasformano in altro, in sensazioni che richiedono un lavoro e soprattutto un confronto con l’altro che  liberato dal mantello dell’idealizzazione,  ritorna ad essere visto come una persona complessa e anche ambivalente.

 Inoltre scegliere una particolare persona, proprio quella, significa rinunciare ad incontrare qualcuno ancora più speciale che potrebbe  idealmente rendere ancora più completi e felici e soprattutto  obbliga ad una scelta che  limita e delinea e richiede l’impegno di una responsabilità reciproca e condivisa. Il partner in questa fase rischia di perdere gran parte del suo fascino tornando ad essere visto come una semplice persona. Gli adolescenti, di tutte le età anagrafiche, a questo punto rinunciano alla relazione non insistono nella scoperta dell’altro, preferiscono rimanere alla ricerca del sogno irrealizzabile, della scintilla dell’emozione che rimane sospesa in una fase che precede il riconoscimento dell’altro sognando ed immaginando una situazione ideale di costante innamoramento.


  La nascita di una coppia e di una relazione è del resto, solo l’inizio dell’avventura, ogni nuovo amore deve confrontarsi con un elemento esterno alla volontà dei partner, una componente che tutto modifica anche se si pretende di vantare un amore testardamente incondizionato, questo terzo elemento è il TEMPO. Conosciamo l’altro ad un certo momento della nostra vita, ma l’attimo è fissato mentre tutto si trasforma compresi i bisogni ed i desideri. La coppia che si è conosciuta e scelta in una certa data, occupando un preciso punto nello scorrere del tempo, progressivamente si allontana dall’oggi e così la coppia delle origini rischia di diventare un contenitore obsoleto ed inadeguato al momento attuale, al qui ed ora. E’ necessario un gran lavoro per non fare invecchiare la coppia, bisogna che ognuno dei due partner si impegni nella relazione e sia capace di adattarsi ai cambiamenti anche fisici, dell’altro. Gli stessi cambiamenti riguardano anche la struttura e i compiti evolutivi della coppia che vanno dalla convivenza, il matrimonio, la nascita dei figli, la loro infanzia e adolescenza e anche la separazione da questi quando diventano a loro volta adulti.


 E’ veramente un’avventura difficile per quei due ragazzi che si sono incontrati tanto tempo prima riconoscersi e amarsi e riconoscere nel volto dell’altro la propria giovinezza passata e trovare ancora una motivazione per condividere il tempo di oggi perdonandosi reciprocamente le delusione ed i limiti reciproci.


Maria Grazia Antinori

antinorimariagrazia@virgilio.it

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La psicoterapia una cura biologica che modifica il cervello

La psicoterapia, la cura con la parola, produce modificazioni accertate e documentate sul cervello, da circa una ventina di anni si hanno le prove strumentali che l’esperienza e l’apprendimento la psicoterapia una cura biologicamodificano la stessa struttura anatomica e neurologica dell’encefalo. Uno dei maggiori neuroscienziati viventi, Eric Kandel, premio Nobel per la medicina e la fisiologia del 2000  neurologo e psichiatra statunitense, considera la psicoterapia  un vero e proprio trattamento biologico. Cinquant’anni fa, Kandel ha iniziato studiando il comportamento e il sistema nervoso dell’Aplysia, una piccola lumaca, ed è arrivato ad estendere le sue scoperte all’apprendimento dell’uomo. La sua scoperta è centrata su come l’apprendimento modifica l’encefalo, in sostanza l’apprendimento produce un rafforzamento delle sinapsi, ossia delle interconnessione dei neuroni, le cellule nervose ma non modifica la struttura del neurone stesso. La scoperta è stata rivoluzionaria e ha aperto un nuovo modo di approcciare gli studi neurologici interconnessi con l’apprendimento. Un altro aspetto fondamentale delle scoperte di Kandel è la relazione tra il patrimonio genetico e la plasticità e modificabilità del  cervello, è stato dimostrando  che le connessioni sinaptiche possono essere modificate in modo stabile dalle nuove esperienze. L’idea  centrale è che la comprensione dei processi biologici dell’apprendimento e della memoria aprono alla possibilità di capire il comportamento delle persone ed i loro  disturbi e sintomi derivanti dal malessere psicologico e  psichiatrico. Questa intuizione ha rappresentato una svolta storica nelle neuroscienze ed ha aperto la strada agli studi interdisciplinari tra  la  biologia, la psichiatria e la psicoanalisi. Tutti i processi mentali anche quelli psicologici più complessi, derivano  dall’organo  cervello, il principio centrale  è che ciò che noi chiamiamo “mente” è una gamma di funzioni svolte dall’encefalo. Le azioni del cervello sono alla base non solo di comportamenti motori relativamente semplici, come il camminare e il mangiare ma di tutte le azioni cognitive complesse, consce e inconsce,  comportamenti specificamente umani come  pensare,  parlare  fino al concepire e realizzare opere d’arte. La psicoterapia, la cura con le parole, è dimostrata essere un trattamento  che è in grado di  modificare in modo stabile il cervello, una vera e propria cura biologica  che produce modifiche del comportamento attraverso nuove esperienze e nuovi apprendimenti che cambiano in modo documentabile le connessioni sinaptiche, causano modifiche strutturali  cerebrali che, a loro volta, agiscono sui modelli anatomici di interconnessione delle cellule nervose. Il miglioramento  accelerato delle tecniche di visualizzazione e di indagine cerebrale,  hanno offerto  una  sempre migliore valutazione quantitativa dell’influenza della psicoterapia sul funzionamento cerebrale. Le ricerche sperimentali offrono una comprensione dello sviluppo umano che ricorda in modo straordinario i principi della psicoanalisi freudiana. Vi sono prove neurologiche convincenti dell’esistenza dell’inconscio, è provato che buona parte della vita mentale complessa non è cosciente, le persone pensano provano e sperimentano pensieri ed emozioni di cui sono inconsapevoli ma che li fanno agire apparentemente senza ragione. La psicoanalisi permette di risalire ai traumi infantili ed attuali,  elaborarli  ed  integrarli, è  quindi un potente strumento di cambiamento e di crescita  Il processo terapeutico consente oltre a recuperare il ricordo, di viverlo in una nuova esperienza attraverso il rapporto del transfert e del controtransfert con l’analista.  Come scriveva lo stesso Freud in effige, semplicemente raffigurato,  non si modifica nulla, è assolutamente necessaria un’esperienza per un nuovo apprendimento che modifichi il comportamento ed i sintomi patologici. Kandel sostiene che la psicoanalisi offre la “la visione della mente più coerente e soddisfacente sul piano intellettuale..vi è motivo di ritenere che la biologia della mente sarà la principale area di ricerca del ventunesimo secolo, così come la biologia del gene lo è stata nella seconda metà del ventesimo”.  Kandel è convinto che bisogna fondare la psicoterapia su basi scientifiche ed esplorare le sue implicazioni sul piano biologico, impiegando  tecniche di valutazione empirica, in questo modo si potranno individuare le forme di psicoterapia più efficaci per le diverse categorie di pazienti. Di qui il ripetuto richiamo a un cambiamento di mentalità, a una nuova apertura alla ricerca multidisciplinare integrata, che apra all’elaborazione di modelli sempre più complessi ed efficaci.   Maria Grazia Antinori Psicologa, Psicoterapeuta  Roma Cell 334 338 58 35    www.arpit.it   Bibliografia Gabbard “Le psicoterapie” Raffaello Cortina Editore, 2010. Kandel.La biologia e il futuro della psicoanalisi: una rilettura di “Un nuovo contesto intellettuale per la psichiatria”, pubblicato nel 1999 sull'”American Journal of Psychiatry”.

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Dal tempo biologico all’atemporalità dell’inconscio

Maria Grazia Antinori    

“pensate che il passato, solo perché è già stato, sia compiuto ed immutabile? ah no! Il suo abito è fatto di taffettà cangiante, e ogni volta che ci voltiamo a guardarlo lo vediamo con colori diversi” Kundera M.

dal tempo biologico allIl tempo lineare

Lo scorrere del tempo è una dimensione silenziosa ma fondamentale la cui scoperta avviene progressivamente, i bambini rispetto agli adulti,  hanno una diversa consapevolezza del tempo che vivono come molto più dilatato, solo durante l’adolescenza si matura la scoperta della finitezza del tempo biologico. Anche durante la giovinezza il tempo rimane una dimensione quasi inavvertita che si impara a riconoscere  con la maturità, magari sollecitati dall’assistere all’inizio e alla fine della vita. Lo scorrere del tempo implica la finitezza della vita e la sua conclusione , una considerazione difficile da tollerare ma essenziale nel dare senso e valore ad ogni singola individualità.

   Si adatta ad esplicitare questo concetto il  racconto di Simone de Beauvoir “Tutti gli uomini sono mortali”, è la storia di un unico uomo ha il dono dell’ immortalità, questa condizione apparentemente ideale, trasforma l’uomo immortale in un essere senza storia, senza tempo e senza senso,  privandolo della stessa esistenza. In altri termini essere  esonerato dal  morire e quindi dal tempo limitato,  rende l’essere immortale impedito a vivere.

  La concezione moderna del tempo oltre che dalla finitezza è caratterizzato da un altro tema classico ossia il  mutamento ma l’aspetto nuovo non è tanto la metafora dello scorrere del tempo equiparato allo scorrere del fiume ma  piuttosto il cambiamento di chi osserva, ossia del soggetto.  Infatti il concetto di individualità acquista valore se considerato nella sua irreversibilità e non specularità, ossia ogni individuo non equivale a nessun altro  e nessuno può vivere la vita di un altro .

L’atemporalità dell’inconscio

Così come è innegabile l’oggettività temporale pur percepita ed interpretata in modo personale, esiste anche l’atemporalità dell’inconscio descritta da Freud, di cui i sogni  ne sono una evidente prova.  Scrive Freud a conclusione dell’Interpretazione dei sogni: “Poiché è dal passato che deriva il sogno, in ogni senso. E’ vero, anche l’antica  credenza che il sogno ci porta certo verso il futuro. Ma questo futuro, considerato dal sognatore come presente, è modellato dal desiderio indistruttibile a immagine del passato “(1899, p. 565).  Nel sogno tutto può esistere contemporaneamente, possiamo avere qualsiasi età, fatti, eventi, emozioni di epoche diverse possono essere rappresentate in un’unica scena.

  Freud ha indicato come caratteristica fondante dell’inconscio proprio l’atemporalità che si contrappone alla linearità del tempo che  caratterizza il  principio di realtà, contrapposto al principio del piacere che non si piega  ai limiti del tempo e della fisicità. Per Freud, quindi, l’essere umano funziona su due registri  diversi: il tempo lineare associato al principio di realtà e l’atemporalità del principio del piacere,  registri che possono coesistere in armonia o essere in conflitto. Sogniamo secondo il principio del piacere e dovremmo  vivere prevalentemente secondo  il principio di realtà, l’armonico incontro tra i due registri temporali espande al massimo le  possibilità mentali.

  L’armonia tra il tempo lineare a l’atemporalità  permette di accedere  ad una visione tridimensionale che espande la conoscenza e la creatività e mantiene vivida e significativa l’esperienza del passato per allargare la lente di osservazione del presente e del futuro, non solo personale, ma anche culturale e sociale.

   Il problema nasce quando prevale il registro della atemporalità che soffoca e acceca il riconoscimento del tempo lineare, se il principio del piacere spadroneggia questo  impedisce di riconoscere i limiti oggettivi e l’onnipotenza  fantasticata che ne deriva, può  trasformare in tanti Icaro le cui ali si sciolgono all’imprudente avvicinarsi  al calore del sole.

Del resto, impantanarsi nel tempo biologico, rischia di togliere valore e senso all’esperienza di vita e può portare ad una forma di concretismo materiale  depressivo e inibitorio che annulla ogni speranza creativa.

   Il tempo umano è certamente un tempo biologicamente riconoscibile e quindi finito, ma questo non impedisce un continuo andirivieni temporale dei processi psichici. Il ritorno del passato è ciò che avviene regolarmente nell’universo psichico del nevrotico che seguita nella coazione a  ripetere una costante e immutabile messa in scena del proprio dramma personale come se il tempo fosse infinito e viaggiasse all’indietro, o fosse circolare, ripetendo incessantemente il tentativo di risolvere i traumi che ne hanno segnato lo sviluppo. Questo tipo di atemporalità diventa patologica, una risposta degenerativa alla mancata elaborazione di un trauma nevrotico o di una delusione traumatica, con relativo investimento nella rimozione. L’esperienza rimossa si trasforma in tossina e può diventare  sintomo o agito ripetitivo, coazione a ripetere.

Diversa invece è l’atemporalità fisiologia dell’inconscio  dove gli impulsi ed i desideri rimangano attivi ed indistruttibili, una sorta di eterno naturale della dimensione inconscia.

 

Freud, il tempo e l’angoscia

  Freud, circa un secolo fa, scriveva a proposito dell’angoscia:”non è semplice definire l’angoscia (..) l’angoscia è dunque, in primo luogo qualcosa che si sente (..). (1925, p. 280)Il prototipo di una simile esperienza è, nella specie umana, la nascita, ed è per questo che noi siamo inclini a vedere nello stato di angoscia una riproduzione del trauma della nascita.(..)(1925,p 281).

  E ancora,“ma se questa è la struttura e l’origine dell’angoscia, si pone un’altra domanda: qual’è la sua funzione e in quale occasione si produce? La risposta appare chiara e assolutamente obbligatoria. L’angoscia sorge quale reazione a uno stato di pericolo e viene ora riprodotta regolarmente quando un simile stato si verifica di nuovo”(1925, p. 282).

  Da questi stralci, si potrebbe quasi dire che  l’angoscia si produce quando avviene un paradosso temporale, uno slittamento del tempo lineare che viene sostituito da quello circolare dell’inconscio, una sorte di   “strappo nella trama del tempo”, un tornare di ciò che è passato. Quando la sofferenza mentale diventa indicibile, si perde la percezione del presente e del futuro, non c’è più speranza e non c’è più attesa di un tempo altro, tutto si congela e diventa statico ed inamovibile, fissato sul trauma e sulla sofferenza del passato.

Il tempo e la sofferenza psichica

  La distorsione della percezione del tempo, è un problema comune e trasversale nelle diverse tipologie di pazienti, alcuni vivono in un tempo soggettivo, che disconosce completamente il tempo biologico,  o al contrario, altri sono così impantanati nel tempo lineare, da annullare ogni possibilità di creatività e di pensiero. La relazione terapeutica deve tener conto di come il paziente percepisce il tempo, anche se questo aspetto è completamente oscuro e certamente non motiva la richiesta di  psicoterapia, ma ugualmente  condiziona fortemente la vita e le scelte, ad esempio, la depressione congela il tempo in un presente senza speranza, la maniacalità imprime una apparente velocità che è però circolare e statica, i traumi ed i lutti non elaborati producono una fissità e ripetizione  di eventi vissuti in un’epoca e ripetuti nell’attualità. Il nevrotico ossessivo produce rituali che annullano il tempo e quindi lo svolgere della vita , l’ossessività è una specifica forma di vita che vuole sottrarsi alla differenza temporale. Al polo opposto dei rituali ossessivi è il disconoscimento dell’universale a favore di combinazioni strettamente personali e particolari.

  Nell’incontro analitico, il setting costituisce un contenitore temporale che dà il ritmo degli incontri e delle separazione, una sorta di orologio relazionale, ma è la relazione stessa che  riattiva il tempo fissato e statico del paziente.

  Come scrive Bennati : “la cura, la relazione analitica (è) come quel gioco a due che analista e paziente si accingono a mettere in scena all’insegna di un patto e di una promessa reciproca fondati sulla fiducia e sulla speranza del ritorno di un futuro per chi misconosce il proprio passato e non sente di avere neppure un presente”(p. 289).

   La fiducia è strettamente collegata al futuro e quindi alla dimensione temporale, è fondamentale che l’analista mantenga la capacità di guardare avanti, nonostante tutte le difficoltà ed i limiti nella simbolizzazione, e questa predisposizione è contenuta soprattutto nell’atteggiamento analitico, in particolare nel transfert positivo (Zucca Alessandrelli).

   Soprattutto con le persone meno integrate, non nevrotiche, l’analista lavora  con il proprio controtransfert, che  permettere al paziente l’accesso alla simbolizzazione e al desiderio (Pierri). E’ solo attraverso il transfert che si crea un ponte tra passato e presente e tra realtà esterna e interna, l’analista è allo stesso tempo interprete ma anche attore che agisce nel tessere la relazione di transfert. Nel palcoscenico analitico, il paziente incontra oggetti del passato ma anche nuovi oggetti. Attraverso il transfert, il paziente racconta e consegna all’analista la  sua storia e l’analisi offre nel presente, nel qui ed ora, opportunità nuove di evoluzione e soprattutto getta un ponte verso il futuro (Zucconi ,Falone).

La narrazione di sé, ossia la storicizzazione della propria vita, a prescindere dalla veridicità degli eventi, condiziona fortemente il modo in cui ogni persona si rappresenta, si tratta di una narrazione  condizionabile e mutabile nel tempo e soggetta alla relazione con l’altro, come il tessuto di taffatà cangiante citato dallo scrittore Kundera nel descrivere il passato che muta a seconda di come è guardato e ricordato.

Il paziente non ha più bisogno del terapeuta, proprio quando può riconoscere sia l’atemporalità dell’inconscio che la finitezza del tempo biologico, può quindi narrarsi e riconoscersi nel flusso del tempo ma mantenere una sua specifica identità e creatività, quindi sopportare la frustrazione della realtà e al contempo accedere al desiderio, in altre parole tollerare il paradosso insolubile tra l’atemporalità dell’inconscio e la finitezza del tempo biologico.

Maria Grazia Antinori

antinorimariagrazia@virgilio.it

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Bibliografia

Bennati P. (2012) “Ripensando Lopez”.gli argonauti XXXIV, 135:287-290.

Freud S. (1899) L’interpretazione dei sogni. OSF 4.

Freud S. (1915) Inconscio. OSF 8

Freud S, (1920) Su un tipo particolare di scelta oggettuale dell’uomo OSF 6.

Freud S. ( 1920) Al di là del principio del piacere. OSF 9.

Freud S. (1925) Inibizione,sintomo e angoscia OSF 10.

Yourgrau P., Un mondo senza tempo. L’eredità dimenticata di Gödel e Einstein, Il Saggiatore, Milano, 2006

Pierri M. “Freud e le due profezie non avverate” gli argonauti,XXXIV135:305-320.

Kundera M.(1982) L’insostenibile leggerezza dell’essere. Adelphi,1985.

Zorzi Meneguzzo. Mantenere la promessa. Gli argonauti XXXIV, 135:331-340.

Zucca Alessandrelli C. “La giocosa promessa del controtransfert” gli argonauti,XXXIV 135:291-303.

Zucconi S., Falone D. “Distribuzione dei ruoli nel gioco psicoanalitico relazionale”, gli argonauti,XXXIV 135:321-330

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