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I genitori di adolescenti, questi sconosciuti

I genitori di adolescenti

L’adolescenza è un momento sempre complesso e difficile non solo per i ragazzi, ma anche per i loro genitori che devono, in qualche misura, rivivere la propria adolescenza e attraversare aree problematiche che, a volte, sono rimaste senza soluzione. Inoltre la crisi dell’adolescente coincide spesso con quella dei genitori che generalmente raggiungono l’età di mezzo, di per sé fase che comporta un faticoso e laborioso processo di cambiamento.i genitori di adolescenti

Gli adulti ex adolescenti

Gli adulti che nel loro passato sono stati degli adolescenti problematici non migliorano per questa esperienza personale la capacità empatica nel comprendere le contraddizioni e le complessità dei propri figli l’adolescenti ma, al contrario, rischiano di diventare genitori limitati nella  funzione dell’ascolto nel  qui ed ora.

Questo accade perché i conflitti non risolti rimangano nella mente come aree nere dove non batte il sole del pensiero, rimangono dei punti ipersensibili che sono attivati dall’agire impulsivo e spesso disordinato dei  ragazzi di oggi  che avrebbero però tutto il diritto di sperimentare, provare, sbagliare, imparare ma che si imbattono nella difficoltà degli adulti di tollerare il cambiamento e la sfida dell’adolescenza.

L’adolescenza come cambiamento

E’ il cambiamento il vento di tempesta che agita l’adolescente, il corpo infantile si trasforma in modo repentino e a volte drammatico, aumenta in modo esponenziale la forza fisica, la delicata bambina  sorridente e  accomodante diventa una ragazza con un corpo maturo e sensuale che ha fretta di sperimentarsi nel mondo esterno e il bambino diventa irriconoscibile nel ragazzo che cresce e che cambia anche la voce fino a diventare uno sconosciuto che reclama i suoi spazi di autonomia.

Gli adolescenti, quando sono sufficientemente sani, hanno desiderio di nuove scoperte tra le prime la sessualità, lo sperimentare nuove avventure, iniziare a fare cose che escludono i genitori ma allo stesso tempo hanno bisogno di essere certi di contare su  una famiglia  che veglia su di loro, che li pensa e li protegge, a cui affidare le proprie paure ed ambivalenze per poter essere loro, invece, spericolati nella nuova età, hanno bisogno di uno spazio privato di segretezza protetto e rispettato, questo per una sostanziale immaturità che del resto è, come scrive Winnicott, una parte importante dell’essere adolescente in quanto contiene le caratteristiche più innovative e creative, la spontaneità ed originalità delle idee e del sentire.

Accompagnare il cambiamento dei figli

Il ruolo dei genitori in questa fase è particolarmente scomodo e difficile, mentre il bambino riconosce l’importanza e la centralità degli adulti, l’adolescente sembra proclamare l’assoluta indipendenza e l’apparente inutilità di quelle figure genitoriali che sembrano solo limitarlo, ma allo stesso tempo è completamente dipendente da loro sul piano materiale ma soprattutto su quello emotivo e relazionale

. Per i genitori è molto difficile calibrare il proprio atteggiamento, mantenere la calma e l’esame di realtà e soprattutto non colludere con le sfide aperte dei propri figli che hanno bisogno di fare da soli, ma allo stesso tempo debbono essere certi della tenuta del  contenitore famiglia: “se gli adulti abdicano, l’adolescente diventa adulto prematuramente ed attraverso un processo falso…non dobbiamo aspettarci che gli adolescenti siano consapevoli della loro propria immaturità…Ciò che conta è che la sfida dell’adolescente venga raccolta…la crescita è in progresso, la responsabilità deve essere assunta da figure genitoriali. Se le figure genitoriali abdicano, allora gli adolescenti devono fare un salto nella falsa maturità e perdere il loro bene più grande: la libertà di avere idee e di agire per impulso” ( Gioco e realtà).

I genitori con poche risorse affettive

Il compito diventa improbo quando il genitore è un ex-adolescente che non ha risolto la propria adolescenza magari perché ha rinunciato a differenziarsi dalle richieste dei propri genitori, o perché è diventato oppositivo e ribelle ad ogni regola esterna, in sostanza  è diventato un  adulto che ha fatto scelte in opposizione o al contrario di compiacenza per assolvere alle richieste di qualcun altro e soprattutto non è autenticamente in grado di riconoscere il proprio spazio interno ed i propri desideri, in altre parole fa fatica ad accedere a quella che Winnicott ha definito l’area transazionale, ossia la terza area che non si trova né dentro,  né fuori  dalla realtà condivisa, un’area intermedia dove non è necessario distinguere la realtà dalla fantasia. Il territorio intermedio, transazionale è quello in cui la persona si crea una neorealtà illusoria per poter essere  l’origine dei propri oggetti, questa illusione è la condizione necessaria alla messa in relazione creativa di due ordini di realtà, la soggettività ed il riconoscimento della relazione con l’altro.

L’area transizionale

In realtà l’accesso all’area transazionale è un fenomeno fondante che è già avvenuto nelle prime fasi della vita, il neonato non distingue il seno immaginato da quello reale, per un periodo breve ma importantissimo, il bambino ha l’illusione di creare con il proprio desiderio il seno che lo nutre, questa illusione progressivamente viene sostituita dalla scoperta che il seno appartiene alla madre e non è una prerogativa  del bambino, ma per una crescita sana è  essenziale che questa illusione onnipotente sia salvaguardata per garantire la continuità del sé che alla base del  senso di esistere. L’emergere della persona nasce proprio dall’unità madre-bambino, per Winnicott è fondamentale l’opera della madre ambiente, l’holding che protegge il senso di esistere e facilita così i naturali processi di maturazione e sviluppo e l’emergere del vero Sé.

Durante l’adolescenza si riattiva una fase analoga, l’adolescente come il neonato, ha bisogno di  giocare, di accedere in maniera massiccia all’area transazionale di gioco e di oscillazione tra l’illusione di creare i propri oggetti e di riconoscere loro l’autonomia. Per questo i genitori sono chiamati a confrontarsi con il bisogno di giocare dei propri figli pur mantenendo una salda analisi della realtà esterna, sintesi necessaria per aiutare e sostenere i ragazzi nel  diventare a loro volta adulti. Il punto è, come sostiene Winnicott, “che crescere significa prendere il posto dei genitori. Lo significa veramente. Nella fantasia inconscia crescere è implicitamente un atto aggressivo.” (Gioco e realtà).

I genitori che non hanno imparato a giocare

Si determina un problema speciale  quando i genitori non hanno sviluppato questa capacità di giocare e pertanto ogni azione e richiesta dei figli  è considerata nel suo contenuto concreto e non inserita nella relazione e valutata nel suo significato simbolico. Pertanto il rapporto genitori-figli si trasforma in una battaglia continua, in un litigio senza fine che crea sensi di colpa, rancori, tristezze, rabbie di cui è difficile distinguere l’inizio e la causa specifica. Il conflitto costante è nel definire “chi comanda chi”, un braccio di ferro dove tutti perdono, l’adolescente perché sente di non avere dei genitori autorevoli e sensati capaci di comprenderlo ed i genitori perché si sentono sfiniti, impotenti e disconosciuti da figli  diventati quasi degli estranei.

Più i genitori si accaniscono a cercare di mantenere la relazione che avevano con il loro bambino o bambina, più perdono la possibilità di relazionarsi con il  ragazzo o la ragazza di oggi che si allontana nella misura in cui viene negato il trascorrere del tempo, il tumultuoso processo di crescita, il cambiamento, l’acquisizione della forza fisica, l’emergere della sessualità.

La situazione può diventare drammatica e creare una grande infelicità in tutti i partecipanti alla sfida, l’unica via di uscita è che gli adulti accettino di cambiare copione e riconoscano il valore di gioco e di prove di crescita nelle richieste dei figli, ossia vadano al di là del singolo contenuto o sfida, o difficoltà scolastica che il ragazzo manifesti e che soprattutto accettino di giocare il gioco dell’adolescenza che significa tollerare una forte ambivalenza ed oscillazione tra aggressività ed amore e soprattutto accedere al processo di lutto che comporta per i genitori l’inizio di una nuova età della vita, la perdita dell’illusione dell’onnipotenza, la messa in discussione dell’immagine idealizzata, l’accettazione della propria storia e dei limiti e, parallelamente per l’adolescente  la rinuncia all’onnipotenza infantile e l’integrazione della nuova identità  sessuale.

La crescita dei figli come processo di lutto

Questi genitori potranno tollerare meglio la crescita  ed il progressivo distacco dei figli solo rinunciando a mano a mano, ad un modello ideale vivendo quindi un processo di lutto dei propri sogni e delle aspettative proiettate sugli adolescenti. Loro stessi sono stati figli imperfetti, o comunque non hanno corrisposto pienamente alle aspettative, in particolare nella scelta di essere coppia che è stata a lungo osteggiata dalla famiglia di origine del padre.  Per superare questa empasse i genitori devono essere accompagnati e sostenuti ad accettare le proprie imperfezioni e limiti per tollerare quelli dei  figli. Si tratta di differenziare e distinguere le generazioni ed i ruoli, come scrive Racamier in questa famiglia c’è confusione, i confini sono sovrapposti,  i più grandi poggiano la propria integrità narcisistica sulle spalle dei più giovani che non vogliono e  soprattutto non possono sostenerli, ad ogni generazione spettano i propri limiti e lutti.

 

 

Maria Grazia Antinori

P.zza Armenia 9, Roma

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Bibliografia

Novelletto A., Maltese A Adolescenza e Psicoanalisi Borla Quaderni di psicoterapia infantile, 43

Marzano J., Palacio F. Espasa , Zilkha N. Scenari della genitorialità. Raffaello Cortina Editore, 2001.

Winnicott D.W. (1987) Lettere. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1988.

Winnicott D.W. Gioco e realtà. Armando editore, Roma, 1974.

Racamier P.C. Incesto e incestuale. Franco Angeli editore,1995.

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La psicoterapia psicodinamica: la difficoltà e la necessità di iniziare un percorso

La psicoterapia psicodinamica

La psicoterapia è un privilegiato punto di osservazione dipsicoterapia psicodinamica quelle che sono le difficoltà delle persone. Sempre più spesso i pazienti oltre alle loro caratteristiche e bisogni personali, si rassomigliano tra di loro per alcuni tratti comuni, come la diffusione della confusione, del senso di smarrimento e della scarsa consapevolezza di sé.

E’ come se un numero significativo di persone avessero smarrito la bussola, la direzione e quindi si aggirassero come ciechi in un’atmosfera rarefatta e fumosa. I ruoli, le differenze generazionali, i limiti della realtà, lo scorrere del tempo, sono aspetti spesso misconosciuti e negati, tutto tende a rassomiglia a tutto, le differenze annullate. Questa modalità che potrebbe sembrare una conquista positiva di libertà e di emancipazione, si rivela spesso una fonte di ansia e di paralisi creativa.

La fatica  di scegliere

Molti, posti davanti alla possibilità apparentemente infinita di scelta, non sono in grado affrontare la complessità, poiché prendere una particolare direzione, presuppone l’accettazione dei limiti e la rinuncia a qualcosa per ottenere altro. Essere messi di fronte ad un bivio, è per alcuni così difficile da sopportare, da condurli a rifugiarsi in una sorta di paralisi vitale. Molte persone si considerano malate o in difficoltà, perché credono di non poter realizzare i propri obiettivi, ma il problema può essere nella stessa definizione delle mete da raggiungere, magari troppo elevate e lontane dalla realtà che deve necessariamente tener conto delle effettive potenzialità, fase di vita e opportunità ambientali. In altri termini molti pazienti sono malati di eccesso di desiderio che li porta ad essere scontenti, rancorosi e soprattutto ciechi rispetto  alle loro effettive e realizzabili potenzialità.

Il processo personale di maturazione e di crescita, sembra diventato particolarmente difficile, soprattutto per la perdita di riferimenti culturali, sociali, familiari ed affettivi. Il sistema familiare, non sempre si poggia sulla presenza di genitori abbastanza adulti da non confondersi con i bisogni e desideri dei loro figli. I ragazzi trovano con più difficoltà maestri ed insegnanti disposti ad aiutarli a maturare un’educazione emotiva e sentimentale.

Analfabeti emotivi

Molti pazienti  appaiono come analfabeti emotivi, ossia non hanno imparato a riconoscere le proprie ed altrui emozioni, a definire uno spazio privato che consenta loro di entrare in rapporto con gli altri senza confonderli con loro stessi. Per difesa, diventano aggressivi o evitano ogni forma di contatto e di legame vissuto come pericoloso e limitante di una pseudo libertà che in realtà è l’espressione di un vuoto interiore, dove l’agire impulsivo prende il posto della parola e del pensiero.

Le frustrazioni, le difficoltà, sono sempre meno tollerate ed affrontate, la soluzione migliore sembra diventare quella di abbandonare tutto, con la falsa illusione di ricominciare. Illusione in quanto il protagonista non impara dai suoi errori che neanche osserva o riconosce, e quindi ripete incessantemente sempre lo stesso copione disfunzionale.

Gli attacchi di panico

Gli attacchi di panico, lo stato d’ansia generalizzato, sembrano sintomi quasi endemici per la loro diffusione in tutte le fasce d’età della popolazione, in un certo senso è proprio un tipo di sintomo che traduce in modo simbolico il senso di smarrimento e la perdita dei punti di riferimento. Chi soffre di attacchi di panico o di forti ansie, cerca di trovare delle pseudo certezze in particolari esterni, evitando magari certe situazioni o luoghi e sperando così di non vivere quel senso di angoscia profonda, la paura di morire che si prova in uno stato acuto di ansia.

La magia, naturalmente, fallisce e comunque il paziente è sempre alla ricerca di altri contenitori esterni. Il punto è che il problema è interiore, si tratta di pazienti che non riescono a maturare un processo evolutivo che li porti a definirsi come persone dotate di una propria individualità e quindi con delle potenzialità e dei limiti. Non è  tollerato  che il legame affettivo sia a doppio senso, ossia che  si riceva ma che si debba rispondere a delle richieste, dei rischi  e delle responsabilità. Sono pazienti che vorrebbero restare nel guscio dell’infanzia o al massimo dell’adolescenza e quindi mantenere l’illusione che tutto è possibile. Sono persone  disposte a rinunciare ad ogni sviluppo concreto pur di mantenere la possibilità dell’infinito onnipotente, anche se illusorio.

La psicoterapia psicodinamica

La psicoterapia psicodinamica è un contenitore che accoglie pienamente le necessità di questo tipo di paziente che, a prescindere dai sintomi, ha soprattutto bisogno di essere accolto e valorizzato.   Sono persone che non sanno ascoltarsi e dare valore ai propri bisogni e desideri e allo stesso tempo, come i bambini della prima infanzia, immaginano di aver diritto alla massima felicità ma nono sono  capaci di vicinanza empatica con l’altro.

Per iniziare il processo terapeutico è prima necessario costruire un linguaggio affettivo che prepari all’uso della parola emotiva, che non spaventi troppo le persone che, anche se adulte, non conoscono nulla di sé e delle proprie emozioni e soprattutto non sono capaci di forme anche elementari, di rapporto con l’altro. Le persone spesso sono spaventate dalla vicinanza che considerano pericolosa e che tendono a negare o ad aggredire. Aggrediscono con invidia la persona che può dargli quello che desiderano.

Un ambiente sicuro

In queste situazioni, al terapeuta è richiesta una grande attenzione al linguaggio inconscio, al gioco del transfert e del controtransfert che sembra essere l’unica modalità per avvicinare il paziente senza farlo fuggire. Quando un paziente così difficile, riesce a trovare il coraggio di rivolgersi ad uno psicoterapeuta, è molto importante che questo cerchi di trovare la strada per accoglierlo senza spaventarlo, che gli offra un contenitore sicuro ma non costrittivo, e quindi gli dia il tempo di poter accedere finalmente ad una relazione affettiva sana e significativa.

Maria Grazia Antinori Psicoterapeuta cell. 334 3385835 email antinorimariagrazia@virgilio.it www.arpit.it

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Frida Kahlo, un’artista che ha trasformato il dolore in bellezza

La psicoanalisi e l’arte

Frida Kahlo

Fin dalle origini della psicoanalisi l’arte è stata un campo di interesse e di studio spaziando dalla vita dell’artista, alla sua opera, alla capacità immaginativa.

La produzione artistica rappresenta una fonte quasi inesauribile di materiale di studio interpretabile sul piano clinico, ma è stata utilizzata anche come conferma delle interpretazioni cliniche. Freud ha considerato gli artisti come persone con una particolare “flessibilità della rimozione” qualità spesso inconsapevole che comunque facilita il contatto con i propri contenuti inconsci.  Per Gaddini ciò che sembra distinguere l’artista è la sua capacità di entrare in contatto con i contenuti del processo primario (momento ispirativo) e di elaborarli in modo da poterli esternalizzare (momento estetico) (Gaddini, 1989). Gaddini, uno psicoanalista che ha dato ampio spazio all’arte nei suoi scritti, sottolinea i punti di contatto tra la produzione artistica, i sogni e il disturbo psichico: “In realtà, ciò che accumuna il sogno, la creazione artistica, e il disturbo psicologico o la malattia mentale, è che tutte queste espressioni visibili partecipano, in vario modo e misura, al così detto processo primario, vale a dire di un’attività psichica invisibile, inconscia, segnata da leggi diverse da quelle dell’attività psichica cosciente, e da quest’ultima tenuta anzi a debita distanza” (Gaddini, 1989).

Il processo primario è caratterizzato dal linguaggio delle immagini che prevale su quello verbale, si tratta di immagini simboliche che seguono un ordine apparentemente casuale, lontano dalla logica e dai costrutti grammaticali, l’attività psichica è quindi di tipo associativo senza considerazione delle limitazioni spazio-temporali. Altro aspetto importante è che le cariche energetiche sono molto mobili e quindi si spostano con grande facilità da un’immagine simbolica all’altra, facilitando così la formazione di nuove immagini che possono catalizzare più significati simbolici.

Per Gaddini ogni opera d’arte è sempre autobiografica in quanto contiene elementi del processo primario che trovano il modo di arrivare alla coscienza ed essere rappresentati, così come avviene nel processo del sogno: “Se il lavoro onirico mira a favorire l’emersione dei contenuti latenti (inconsci) badando bene, nel fare ciò, di non urtare la temuta suscettibilità del Super-io, l’elaborazione artistica, nel favorire a sua volta l’emersione di contenuti latenti, mira a sostenere anche il consenso del non meno temuto Super-io sociale” (Gaddini, 1989).

Così come nel sogno, nella creazione artistica si riconoscono all’opera meccanismi psichici quali la condensazione di immagini e lo spostamento di significato da una rappresentazione ad un’altra.

Una questione importante, che è ancora senza una risposta certa, è definire quali fattori rendono un’opera d’arte tale e facciano riconoscere la qualità di artista: “E’ arduo dire come e da dove tragga origine il talento. Diciamo che esso consente di esprimere le cose di dentro, in modo tale da generare negli spettatori emozioni profonde (anche loro senza sapere come e perché). Ma è chiaro che questo non basta a definire il talento (…) l’artista esprime qualcosa di profondo di sé, e anche qualcosa di profondo del vissuto ambientale. Voglio dire che inconsciamente l’ambiente è una parte non distinguibile dall’esperienza dal sé. In questo senso l’artista rappresenta gli aspetti del mondo in cui vive.” (Gaddini, 1989).

Frida Khalo

Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderòn, meglio conosciuta come Frida Kahlo, è una pittrice famosa in tutto il mondo, i soggetti dei suoi quadri sono intrecciati alla vita, alle vicende d’amore, alle difficili condizioni di salute e soprattutto al suo paese di origine, il Messico, al comunismo e alla cultura precolombiana. E’ stata moglie di Diego Rivera considerato il più importante artista messicano del novecento, per poi superarlo per fama e popolarità.

La sua pittura è ricca di simboli precolombiani, ispirata a divinità azteche senza per questo rinunciare ad un forte richiamo al simbolismo cattolico degli ex-voti, ossia piccole immagini naif dipinte sul legno o sul metallo, concepite per la richiesta o per il ringraziamento di grazie per la guarigione da malattie e la protezione da eventi drammatici. E’ molto personale lo stile di questa pittrice che ha fuso insieme l’anima tedesca paterna e quella messicana materna.

Frida Kahlo ha viaggiato in America e in Europa, soprattutto a Parigi dove ha lungamente soggiornato e ha avuto modo di conoscere personalità del suo tempo e anche di esporre i suoi quadri. La pittura di Kahlo è stata riconosciuta come surrealista da André Breton, fondatore del surrealismo, anche se la pittrice non si è mai considerata tale. Nata pittrice quasi per caso, inizialmente autodidatta, Frida ha sempre dichiarato di non voler rappresentare i sogni come i surrealisti, ma piuttosto di essere interessata alla realtà, una realtà molto personale, una sintesi e rielaborazione dei suoi vissuti e dei suoi pensieri. L’originalità di Kahlo poggia comunque su una solida preparazione culturale che va dalla conoscenza delle avanguardie pittoriche, alla letteratura, alla filosofia orientale e quella occidentale.

Kahlo ha iniziato a dipingere non per desiderio o ambizione artistica, ma come scrive lei stessa, per dimenticare i suoi problemi di salute. Nel 1939, quando ormai era matura come artista, scrive in una lettera: “Ho fatto ritratti, composizioni di figure, anche opere in cui il paesaggio e la natura morta hanno il ruolo principale. Sono giunta a trovare, senza che nessun pregiudizio mi costringesse, un’espressione personale della pittura (…) I miei temi sono stati sempre le mie sensazioni, i miei stati d’animo e le profonde dinamiche che la vita andava producendo in me, e ho spesso oggettivato tutto questo in rappresentazioni di me stessa che erano quanto di più sincero e vero potessi fare per esprimere quel che sentivo di me e davanti a me” (Prignitz-Poda, 2014).

Frida Kahlo la vita

Frida Kahlo nasce il 6 luglio 1907 da padre tedesco fotografo e madre messicana cattolica molto devota, è la terza di cinque figlie, all’età di sei anni è colpita dalla poliomelite che rende più piccoli la gamba ed il piede destro, lasciandole una zoppia invalidante. A diciotto anni avviene un altro avvenimento drammatico che cambierà la sua vita: in seguito ad un incidente del tram su cui viaggia, subisce gravissimi traumi che segnano per sempre il suo corpo e anche il suo destino. Sarà costretta ad un lungo periodo di immobilità che diventerà anche l’occasione per la scoperta della pittura come possibilità di espressione e di investimento per il futuro, questo anche grazie ad un’idea della madre che fa fissare uno specchio su un baldacchino costruito artigianalmente sul letto di immobilità di Kahlo. Forse anche per queste vicende, fin dall’inizio il soggetto preferito da Frida è se stessa, l’immagine che lo specchio riflette e che la pittrice saprà però trasformare in arte nei suoi numerosissimi autoritratti, una costante di tutta la sua produzione.

La Frida adolescente appena ripresasi dall’incidente inizia a frequentare Diego Rivera, il pittore Messicano di fama mondiale che sposerà qualche anno più tardi. La loro unione non sarà né semplice, né convenzionale e neanche felice, fin dall’inizio Frida dovrà dividere Diego con molte altre donne di ogni ceto e paese, spesso sue modelle. Anche Frida avrà altri amanti e amori, uomini e donne, ma sempre e comunque rimarrà Diego il centro del suo mondo affettivo. Viaggeranno molto in America e in Europa insieme e da soli, per poi tornare in Messico in una casa composta da due edifici che ognuno abiterà singolarmente e che Frida riempirà di animali come pappagalli, scimmie e cani che spesso appaiono nelle sue opere, e, altro elemento importante, la raccolta di ex voti, mentre Rivera colleziona importanti e numerosi oggetti precolombiani. Ad osservarli dall’esterno sembrano una di quelle coppie che non può restare separata ma neanche vivere insieme, come due calamite che si attraggano ma si respingono perché dello stesso polo. Con fasi alterne, compreso un divorzio e un nuovo matrimonio, i due restano legati, anche se per  lunghi periodi lontani.

Diego resterà accanto a Frida anche negli ultimi anni quando lei subisce molte operazioni, immobilità, dolore, ricoveri e anche un’amputazione e infinite complicazioni che la portano alla morte a quarantasette anni, nel 1954. Diego è stato da sempre un estimatore di Frida apprezzandone le qualità pittoriche, così come Frida ha sempre ammirato i grandi murales a tema sociale dipinti da Diego in Messico e in America. Oltre agli affetti e alla stima reciproca li unisce l’interesse per il popolo messicano, la sua cultura e l’adesione, anche questa con fasi alterne, al partito comunista.

Nel 1942 Frida Kahlo inizia a scrivere un diario che costituisce una delle fonti più importanti per capire i suoi stati d’animo e pensieri, tratta temi che vanno dalla sessualità, alle sofferenze fisiche, all’amore con Diego, a parole associate liberamente che alterna a disegni ad inchiostro e a matita.

La trasformazione del dolore in bellezza

L’opera di Frida Kahlo è interessante non solo sul piano pittorico ma anche su quello psicologico, è notevole come questa piccola, fragile donna sia riuscita a trasformare in arte la rappresentazione di un corpo traumatizzato e ferito. Quadri famosi hanno come soggetto eventi come l’aborto, la nutrizione forzata, la rappresentazione di un corpo con cicatrici, busti, lacrime, chiodi che lo trafiggono, eppure lo sguardo osservante non fugge via per la drammaticità del soggetto ma al contrario ne è attratto. Frida ha saputo trasformare anche molti dei busti che l’hanno tormentata in oggetti personali dipingendoli con i suoi soggetti preferiti, rendendoli così meno nemici ed estranei, facendogli assumere una funzione che li avvicina all’oggetto transizionale descritto da Winnicott, ossia un qualcosa che appartiene contemporaneamente a sé e all’ambiente, che è creato e allo stesso tempo trovato, che si pone tra l’illusione e la realtà.

Osservare le tele originali di Kahlo è un’esperienza che va al di là delle considerazioni stilistiche, il visitatore è colpito dal magnetismo dello sguardo degli autoritratti che sembrano a loro volta osservare in modo quasi altero e diretto. Si crea un gioco di sguardi, chi osserva si sente osservato, determinando il bisogno di soffermarsi ancora per cercare quel qualcosa che sfugge e che va oltre alle pennellate su una tela. Si crea un mistero, si è portati a cercare di svelare il segreto di un’identità che è mostrata ma allo stesso tempo è velata e nascosta. Si crea uno spazio vuoto tra immagine sulla tela e percezione, uno spazio vuoto che necessita di essere riempito, animando la figura rappresentata dalla stessa curiosità ed estraniamento dello spettatore.

In molte tele Frida inserisce particolari quali animali, oggetti, piante, fiori che hanno una valenza chiaramente simbolica ma che, allo stesso tempo, sono raffigurati in modo concreto e realistico, anche questo dualismo crea sorpresa in chi osserva che da una parte registra l’incongruità dell’immagine e dall’altra l’accetta come un dato di fatto incontestabile. Una caratteristica importante dei quadri di Frida è forse proprio il senso di estraniamento che producono in chi li osserva, sembra di essere di fronte ad immagini familiari che però inseriscono elementi discontinui, si innesca quello che Freud ha definito “il perturbante” ossia un fenomeno che apre al nuovo, all’ignoto, all’inconscio e soprattutto rende nuovo e diverso il conosciuto aprendo così a prospettive inaspettate: “Il perturbante è quella sorta di spavento che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” (Freud, 1919).

Frida offre una personale traduzione della realtà, come un bambino che descrive ciò che conosce, piuttosto di quello che vede, una continua imitazione e citazione del reale che paradossalmente consente proprio il distacco dal concreto, l’oggetto e la figura sono isolate dal contesto trasformandosi in altro, sorprendendo chi osserva. La Kahlo, scrive il critico Achille Bonito Oliva, possiede la naturale maturità dell’artista classico che utilizza il linguaggio come strumento e non come fine, per questo le sue opere sono concluse in sé (Prognitz-Poda, 2014). Frida conosceva  sicuramente il saggio di Freud su Mosè ed il monoteismo del 1937, tanto da ispirarvisi per un suo quadro “Nucleo solar” chiamato anche “Moisés”, premiato nel 1946, ma ancora una volta gli elementi culturali sono inseriti e tradotti con un simbolismo tutto personale che li lega alle sue vicende personali ed in particolare al suo rapporto con Rivera.

Frida è un’artista che ha reso opera d’arte, condivisibile e fruibile dagli altri, il suo stesso dolore e fragilità umana. Lo ha fatto raccontando il suo corpo martoriato  riprodotto come un oggetto reale ma anche simbolico, la sua fisicità si eleva, da esperienza individuale a valore universale che ogni persona può riconoscere e comprendere empaticamente.

Frida è un esempio di come l’arte possa rendere condivisibile un’esperienza molto personale ed intima, difficilmente raccontabile con le parole. Le sue opere non hanno lo scopo di renderla famosa, ma piuttosto quello di esprimere e di raccontare l’indicibile, rendere possibile sopportare eventi e traumi che altrimenti avrebbero rischiato di rompere l’unità dell’Io. Frida ha la capacità di trasformare il trauma in altro, l’osservatore sente palpitare la vita sottostante che non si piega e non si rompe al dolore, ma anzi rimanda un autoritratto spesso altero che non rinuncia alla bellezza e ai colori vivaci degli abiti e delle ambientazioni. I quadri di Kahlo sembrano essere una forma di autocura, di autosostegno, nella ricerca di quella unità che gli eventi traumatici mettono in serio pericolo. Opere che potrebbero essere sovrapposte al processo del sogno, tele dipinte secondo il processo primario che seguono le modalità dei sogni, anche se la pittrice né è inconsapevole, così come il sognatore può ricordare il sogno e coglierne il valore senza per questo comprenderne consapevolmente il significato simbolico.

Il processo di trasformazione può essere paragonato a quello che avviene nell’ambito di una psicoterapia psicodinamica: anche se i fatti reali rimangono dati ineluttabili ed assolutamente concreti ed i traumi non possono essere misconosciuti o sminuiti, ciò che viene trasformato è la modalità di narrazione della propria storia e del corpo. Il lavoro terapeutico ha in sostanza la funzione di ricostruire la trama e l’ordito del Sé, di rendere consapevoli delle trasformazioni e delle perdite, conservando anche il ricordo della ferita. La psicoterapia e l’analisi traducono in nuove parole, in nuove forme che possono rendere sopportabile ciò non lo era, così come la pittura di Frida trasforma l’orrore in bellezza.

Maria Grazia Antinori

Psicoterapeuta

Roma, P.zza Armenia 9  cell 334 338 58 35

Bibliografia

Gaddini E. (1981) critti (1953-1985) Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989.

(a cura di ) Prignitz-Posa H. Frida Kahlo. Electra, 2014.

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Quando e come chiedere una psicoterapia

Quando e come chiedere una  psicoterapia

Le persone hanno spesso difficoltà ad ammettere prima a se stesse e poi agli altri, di aver bisogno di incontrare uno psicoterapeuta,quando e come chiedere una psicoterapia il primo passaggio è riconoscere di avere un problema di relazione, affettivo o emotivo che deriva da se stessi o almeno dipende anche dal proprio atteggiamento.

Per arrivare a formulare una richiesta d’aiuto bisogna prima riconoscere che nella propria esperienza ci sono eventi che si ripetono e  che anche se  procurano infelicità e delusioni, non si  riusce a modificare o a cambiare. Ad esempio la scelta reiterata di fidanzati inadatti, o magari un  costante stato di ansia che impedisce di capire e di trovare la propria strada, o  uno stato  di tristezza e di malinconia che fa perdere ogni desiderio e piacere.

Come si manifesta il disagio, i sintomi

Possono essere molto diversi i sintomi, ossia il modo in cui si manifesta il disagio emotivo che del resto può essere legato alla fase della vita che si attraversa  ad esempio l’adolescenza, la maturità o l’invecchiamento. Del resto ogni persona in quanto tale è sottoposta ad un continuo cambiamento legato al semplice trascorrere del tempo, nulla rimane immutato e stabile, e questa evidenza può aumentare in modo esponenziale l’ansia e la paura.Anche una relazione d’amore ideale per restare tale deve modificarsi nel tempo, adattarsi all’età dei protagonisti, alle richieste sempre diverse dell’ambiente e dell’altro.

La crisi può riguardare ognuno di noi comprese le fasi positive della vita, momenti sereni o di bonaccia rischiano, ad esempio,  di annullare ogni  obiettivo e meta da raggiungere e quindi far sentire persi e demotivati. La crisi, qualunque sia la sua origine, si manifesta con una rottura dell’equilibrio, non si riesce più a trovare il proprio posto,  luogo, identità,  non riconosciamo più noi stessi o le persone che ci sono più vicine, si determina uno stato di sperdimento, di ansia e di preoccupazione che  rende fragili ed incapaci di rispondere al proprio ruolo ed aspettative.

La difficoltà psicologica e le capacità

Ogni persona ha una storia psicologica e relazionale che magari può disconoscere e non ricordare, ma che fonda comunque la sua stessa identità e stile di relazione con gli altri e l’ambiente. Queste sono variabili che niente hanno a che fare con l’intelligenza o la capacità professionale o altro, sono meccanismi comuni della mente e della psiche che si attivano su un piano inconscio e che non sono controllabili con il solo pensiero lineare e razionale. Tentare di cavalcare la crisi con il solo pensiero che si ferma a ciò che appare, al qui ed ora, a quello che vorremo essere e che non siamo,  aggrava la situazione e spreca l’occasione di  di crescita e di sviluppo. 
 

Incontrare uno psicoterapeuta

Quando si manifesta una crisi  a cui una persona non riesce a far fronte, dovrebbe essere semplice e naturale rivolgersi ad un professionista che possa aiutare ad affrontare la difficoltà. Incontrare uno psicoterapeuta con cui trovare le parole giuste che raccontino il problema  e che aiutino a  ritrovare il filo perso per uscire dal labirinto in cui si è prigionieri.

La psicoterapia psicodinamica, la talking-cure, la cura con le parole, è uno strumento potente per affrontare il sintomo, il dolore che hanno portato allo smarrimento. Le parole sono lo strumento del pensiero e quindi anche del cambiamento, le parole importanti legano insieme gli affetti, le cose e le azioni e aprono nuovi scenari e possibilità di evoluzione e di sviluppo. Una volta scelto lo psicoteraputa, viene fissato un primo colloquio di accoglienza e di orientamento in cui ci si presenta reciprocamente e si concordano le modalità degli incontri.

Si inizia con alcuni colloqui iniziali durante i quali viene raccolta la storia della persona, viene analizzato il tipo di disagio, la sua origine e formulata un’ipotesi diagnostica sulla cui base il terapeuta propone un piano terapeutico.La persona che chiede la psicoterapia ha modo di conoscere lo psicoterapeuta e di valutare la sua proposta di cura e di soppesare la motivazione ad iniziare, solo se lo desidera, un percorso terapeutico. Una volta scelto di diventare paziente, inizia finalmente il viaggio analitico alla scoperta di sè e della propria storia.

Dott.ssa Maria Grazia Antinori. Psicologa, psicoterapeuta Roma (RM) cell 334 338 58 35
antinorimariagrazia@virgilio.it

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La vergogna, un’emozione antica molto moderna

Antinori Maria Grazia
articolo pubblicato sulla rivista Argonauti, dicembre 2011 N. 131
 la vergogna un emozione antica molto moderna

La vergogna come  insieme  di fattori

La vergogna è un’emozione paradossale che si pone nel punto di snodo tra aspetti contraddittori: è occulta e poco nominata, di difficile definizione, somma di fattori diversi non sempre distinguibili e soprattutto volatili.
 È un oggetto che presuppone la consapevolezza dello sguardo dell’altro e allo stesso tempo vanta radici arcaiche nel corpo; è al contempo mobile e statica, interna ed esterna, antica e moderna. L’ambiguità della vergogna può accostarsi al funzionamento del cubo di Rubik: come il famoso gioco rompicapo composto da tessere multicolori che possono essere combinate in modo caotico o in facce di colori uniformi, così la vergogna può risultare un mosaico disordinato di fattori o assumere una funzione prevalente.

I diversi tipi di vergogna

Ad esempio hanno ruoli opposti la vergogna-segnale e quella patologia, la prima è assimilabile al pudore ed assolve al compito evolutivo di mantenere e proteggere lo spazio privato del Sé, mentre la seconda la vergogna-sintomo, si trova in quadri psicopatologici quali borderline, narcisistici e psicotici. La vergogna è un affetto che assolve anche ad un’importante funzione evolutiva in quanto focalizza l’attenzione sul modo in cui gli altri ci vedono, contribuendo alla conoscenza e alla consapevolezza personale (Sartre, 1943). È stimolo per lo sviluppo e la crescita (Lynd, 1958) ma allo stesso tempo può trasformarsi in un penoso impedimento, come il disagio che molte persone provano per il semplice sentire o esprimere emozioni, vissute come segno di dipendenza, di debolezza e di vulnerabilità (Pandolfi, 2002).

La vergogna un sentimento misconosciuto

Pur essendo un affetto riconosciuto sul piano personale, la vergogna è poco nominata nelle relazioni sociali, occupa una posizione marginale anche nella psicologia e nella psicoanalisi tanto da essere definita la “Cenerentola delle. emozioni spiacevoli” (Rycroft, 1970), ciò nonostante è un affetto che mantiene il suo potere e centralità. Una complessità della vergogna è che si colloca tra il narcisismo e le relazioni oggettuali, coinvolge la sfera della massima privatezza ed intimità ed anche l’area delle relazioni e del sociale (Semi, 1990).

La vergogna ed il corpo

Un altro paradosso è che pur essendo un sentimento immediato, forte ed invasivo, è allo stesso tempo un’emozione complessa in quanto emozione sociale o interpersonale (Batacchi, 1992), ossia è un affetto che acquista significato nel confronto tra l’immagine di sé ed il giudizio dell’altro. Si prova vergogna per qualcosa che fa sentire diversi ed esposti allo sguardo altrui, trasformando la persona in portatore di un segno speciale che la sottrae all’anonimato per una motivazione ritenuta disdicevole o sbagliata. Diventa invasivo lo sguardo che si posa sul corpo, che coglie la più segreta intimità, perforando la barriera protettiva della pelle psichica che protegge lo spazio psichico privato, come l’epidermide protegge e delimita i confini della fisicità (Anzieu, 1985). Il corpo esposto diventa metafora della nudità psichica, espressione della violazione della privacy, dello spazio privato del Sé.
La vergogna è strettamente intrecciata al corpo soprattutto al senso della vista, si manifesta con perturbazioni fisiche quali il rossore, l’abbassare lo sguardo, l’incurvare le spalle, l’assumere atteggiamenti ritirati che nascondono e mimetizzano (Fenichel, 1946). Borgna (2001) scrive della vergogna come un’esperienza psicosomatica che nasce e si muove nella vita interiore ma che si manifesta nel corpo che diventa espressione del turbamento e dello smarrimento, n’è esempio il volto che avvampa, che arde, testimonianza visibile di un turbamento che si vorrebbe nascondere, ma che il corpo evidenzia allo sguardo dell’altro.

La vergogna tra corpo e parola

L’esperienza della vergogna si colloca così ancora una volta in un’area ambigua e paradossale, in quest’eccezione nello spazio intermedio tra corpo e parola. È legata allo svelamento, allo smascheramento, quindi a qualcosa che si vede e si coglie più con lo sguardo ed il linguaggio del corpo, piuttosto che con il pensiero e con la parola. Tradurre in parole l’esperienza della vergogna toglie a quest’affetto molto del suo mordente, rendendolo più tollerabile e pensabile (Monti, 2003). Un’altra caratteristica ambigua della vergogna è che si associa e si trasforma facilmente in altri affetti quali la rabbia-furore (Lewis, 1992), l’invidia, la colpa o determina condotte evitanti o di contrapposizione o di competizione aperta è infatti instabile, volatile e quindi più difficile da cogliere rispetto, ad esempio, alla tristezza o all’euforia. È un’emozione episodica poco persistente che funziona per eccessi in base alla legge del tutto o nulla (Monti, 2003).

La vergogna nello sviluppo

Pur nella sua complessità e il non sempre agevole riconoscimento, è un’esperienza comune soprattutto in alcuni momenti della vita, come durante l’acquisizione del controllo sfinterico e dell’adolescenza. L’ambiente, scrive Erikson, nella fase anale-muscolare compresa tra i due ed i tre anni, dovrebbe appoggiare il desiderio del bambino di autonomia e di sperimentazione, pur proteggendolo da un’esposizione inutile alla sfiducia verso le sue capacità. “La vergogna è un’emozione infantile non sufficientemente studiata, perché nella nostra civiltà molto presto e molto facilmente, viene confusa con il senso di colpa. Vergogna vuol dire essere completamente esposti e consci di essere osservati, in una parola autocoscienti” (Erikson, 1974,). Questo tipo di esperienza infantile può trasformare il piccolo vergognoso, in un adolescente difficile.
Come scrive Borgna (2001) il passaggio tra preadolescenza ed adolescenza è particolarmente sensibile alla vergogna, in quanto alla spontaneità dell’infanzia centrata sul tempo presente e sul passato, si sostituiscono le incertezze e le insicurezze dell’età che apre alla scoperta della dimensione del futuro e quindi delle attese ed ai timori per un avvenire ancora sconosciuto. L’adolescente è così esposto alle contraddizioni che nascono dal conflitto tra l’essere legati e ancorati al passato, e l’essere al contempo sollecitati e spinti al distacco e all’autonomia ed all’espressione di una propria personalità differenziata da quella dei genitori. In questo spazio si colloca il vissuto della vergogna intesa come difficoltà a sviluppare e definire una propria identità.

La vergogna descritta da Freud

Freud si è occupato in modo marginale anche se significativo, della vergogna. Questo scarso interesse deriverebbe oltre che da ragioni personali, da motivazioni teoriche, in particolare per la centralità psicoanalitica attribuita al conflitto e alla colpa edipica legata al Super-Io, posizione teorica che in qualche modo, ha oscurato l’interesse per la vergogna. (Goldberg, 1988, Pandolfi, 2002). Freud, nei suoi scritti iniziali con Breuer all’epoca del metodo catartico, tratta quest’affetto come un evento traumatico: “può agire come trauma qualsiasi esperienza provochi gli affetti penosi del terrore, dell’angoscia e della vergogna, del dolore psichico e dipende ovviamente dalla sensibilità della persona colpita se l’esperienza stessa agisce come trauma” (Breuer & Freud, 1893).
In seguito, nello studio dello sviluppo psicosessuale, Freud fa assumere a quest’affetto una piena funzione di difesa dagli impulsi sessuali parziali e voyeuristici (Freud, 1905). Questa interpretazione resterà prevalente, anche se sarà riconosciuta alla vergogna, una funzione più ampia e complessa nel saggio “Il poeta e la fantasia” (1907), dove è collegata all’ambizione e alla paura di derisione: “l’adulto si vergogna delle sue fantasie e le nasconde agli altri, coltivandole entro di sé come cose assolutamente private e intime: in genere preferiscono confessare le proprie colpe piuttosto che comunicare le proprie fantasie”. L’adulto si vergogna delle fantasie ad occhi aperti perché le considera un’attività infantile da nascondere per la sua natura e per il contenuto che svelerebbe desideri illeciti.

La vergogna rispetto la psicopatologia

Solo dagli anni cinquanta si è acceso un interesse specifico per la vergogna, in concomitanza al ruolo sempre più ampio del narcisismo, allo sviluppo della psicologia del Sé e all’esperienza clinica con sempre più numerosi pazienti borderline e con patologie narcisistiche. Piers & Singer (1958) sono gli autori che hanno contribuito a definire le qualità psicodinamiche della vergogna rispetto alla colpa. Essi hanno interpretato la vergogna come la reazione affettiva scatenata dallo scarto, dalla distanza eccessiva tra l’Io ed il suo ideale. Un gruppo d’analisti ha sviluppato questa teoria legando l’affetto non tanto ad un conflitto oggettuale esterno, ma piuttosto ad un conflitto di natura narcisistica tra l’Io e l’Ideale dell’Io che più è megalomane e primitivo, più è esposto alla frustrazione e al disconoscimento (Grundberger, Chasseguet & Smirgel, Guillomin, citati in Pandolfi, 2002).

 Distinguere la vergogna e la colpa

Pur essendo due emozioni separate con un’origine psicodinamica specifica, la colpa e la vergogna conservano tratti comuni importanti. Come scrivono Lopez & Zorzi (2003) sono emozioni relazionali “entrambe figlie della paura”. Il bambino dipende dal comportamento dei genitori, se questi ritirano il loro amore, il piccolo prova angoscia di perdita che a sua volta genera un sentimento d’inadeguatezza, incapacità e vergogna o colpa per non riuscire a soddisfare le richieste dei genitori. La vergogna e la colpa diventano una sola cosa, quando l’Io Ideale è rigido e mal integrato e sovrapposto ad un Super-Io sadico; al contrario i due affetti sono pienamente riconoscibili, quando Io-Ideale maturo che spinge la persona alle più elevate realizzazioni, è separato dal Super-Io, costrittivo e limitativo. Altri aspetti importanti sono stati approfonditi da Lynd (1958) che ha attribuito alla vergogna e al senso di colpa, la funzione di regolare la distanza intersoggettiva: la vergogna dal versante del soggetto, la colpa invece dalla parte dell’oggetto.

 La vergogna e l’identità

Secondo Lynd, la vergogna è in stretta connessione con l’identità, è provocata da esperienze che mettono in discussione l’immagine di sé, costringe a vedersi con gli occhi degli altri e a riconoscere le differenze tra queste due visioni. Le esperienze vergognose quando sono accettate ed elaborate, accrescono la conoscenza di sé e la possibilità di cambiamento positivo, quando invece sono negate, provocano lo sviluppo di una corazza difensiva che allontana la persona dalla sua realizzazione e che ha come conseguenza anche quella di limitare la capacità empatica nella relazione con l’altro. Gli autori psicoanalitici, pur nelle loro differenze, hanno concordato nel riconoscere alla vergogna una funzione attinente alla tutela dei confini dell’identità, quindi un ruolo di regolazione narcisistica, distinguendola dalla colpa che è invece rapportata all’oggetto e alla preservazione dei suoi confini (Pandolfi, 2002).

La vergogna e la dissociazione

Tra gli psicoanalisti contemporanei, l’americano Bromberg che si riconosce nell’approccio relazionale, ha valorizzato e riconosciuto la centralità della vergogna, come una delle difficoltà principali nell’approccio clinico agli stati dissociati del Sé. La vergogna dissociata, può attivare una serie di acting-out che possono essere fermati solo quando l’analista riconosce e dà parola al forte vissuto di vergogna del paziente. Il terapeuta è l’unica persona che può dare aiuto e sollievo al paziente ma paradossalmente, è anche la causa del suo dolore, il rapporto terapeutico rischia di essere vissuto come traumatico e pericoloso.

La vergogna il trauma e la paura

Bromberg, come il primo Freud, collega la vergogna al trauma e alla paura. Il trauma il più delle volte, non è di natura drammatica o sessuale ma piuttosto cumulativo, ripetuto, come quello descritto da M. Khan (1983). Il paziente ripercorre nel processo analitico le situazioni traumatiche del passato, prova vergogna nel qui-e-ora, ma non può comunicare il suo dolore in quanto è lo stesso terapeuta fonte della sua sofferenza e del pericolo per l’integrità del Sè, il risultato è la dissociazione e l’acting-out.
La tendenza dell’adulto alla dissociazione patologica, secondo Bromberg, dipende dalla storia evolutiva precoce, in particolare dal mancato riconoscimento genitoriale. “I genitori non sono stati in grado di riconoscere aspetti del Sé autentico del bambino,essi fanno vivere al piccolo una situazione traumatica e nella maggior parte dei casi è la vergogna dissociata dei genitori, generata dal loro stessa esperienza di sé compromessa, a rendere impossibile il riconoscimento delle qualità del bambino” (Bromberg, 2006, p. 147).

 La vergogna come effetto di relazioni patologiche

Un modo interessante ed articolato di considerare la vergogna, sia da un punto di vista individuale che interpersonale, è proposto da Racamier, un analista che si riconosce pienamente nel pensiero freudiano. Nel suo libro postumo “Incesto ed incestuale” (1995), egli accenna alla vergogna come conseguenza della disconferma dell’oggetto incestato, ossia di chi è invischiato e subisce una relazione incestuale. L’incestuale è un neologismo che descrive una speciale condizione della vita psichica e relazionale dove l’incesto, non agito ma presente, aleggia nell’atmosfera emotiva di un paziente, di una famiglia o di un gruppo di lavoro.

La vergogna e l’incestualità

Racamier, nei suoi scritti sceglie un linguaggio poetico, ricco di neologismi per descrivere il suo lavoro frutto di una lunga esperienza clinica con pazienti psicotici e le loro famiglie. Egli ha osservato come l’incesto incontrato in situazione psicotiche, il mero atto fisico, impedisca l’accesso all’Edipo fantasmato che può prendere forma solo poggiandosi su una fase complementare che egli chiama Antedipo, una sorta di fase preparatoria ma anche contemporanea, all’Edipo. Sulla scena psichica dell’Antedipo s’incontrano due soli personaggi, il bambino e la madre, all’inizio della vita il neonato ha bisogno di un nido protettivo.
All’unità corporea della gravidanza, subentra la reciproca seduzione narcisistica, una potente forza d’attrazione che consente alla madre adulta di ritrovare l’unisono con il neonato ancora immaturo e così diverso da lei. Si tratta di una speciale unione che esclude, per una breve fase, l’ambiente esterno ed il padre, che saranno progressivamente di nuovo integrati per l’azione delle forze di crescita e sessuali. Se la seduzione narcisistica segue il corso ideale, questa diminuisce a mano a mano, depositando nel bambino un sentimento profondo d’appartenenza al mondo, di familiarità con il reale, quello che Racamier definisce “l’idea dell’Io”, base per il senso del limite e della sicurezza. Il “lutto originario” è il processo psichico fondamentale per il quale l’Io rinuncia al possesso totale dell’oggetto, compie il lutto di un’unione narcisistica assoluta, fonda le sue origini, scopre l’oggetto e la capacità d’empatia.

 Il lutto originario

È questo lutto originario che permette di passare dall’Antedipo costruttore dell’identità, all’Edipo fondamento dell’identità sessuale. Secondo Racamier, l’incestualità è molto diffusa nelle famiglie, nei gruppi di lavoro, è un clima, un registro della vita interiore che attraversa anche le diverse patologie. “L’incestuale è un clima in cui soffia il vento dell’incesto, ovunque arrivino le sue raffiche, si crea il deserto, si instilla il sospetto, il silenzio ed il segreto” (Racamier,1993). È una condizione d’incesto morale, in cui il genitore, spesso la madre, fa una proiezione narcisistica invasiva sul bambino che si trasforma in oggetto incestuale, oggetto feticcio, a cui è proibito avere desideri propri e soprattutto gli è negato il valore narcisistico.

La ferita narcisistica

Si tratta di una squalifica, di un discredito portato al valore e sulla qualità intrinseca delle capacità e delle realizzazioni di un individuo, una profonda ferita narcisistica che fa vivere nella paura e nella vergogna. L’incestato è squalificato nella sua elaborazione fantasmatica personale, nella capacità di desiderio, nell’integrità dell’Io, nel narcisismo, nel corpo e nella psiche. Racamier descrivendo la lunga psicoterapia di una giovane paziente oggetto di seduzione abusante e trascuratezza affettiva, scrive: “Come succede a tutti i soggetti squalificati, poté riconoscere e ricostruire il filo delle sue frustrazioni passate, e quindi ricomporre in qualche modo la trama del suo Io, non senza enormi difficoltà, vergogna, dolore e rabbia. Provava molta vergogna nel riconoscere gli abusi narcisistici e sessuali commessi su di lei dalla madre” (Racamier, 1995).
L’oggetto incestuato, incarna un ideale assoluto, concentra tutti i poteri è investito come un idolo che illumina l’idolatra ma allo stesso tempo e questo è il paradosso, è deprivato d’ogni valore e riconoscimento personale. L’associazione di Racamier della squalifica alla vergogna, sembra essere una perfetta quadratura del cerchio, una visione completa della vergogna patologica, spiegata in una logica di perversione narcisistica sia dal versante di chi subisce la squalifica, che da quello che la infligge. Il portatore di vergogna, non potrà mai essere all’altezza della sua funzione d’idolo in quando n’è solo un simulacro, uno specchio riflettente del narcisismo altrui. Non ha possibilità di successo, quando scopre l’imbroglio si copre di vergogna e si riempie di rabbia, non potrà mai avvicinarsi all’Ideale dell’Io proiettato dai genitori, inoltre si sentirà in colpa per il suo fallimento.

Un esempio clinico della vergogna

Aldo, un paziente di trentacinque anni, si vergogna profondamente e dolorosamente della sua mascolinità che considera così inadeguata da essere certo che nessuna ragazza carina lo potrà scegliere e provare desiderio per lui. Crede fermamente nella sua tesi, nonostante le evidenti e frequenti disconferme della realtà che giustifica sottolineando difetti o limiti nelle donne che lo corteggiano. Progressivamente arriva ad ammettere la sua paura per le donne che lo porta ad assumere atteggiamenti di ritiro o di fuga, a tratti riesce a riconoscere il proprio ruolo e responsabilità negli insuccessi: non sono le donne a sfuggirlo ma è lui che per paura sabota la possibilità di successo. La sessualità è il campo di battaglia di Aldo, ma il suo problema è un difetto d’identità, si vergogna profondamente del suo corpo così come considera inadeguata la sua persona, una conseguenza è che chiunque gli si avvicini assume uno scarso valore. La vergogna di Aldo spesso si trasforma in rabbia, vissuti paranoici, fantasie ipocondriache, tutte difese per allontanare il momento dell’incontro con lo sguardo dell’altro che possa cogliere e smascherare la sua intimità danneggiata.
È profonda e ripetuta la traumatica squalifica narcisistica che il piccolo Aldo ha subito nell’infanzia nella relazione con una madre troppo occupata a curare un marito a lungo e gravemente depresso; tanto che oggi Aldo, da adulto, ripete incessantemente un copione di esclusione e di isolamento affettivo.
Ben diversa è la situazione della vergogna leggera, quella protettiva, associabile al pudore, alla privacy, alla conservazione di uno spazio privato del Sè, alla preservazione di quelli che Racamier definisce i segreti libidici, che contrappone ai segreti incestuosi tipici delle famiglie in cui soffia il vento dell’incestualità. Entrambi i segreti hanno in comune i temi: il sesso, la genesi o la fine della vita. Sono due entità profondamente diverse in quanto i segreti libidici sono aperti alla vita e in certo senso la proteggono, mentre i segreti antilibidici hanno una funzione opposta di sbarramento e di chiusura. La cura per la vergogna provata dalla persona che hanno subito una pesante squalifica incestuale, passa per la rigenerazione narcisistica: «(…)dobbiamo mettere in valore ciò che emana dal soggetto stesso, pur nella sua banalità; gli offriamo, a lui che si credeva per sempre condannato a compiere azioni straordinarie e prodezze, di sentirsi accettato anche quando rimane al suo livello e nel suo ambito quotidiano. Affronteremo gli abissi narcisistici che ha patito, lontano dalle seduzioni che lo hanno « (Racamier, 1995).

La vergogna e la società liquida

Nella nostra epoca postmoderna che il sociologo Bauman definisce “società liquida”, alle persone risulta difficile tollerare una propria identità differenziata che comprenda la capacità di sentire e riconoscere le emozioni, di avere confini, limiti ed origini certi. Le persone per non sentirsi escluse, sono spinte ad adeguarsi spesso nel ruolo di consumatori, alle richieste dei diversi gruppi sociali. In questo clima, la vergogna un’emozione per alcuni scomparsa, sembra assumere una posizione centrale nella clinica e nel sociale. I pazienti si vergognano della propria fragilità e dei traumi vissuti nel passato riattivati nel qui-ed-ora del transfert; nel sociale la squalifica narcisistica si manifesta in vesti cangianti come la paura di vivere e riconoscere la propria specificità ed originalità, nel trattare gli affetti come oggetti sconvolgenti e dannosi, nell’imitare modelli esterni privi di valore se non quello della momentanea visibilità mediatica.
La vergogna-pudore sana ed evolutiva, sembra obsoleta e desueta, al suo posto si osserva sempre più frequentemente la paura dell’invisibilità e del disconoscimento, timori che evidenziano un serio deficit narcisistico. Tutto ciò sembra confluire nel concetto di Racamier di amalgama incestuale: confini incerti tra le persone, onnipotenza, confusione generazionale, segreti antilibidici, negazione, diniego, scissione.
La vergogna, un’emozione antica, riconferma la sua posizione di crocevia tra interno ed esterno, tra normalità e patologia, tra psiche e corpo e soprattutto il suo ruolo molto attuale, di sentinella dell’integrità del Sé.
Antinori Maria Grazia Psicologa Psicoterapeuta
P.zza Armenia 9
Roma
Cell 334 338 58 35
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