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Lo chiamavano Jeeg Robot, note psicoanalitiche sul film

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT

Francesca Franzi

 

Lo chiamavano jeeg robot: lui non era jeeg robot, ma lo chiamavano jeeg robot. Il titolo del film è un rimando a “lo chiamavano Trinità..”, sobria e divertente parodia dei più cruenti western, in cui troviamo un anti-eroe pigro e svogliato.

Questo richiamo ad un universo parodistico contiene già un anticipo di ciò che il film metterà in scena: una storia grottesca, in cui esiste una voluta sproporzione degli elementi che costituiscono i momenti drammatici. Si allude all’incontro dialettico fra un piano concreto ed un piano simbolico, fra un mondo in cui qualsiasi possibilità trasformativa è negata, ed uno in cui, invece, la capacità metabolica è offerta da una possibilità di simbolizzare che nasce dall’incontro e dalla relazione. Da una parte quindi il mondo che macina, tritura, o, alla meglio, offre come unica via d’uscita lo sprofondare acriticamente in esso; dall’altra invece un mondo in cui è possibile trasformare il non detto, per quanto angosciante e paralizzante, in un pensiero, in un gioco di relazioni che permetta di tessere una trama tale che essa stessa funga da rete e da sostegno per non cadere nell’abisso.

Enzo Ceccotti è una monade, un organismo autosufficiente che si tiene a galla nel mondo come può; l’aria trasognata, si muove, agisce; i  giorni trascorrono per lui uno dopo l’altro, quasi non sembrano avere un filo conduttore se non la sua mera esistenza. È un personaggio senza storia, stretto fra la  ripetizione della compulsività e l’istinto di sopravvivenza. Il suo appartamento è squallido, grigio, sporco, non ha alcun tratto di umanità o di personalizzazione e lui si nutre esclusivamente di budini, non quindi un cibo nutriente, qualcosa che possa dare al corpo ciò di cui ha bisogno, come a segnalare la mancanza di una qualsiasi attività metabolica. È come se egli fosse capace solo di provvedere unicamente – e forse neanche completamente – alla sua sopravvivenza. Si anestetizza dal dolore trattandosi come un “animale”; anche i dvd pornografici, che macina instancabilmente, rimandano ad una compulsività ossessiva, eterno ripetersi di un atto sessuale che non è sessualità, ma è spogliato di qualsiasi rimando ad un incontro, connotato solo come atto animalesco, inteso a stimolare un’eccitazione sessuale che ha come unico scopo la scarica.

L’orizzonte in cui ci si muove è quindi quello della scarica: le emozioni non hanno spazio per essere sentite e poi sperimentate, e se punzecchiano appena la coscienza, esse si traducono subito in agito.

La generale sensazione di torpore che potrebbe sembrare caratterizzante nella vita di Enzo nasconde però, in realtà, una grande vitalità, un grumo interno di passioni ed emozioni cui egli non riesce a dare voce, o meglio a dare parola. Così lui non trova altro mezzo per sopravvivere che la sua regressione ad uno stato primitivo.

Il mondo in cui si muove è il mondo dei “ragazzi di vita”: un mondo primitivo ma spinto e mosso da istinti e passioni vitali, che non trovano una dicibilitá, e che non possono che scaricarsi, agirsi. La sua vita si regge sugli espedienti, su piccoli furtarelli quotidiani, partite di droga, scambi, affarucoli per mantenersi a galla nel limaccioso fiume della malavita romana.

Accade poi, però, che in questo fiume Enzo debba affondare: Durante una fuga si getta  nelle acque del Tevere, e ingurgita una certa quantità di scorie tossiche. Enzo scende nell’abisso di quella primitività, nel fondo limaccioso e denso, velenoso, potenzialmente pericoloso, potenzialmente mortale. Ne riemerge con un gran febbrone, sta male e vomita per una notte intera; si accorgerà quindi di aver acquisito dei curiosi superpoteri, ma non saprà ancora come usarli; è come conoscere i primi rudimenti di un nuovo linguaggio, un nuovo alfabeto di cui non si conoscono le regole grammaticali e sintattiche. E difatti lui lo userà nel solo modo che conosce: pensa subito di andare a svaligiare un bancomat.

La maschera di Enzo – jeeg è un vertice simbolico attraverso cui ricostruire il percorso del protagonista del film: una volta acquisiti i superpoteri, Enzo si protegge con un cappuccio di felpa ed uno scaldacollo di pile neri. La maschera è funzionale alla protezione; ciò che è dentro di lui come un nuovo lessico non gli dona un’identità ed in nessun modo gli offre la possibilità di mostrarsi.

Ciò che pian piano inizia a fare la differenza è l’incontro con Alessia, che dona ad Enzo l’opportunità di tessere una trama. Alessia vive in un mondo tutto suo, ma lei ed Enzo parlano lo stesso linguaggio, il linguaggio di una sofferenza e di un dolore indicibili,  inscritti in una parte della coscienza che non aveva ancora parole, e che quindi non le può utilizzare; parlano il linguaggio di chi nasconde un vissuto traumatico dietro ad un altro mondo,  per lei fantastico, per lui privo di qualsiasi stimolo o emozione. Alessia dona una storia, regala una trama ad Enzo: lui è Hiroshi Shiba, ragazzo che può diventare Jeeg, un cyborg che ha miniaturizzata nel cuore una campana appartenente ad un antico e terribile popolo che ha fatto della sopraffazione dell’uomo sull’uomo la sua legge precipua e che minaccia l’umanità; solo Jeeg, con il suo cuore che contiene tale campana, può salvare l’umanità. Ancora il richiamo ad una dimensione primitiva e minacciosa, che ha bisogno di essere scandagliata conosciuta,  elaborata ed assunta per poter essere utilizzata in senso contenitivo.

Grazie all’incontro con Alessia Enzo trova un vocabolario, un lessico che gli permette, a poco a poco, di simbolizzare e dare parole a quel grumo di sofferenza e di dolore appiattiti sotto un granitico blocco difensivo.  Lui stesso chiede a lei in una scena del film “insegnami tu”, riconoscendo la propria incapacità di amare e ancor prima di entrare in relazione.

Notiamo del resto come la discriminante sia l’incontro con Alessia dal fatto che lo stesso tuffo nelle stesse acque non innesca nello Zingaro lo stesso tipo di processo: lì il superpotere resta concreto, resta un fatto, inteso in senso strumentale, non prende la via del simbolo.

Nell’uso di pensiero psicotico di tipo concreto, il «fatto esterno» viene utilizzato come una barriera difensiva contro la elaborazione emotiva e conoscitiva (Segal); l’elemento di concretezza invece per Enzo si fa via via più rarefatto, si perde la strada della concretezza per abbracciare quella del simbolo: i suoi superpoteri sono una trasfigurazione simbolica di quella  trasformazione in atto che si sta compiendo- grazie a e all’interno de -la sua relazione con Alessia; il gioco, il simbolo, il grottesco del mezzo cinematografico diventano espressamente  la chiave con cui poter elaborare e rendere dicibili contenuti altrimenti inelaborabili. La relazione è il tramite narrativo attraverso cui si attua la trasformazione; ma forse è proprio nel linguaggio e nel codice narrativo utilizzati che possiamo  ravvisare la traccia più evidente della riuscita di tale processo elaborativo e metabolico.

Seguendo il vertice osservativo simbolico della maschera, vediamo come l’incontro con Alessia ancora una volta sparigli le carte: quando lei scappa e lui è costretto a fermare il tram a viva forza per parlarle, Enzo non indossa alcuna maschera. È lì che lui si mostra, perchè qualcuno lo può finalmente vedere  per quello che è, qualcuno gli offre la possibilità di specchiarsi, e infine vedersi.

Incontrando Alessia, lui riesce ad incontrare una parte di sé, la parte traumatizzata, la parte folle, e impara a prendersene cura, anche se in un modo impacciato, infantile. La morte di Alessia lascia Enzo inevitabilmente solo, ma dentro di lui è rimasto il nuovo alfabeto appreso grazie al loro incontro, e con questo strumento lui potrà essere in grado di andare avanti e raccontare, adesso da solo, la sua storia.

Il finale del film sembra alludere anche a questo: nell’ultima scena vediamo Enzo lanciarsi nel vuoto dal Colosseo, portando dentro di sé ciò che ha interiorizzato della relazione con Alessia,  che come atto compiuto ritroviamo ancora una volta e per l’ultima volta nella maschera tessuta a mano da lei; ma, un po’ come accade alla fine di una relazione analitica, ciò che si è compreso, ciò che anche dopo la fine continua a vivere dentro, può fungere da rete, da trama, può aiutare a non schiantarsi se si mantiene la fiducia di poterla usare come tale; ma la realtà è che il finale è sempre in divenire, ancora da scrivere, da lavorare e negoziare di volta in volta.

Dott.ssa Francesca Franzi

       Psicologa cell 327 854 09 74 franc.franzi@gmail.com

 

 

 

 

 

 

 

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Crash-contatto fisico. Cosiderazioni psicoanalitiche sul film

Maria Grazia Antinori

INTRODUZIONE

Crash-Contatto fisico è un film del 2004, uscito nel novembre del 2005, diretto e sceneggiato dal regista canadese Paol Haggis  con Sandra Bullock, Brendan Fraser, Don Cheadle, Mat Dillon, che è stato premiato nel 2006 con tre Oscar  per il miglior film, migliore sceneggiatura e miglior montaggio e anche con  il David di Donatello per il miglior film straniero.

Crash è un film corale un po’ favola, dramma e racconto allegorico, composto da episodi che si intrecciano velocemente,  ambientati nell’arco di 24 ore.

Centrale è la città di  Los Angeles nel periodo natalizio, un luogo estraniante che ha il potere di far sentire tutti stranieri.  Emblematica  è la dichiarazione del detective all’inizio del film: “In una città vera si cammina. Qui a Los Angeles non c’è contatto fisico con nessuno, stiamo sempre dietro vetro e metallo. Il contatto ci manca talmente che ci schiantiamo contro gli altri solo per sentire le persone”.

Da notare che la parola inglese “crash” significa scontro, incidente mentre il sottotitolo scelto per la versione italiana è “contatto” che ha un significato evidentemente diverso.

Paol  Haggis, il regista, ha studiato a  Londra. Una volta laureatosi in cinematografia si è trasferito ad Hollywood dove ha lavorato e scritto per il cinema e  la televisione come autore di famose serie televisive  come ad esempio  Avvocati a Los Angeles.

Haggis ha scritto la sceneggiatura per  Million Dollar Baby del 2004 regia di Clint Eastwood,  che ha rappresentato  la svolta nella sua carriera,  stesso periodo in cui  è regista di Crash.

Haggins realizza sempre con Clint  Eastwood Lettere da Iwo Jima, nel 2007  torna alla regia nel film Nella valle di Elah, nel 2013 con Thierd Person e nel 2017  Lead end Coppe

IL FILM

Crash è composto da una serie di storie che si intersecano e si sovrappongono, i protagonisti si passano il testimone come in una staffetta, il testimone potrebbe essere proprio la statuetta di San Cristoforo, protettore dai pericoli, patrono dei viaggiatori e  degli automobilisti. Paradossalmente sarà proprio la statuetta di San Cristoforo  il motivo della casuale  uccisione  del ragazzo nero la cui storia inizia e chiude il film, testimone che sarà raccolto dal fratello detective .

I personaggi interpretati da attori importanti come Sandra Bullock si trasformano nel ruolo e negli atteggiamenti in ogni episodio, aggiungendo una tessera al mosaico complessivo, il cui disegno  si scorge  solo alla fine della storia.

Quello che sembrava un poliziotto bianco cinico e violento, salverà la donna nera coinvolta in un incidente stradale,  vittima dei suoi stessi soprusi.

Il giovane poliziotto, una recluta, diventerà per paura e per sospetto assassino di un ragazzo cui lui ha offerto un passaggio in macchina ma che a sua volta, è responsabile di rapine e di ferimenti volontari e anche casuali.

Il regista di colore accomodante e disponibile a ogni richiesta fino al servilismo, si trasformerà in un uomo vendicativo, impulsivo ed aggressivo fino a perdere ogni freno e prudenza.

La donna privilegiata moglie del procuratore ma profondamente triste ed arrabbiata, troverà ferita e sola la consolazione di un abbraccio con la sua cameriera messicana che ha sempre trattato come una serva anonima.

Il detective che scopre il corpo senza vita del fratello tossicodipendente sul ciglio di una strada, un uomo apparentemente cinico, è considerato colpevole dalla madre che in realtà accudisce segretamente, ma che lo accusa della morte del fratello.

Non c’è nessun senso riconoscibile nel comportamento delle persone che vivono in una Los Angeles dove la ricerca del contatto sembra essere possibile solo in un  ruvido  scontro.

Tutti sono stranieri, l’altro è identificato in base a sommari tratti somatici o a particolari spesso male interpretati: nero, bianco, fratello nero, persona di colore, americano, scolorito, messicano, asiatico, cinese, cambogiano, iracheno, tailandese, categorie cui si associano stereotipi quali parlare come un bianco, parlare come un nero, essere vestiti da malviventi. Questo determina la diffidenza, l’estraniamento, l’impotenza e giustifica l’aggressione, tutti sembrano comportarsi come animali impauriti che  difendono il proprio territorio e se stessi dal pericolo costante e dall’incertezza.

Il linguaggio è povero e violento, ogni contatto sembra trasformarsi in scontro, la soluzione sembra essere il possesso di un’arma per difendersi, per non avere paura, per mantenere l’ordine e le regole, per la vendetta, per non rimanere schiacciati dall’umiliazione e dalla vergogna.

Il sentimento dell’umiliazione è una costante e riguarda tutte le condizioni sociali, l’umiliazione fa sentire impotenti e rabbiosi e porta a comportamenti impulsivi e pericolosi per sé e per gli altri e spesso diretti verso la persona sbagliata come la moglie del regista che sfoga la sua umiliazione sul marito vittima quanto lei.

Come dice Yoda in Guerre Stellari: ”La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, l’ira all’odio; l’odio conduce alla sofferenza”.

E’ il sistema che produce dolore, a volte le persone sono carnefici e altre vittime, ma assumere il ruolo attivo o passivo  sembra essere  legato al caso in una sorta di circolo vizioso dove il pensiero è assente o finisce in cortocircuito.

Chiunque entra a far parte del sistema dell’odio e della vendetta è condannato alla sconfitta, come dice la moglie del procuratore interpretata da Sandra Bullock, la rabbia non ha bisogno di un motivo specifico, è senza oggetto e senza una ragione riconoscibile.

L’unica possibilità di salvezza è non giocare il gioco del potere, insomma bisogna indossare come la bambina, il mantello magico invisibile ed impenetrabile, quello che  protegge dalle pallottole. E’ necessario  interrompere la coazione a ripetere, il comportamento che produce malessere ed infelicità.

Magari bisogna essere come la ragazza figlia dell’iraniano proprietario di un 24hours shop,  che sceglie le pallottole a salve per la nuova rivoltella di un padre   che  vuole  proteggere il suo negozio e che in realtà, per una vendetta indirizzata verso l’uomo sbagliato, rischia di  uccidere un altro padre come lui e la sua bambina, entrambi innocenti. Tutto per un equivoco, per un’incomprensione, per l’impossibilità di capirsi poiché, come sulla torre di Babele, si parlano  troppe lingue tra loro incomprensibili.

Crash non è però senza speranza o aperture improvvise, è possibile anche la riparazione, l’azione salvifica, la possibilità di fare un atto positivo ed altruista, spesso casuale e soprattutto non programmato.

Nel caos di eventi, casualità, violenza, vendetta, impotenza, rabbia ed umiliazione, si alternano riparazione, sollievo e a volte gli eventi assumono una connotazione di tenerezza come il padre che dona  il mantello magico alla bambina o tragicomica come nel tamponamento nella scena finale.

I diversi passaggi del film sono sottolineati da elementi esterni apparentemente di cornice, ma che hanno un importante significato simbolico ed evocativo: l’ambientazione nel periodo natalizio, il fuoco, gli scoppi, la neve e soprattutto il suggestivo uso della colonna sonora.

In una delle ultime scene che coinvolge quasi tutti i personaggi, si ha la contemporaneità della neve ed il fuoco, in una sorte di catarsi sottolineata dalla musica che sembra essere la voce del regista che suggerisce una lettura di apertura e di speranza.

Crash è un film che pone molte domande attuali, ad esempio come la sofferenza, la diffidenza e l’infelicità possano trovare una consolazione; come rompere il circolo vizioso dell’odio e della vendetta.

La forza del film è nel porre interrogativi molto attuali anche nell’Europa e nell’Italia del 2018, domande sulla diffusione delle armi, sulle discriminazioni e pregiudizi raziali, la paura dello straniero inteso come diverso da sé, la diffidenza, l’isolamento, l’umiliazione, tutti vissuti che determinano la rabbia e l’aggressività esplosiva ed impulsiva  o la chiusura e l’isolamento.

Non c’è una soluzione o una risposta consolatoria, ma almeno uno strumento lo possiamo utilizzare ed è proprio quello di osservare, di mostrare, di raccontare, di narrare e di non cedere alla tentazione del rancore e dell’agito e  soprattutto concederci la fatica del pensiero.

Maria Grazia Antinori

Psicologia, Psicoterapeuta

antinorimariagrazia@virgilio.it

cell 334 338 58 35

www.arpit.it

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RASSEGNA CINEMA E PSICOANALISI: IL LATO OSCURO DELLA LUNA

La rassegna cinema e psicoanalisi, il lato oscuro della luna, vuole proporre uno spazio di riflessione sul tema della paura .”La paura è la via per il Lato Oscuro. La paura conduce all’ira, all’odio; l’odio può condurre alla sofferenza” (dal film Guerre Stellari).
  • GIOVEDI’ 5 APRILE, ORE 20,30
      LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT, diretto e prodotto da Gabriele Mainetti e scritto da Nicola Guaglianone e Menotti. 2015‬. ‪A   seguire incontro con Francesca Franzi.‬ ‪Il protagonista è Enzo Ceccotti, un pregiudicato di borgata, che a causa di un incidente scopre di avere una forza sovraumana. Ombroso, introverso e chiuso in se stesso, Enzo accoglie il dono dei nuovi poteri come una benedizione per la sua carriera di delinquente. Tutto cambia quando incontra Alessia, convinta che lui sia l’eroe del famoso cartone animato giapponese Jeeg Robot d’Acciaio.‬  
  • GIOVEDI’ 12 APRILE, ore 20,20
      CRASCH- CONTATTO FISICO, di Paul Haggis. 2004.‬ ‪A seguire incontro con Maria Grazia Antinori. ‬‪ Crasch è  un film corale composto da episodi intrecciati,  l’elemento comune è la città di Los Angeles, un luogo che fa sentire tutti stranieri. Don cheadle all’inizio del film dice:” In una città vera si cammina. Qui a Los Angeles non c’è contatto fisico con nessuno, stiamo sempre dietro al vetro e al metallo. Il contatto ci manca talmente che ci schiantiamo contro gli altro solo per sentire le persone.”  
  • GIOVEDI’ 19 APRILE,ore 20,30
      L’UOMO CHE NON C’ERA, dei fratelli Joel e Et han Coen. 2001‬. ‪A seguire incontro con Rosellina Oddo.‬‪ Narra la storia di un taciturno barbiere di una anonima provincia degli Stati Uniti.‬ ‪È ambientato negli anni 50.‬ Una riflessione amara sul ruolo dell’individuo  nella società.  
  • GIOVEDI’ 3 MAGGIO, ore 20,30 
           FIORE, ‪di Claudio Giovannesi, 2016.‬ ‪A seguire incontro con Vincenzina Gentile. ‬‪Un melodramma dinamico. I protagonisti Dafne e Josh sono reclusi nel carcere minorile ,in un luogo non luogo fiorisce l’amore tra i due ragazzi contrastato dalle regole  e dai divieti imposti dalla struttura.La fame d’amore dei due adolescenti supera qualsiasi ostacolo  infrangendo ancora i “limiti” della realtà verso una libertà che forse  è solo un sogno  
  • .‬GIOVEDI’ 10 MAGGIO, ore 20,30
           HUGO CABRET, di Martin Scorsese. 2012. A seguire incontro con Alice Ardito Hugo Cabret è un dodicenne orfano che vive segretamente nella stazione ferroviaria di Paris Montparnasse. Il racconto è ambientato negli anni trenta. Il ragazzo si occupa di regolare gli orologi della stazione. Di suo padre orologiaio conserva un automa rotto che egli cerca di riparare. Con l’aiuto di Isabelle, orfana anche lei, scopre che l’automa conserva segreti che riportano a galla vicende del passato.                                                                   LA RASSEGNA E’ REALIZZATA  DALLA COLLABORAZIONE DELLA  SOCIETA’ DI PSICOLOGIA ARPIT E  PAGINE E CAFFE’  LAB 116. L’EVENTO E’  REALIZZATO PRESSO LAB 116, VIA DEI VOLSCI 116, SAN LORENZO. COSTO  DEL BIGLIETTO 2 EURO.

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Formazione per psicologi sul test di livello Wisc-IV e i test grafici in età evolutiva

DUE  MODULI  SUl TEST DI LIVELLO WISC-IV 

– DUE MODULI SUI TEST GRAFICI PER L’ETA’ EVOLUTIVA

Il Centro di formazione- Psicologia e Psicoterapia ARPIT s.a.s. Roma-  propone  quattro nuovi moduli dedicati  ai test per l’età evolutiva che si svolgeranno a partire dal 19  Ottobre, 2019.

Le docenti dell’Arpit, dott.ssa Maria Grazia Antinori e dott.ssa Barbara Puglia,  propongono  un insegnamento  esperienziale con un confronto diretto e continuo sui test proposti . Un aspetto importante del lavoro è l’uso  del  materiale  testistico che gli stessi corsisti sperimenteranno e presenteranno in gruppo. Inoltre i partecipanti potranno somministrare i test, in orari concordati, presso le  sedi  dell’Arpit.

Gli incontri, di 6 ore ciascuno, si svolgono il sabato dalle ore 9:30 alle 16:30 nella sede di Via Ardea, 27 (metro A – Re di Roma).

I moduli sono così organizzati:

1) WISC-IV, presentazione e somministrazione

 Sabato 19 Ottobre

La WISC è sicuramente il test di livello più importante per l’età evolutiva, la quarta versione è attualmente quella più aggiornata.

Durante il master sarà presentata ed utilizzata la valigetta  della WISC-IV,  fornendo  agli allievi l’opportunità di familiarizzare con il materiale.

Saranno approfondite le procedure di registrazione e valutazione dei punteggi.

2) WISC-IV, lettura e valutazione 

Sabato, 16 Novembre

Saranno proposti protocolli  WISC- IV  valutandoli  rispetto ai diversi quadri clinici. Un’attenzione particolare sarà data alla diagnosi differenziale tra deficit intellettivo e problematiche emotive che possono contribuire alla  riduzione delle performance dei bambini.

I partecipanti riceveranno dispense, materiale e avranno la possibilità, in orari da concordare, di somministrare la WISC-IV  presso le nostre sedi.

3)Test grafici in età evolutiva, primo incontro.

Sabato,14 Dicembre

Saranno approfonditi il test della Figura Umana, il test della Famiglia, il test dell’Albero e il disegno libero. Verranno presentati dalle docenti  esempi  di test  grafici  con l’elaborazione psicodiagnostica e anche disegni  seguiti nelle diverse fasi della psicoterapia. Sarà considerato l’impiego dei test grafici  in ambito peritale.

4) Test grafici in età evolutiva, secondo incontro.

Sabato,  18 Gennaio 2020.

I corsisti saranno invitati a presentare materiale da loro somministrato. I test saranno valutati e commentati in gruppo. Esempi e materiali presentati dalle docenti. Esercitazioni in aula.

 

MODALITA’ DI PARTECIPAZIONE

Al termine di ogni gruppo di moduli sarà  rilasciato l’attestato di partecipazione.

Il costo per tutti e quattro i moduli  è di euro 400,00 (I.V.A compresa),  100 euro alla prenotazione e due rate di 150 euro pagabili in sede al momento del corso o con bonifico.

Il costo per due moduli  dedicati ad un solo argomento, WISC-IV o Test grafici, è di euro 250 (I.V.A. compresa) 50 euro all’iscrizione e due rate da 100 euro pagabili in sede al momento del corso o con un bonifico.

Gli allievi che si iscriveranno anche ai nostri tradizionali corsi sul test clinici per adulti “Batteria Base” e test di Rorschach  con inizio a Gennaio 2020, avranno in omaggio l’iscrizione ai corsi stessi.

Per informazioni e iscrizione chiamare i cellulari 334.3385835\  335.5654167, oppure mandare una mail a arpit.psicologia@gmail.com  

Le iscrizioni sono già aperte ed è possibile prenotarsi.

Tutte le informazioni sull’ARPIT nel sito www.arpit.it

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Il mito della perfetta autonomia, un imbroglio sociale.

Il mito della perfetta autonomia

Un mito molto comune proposto dai pazienti ma certamente condiviso da tanti,  è quello dell’autonomia, dell’indipendenza o ancora della massima e completa libertà che si traduce con la formula “basto a me stesso” e “non ho bisogno di nessuno”.

Apparentemente sembra un ideale invidiabile  quello di  diventare  “un’isola” con confini molto precisi e definiti, una terra isolata circondata dal mare, ma  la desiderabilità dell’isola dipende dalle sue caratteristiche, magari è solo uno scoglio nero sbattuto dalle onde  o al contrario è una piacevole  distesa di  sabbia con le palme. Si tratta sicuramente di due modelli diversi ma rimane sempre il principio  dell’isola che come indica il temine, richiama l’isolamento, l’essere soli.

Il mito del “bastare a se stessi” si sovrappone  alla solitudine ma anche qui bisogna distinguere la forma dolorosa simile ad una cappa nera rancorosa ed  astiosa  da quella  matura in cui il silenzio diventa un suono di sottofondo accogliente e rassicurante.

Il supereroe narcisista

Il mito dell’autonomia si arricchisce anche della componente della  forza e della potenza, ossia con il potere e con l’energia si ha l’impressione di  essere capaci  di ogni cosa, in una parola ci si può sentire onnipotenti, invincibili come i supereroi  raccontati nei film e nei fumetti.

Le parole chiave  della sofferenza di molti pazienti sono proprio  l’isolamento affettivo che accompagna  l’onnipotenza ed il narcisismo,  un  insieme che avvelena ed inquina la mente e la qualità delle relazioni  amicali ed affettive.

Parlare con un supereroe è molto istruttivo, questo spiega le sue formule magiche per mantenere quello che considera il pieno controllo su se stesso e la propria vita ma il racconto rischia di diventare ripetitivo, in fin dei conti c’è un solo protagonista, il supereroe stesso, che per restare tale deve rimanere sempre solo.

I superuomini e le superdonne, isole perfette, sembrano non avere  bisogno di niente e di nessuno, si nutrano da soli, si salvano da soli, incontrano gli altri  come  “oggetti”  transitori e non molto importanti e soprattutto scambievoli e sostituibili.

La falsa potenza

Tutto questa “potenza” ha un costo importante ossia il senso di vuoto ed il deserto affettivo, nessuno può attraversare lo spazio psichico che divide il supereroe dagli altri,  questo resta isolato nella sua bolla narcisistica che non lo  mette al riparo dal suo più grande e temibile avversario  che è invisibile eppure imbattibile, ossia il trascorrere del tempo.

Il supereroe può costruire un complicato sistema di auto protezione che può assumere forme diverse ma rimane comunque in balia del tempo che lo trasforma e lo cambia  per quanto lui resti isolato da ogni autentico contatto emotivo ed affettivo.

Il tempo vince sempre anche il più forte e potente dei supereroi, è per questo che il narcisismo e l’isolamento affettivo sono mortiferi in quanto falliscono come antidoti al cambiamento che comunque è sovrano in quanto insito nel processo della vita, solo quando la vita termina si elimina il cambiamento.

Il supereroe mascherato da vittima

A volte il supereroe si presenta sotto mentite spoglie, come una vittima della cattiveria o dell’indifferenza degli altri, della malasorte o comunque come colui che subisce una grave ingiustizia e non viene riconosciuto nel suo valore e allora diventa un personaggio lamentoso e recriminatorio che si aspetta che il cambiamento avvenga  per via esterna, senza il suo apporto positivo ed attivo. Il supereroe passivo mascherato da supervittima, è apparentemente umile e remissivo ma in realtà è aggressivo e richiedente con il suo incessante lamento che è concepito per impedire ogni possibilità di evoluzione.

Il passaggio dall’Io al noi come antidoto del mito della perfetta autonomia

L’organizzazione psichica intorno al solo “Io” è malsana e claustrofobica, solo  “l’Io e te”, “il noi” aprono alla possibilità di evoluzione e di crescita e anche alla possibilità di vivere in pienezza e in sintonia e non contro, il trascorrere del tempo.

Il periodo storico che stiamo attraversando vanta un gran numero di  pseudo supereroi, uomini e donne, che hanno fatto proprio il mito del “basto a me stesso” e questo moltiplica l’infelicità propria ed altrui. Gli incontri sessuali o anche amorosi si moltiplicano ma non lasciano traccia, se non uno strascico di inutilità. Sembra che il più forte sia colui che non si lascia minimamente coinvolgere e che la mattina successiva sia pronto per un nuovo incontro  che sembra però essere quello con la propria immagine riflessa allo specchio che satura, per sua natura,  la possibilità di conoscere l’altro. Tutto sembra trasformarsi in un’attività poco più che ginnica che però è  carica di  conseguenze negative rinforzando la convinzione di non poter amare ed essere amati e quindi amplificando il senso di disperazione profonda che può essere coperto e mascherato anche dal successo  lavorativo o da una vita sociale di superficie.

Affrontare l’infelicità con l’aiuto della psicoterapia psicodinamica

Tutta questa infelicità sembra amplificarsi e moltiplicarsi ad ogni passaggio, è come un veleno che si trasmette nell’area e che inquina uno spazio sempre più amplio ma l’antidoto è in realtà già presente, si tratta solo di riconoscerlo ed imparare o rimparare ad utilizzarlo magari nell’esperienza della psicoterapia psicodinamica che pone al centro proprio la relazione tra paziente-psicoterapeuta e dove la parola assume a mezzo di cura proprio perché investita e vitalizzata dal significato affettivo. La psicoterapia si basa almeno sul “io e te” che può diventare un  “noi” sempre più amplio dove prendono di nuovo vita quelle esperienze molto precoci che hanno determinato la fuga  “nell’io”. E’ proprio facendo una esperienza di un “noi” sano, evolutivo, affidabile, comprensivo che è possibile riaprirsi al “noi” nella vita.

Maria Grazia Antinori

Psicologa, psicoterapeuta. Roma. Cell. 334 338 58 35. antinorimariagrazia@virgilio.it

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