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Come riconoscere il bisogno di psicoterapia

La crisi come possibilità di cambiamento

Una persona che vive una fase di crisi, di profondo cambiamento, un momento di confusione, un inteso problema relazionale o emotivo  ha la possibilità di trovare un aiuto significativo nella psicoterapia, ossia  nell’incontro con lo psicoterapeuta che accogliere ed ascolta  il  bisogno dando così un senso ed un valore speciale ed unico alla crisi.

La crisi rappresenta un momento di svolta, segnala che un modello di adattamento è diventato inadeguato e fonte di disagio e di dolore, costringe la persona a confrontarsi con la sua realtà anche se può essere un’operazione che porta un grande turbamento. E’ in questi momenti che diventa particolarmente importante e significativo rivolgersi ad uno psicoterapeuta che sia in grado di considerare la complessità della situazione non solo alla luce degli avvenimenti immediati, ma piuttosto considerando il funzionamento mentale della persona, la  qualità del  pensiero e di elaborazione, la sua capacità di sognare ad occhi chiusi ed aperti.

La psicoterapia come traduzione del malessere in parole affettive

Quello che conta è che lo psicoterapeuta sappia tradurre in parole affettive e significative lo stato di dolore che scuote la persona in crisi, che sappia riconoscere quelli che sono i copioni, le ripetizioni che non tengono conto del presente ma che hanno senso e valore solo rispetto ad un passato che spesso è stato carico di traumi, di ambivalenze, di situazioni e rapporti non pensati e sognati e quindi ancora attivi anche a distanza di moltissimo tempo.

La psicoterapia scioglie i nodi del tempo, da di nuovo la possibilità di vivere un presente in cui sia possibile incontrare l’altro in un modo più maturo e valido e che spezzi la coazione a ripetere proprio di quello che è stato più traumatico, nella speranza senza possibilità di successo, di modificare il passato per assicurarsi un nuovo presente.

Scoprire le motivazioni inconsce che ad esempio portano a scegliere sempre il fidanzato sbagliato, o che conducono al conflitto in ogni nuova situazione, o portano a stati d’ansia o disturbi alimentari, è fondamentale per liberarsi del peso del passato e per raggiungere l’obiettivo fondamentale dell’accesso al lutto, ossia dell’accettazione di quelli che sono i limiti, le perdite, i cambiamenti che non possono essere modificati e che caratterizzano l’identità di ognuno di noi. E’ proprio il processo del lutto la chiave che paradossalmente apre al nuovo e al cambiamento evolutivo positivo. La psicoterapia come indica il vocabolo è la terapia della psiche ossia la cura attraverso la parola intesa come principale strumento di cambiamento.

La parola ed il linguaggio nella psicoterapia

In realtà utilizziamo continuamente la parola per comunicare, per trasformare l’esperienza in pensiero, per elaborare il vissuto anche se possono essere molto diversi i modi con cui ci serviamo del linguaggio magari confondendo, manipolando, costruendo immagini distorte.

Il linguaggio è lo strumento principe del cambiamento e quindi è studiato ed elaborato, raffinato per utilizzare al meglio le sue grandissime potenzialità.

Attraverso la parola quando questa è caricata di senso e di significati affettivi, si modifica il modo in cui la persona si racconta e vive la realtà e quindi si relaziona con gli altri ed il mondo esterno. Il terapeuta ed il paziente sono impegnati a costruire un linguaggio comune condiviso, e questa ricerca costituisce in sé una nuova esperienza emotiva che apre alla possibilità dell’evoluzione e della crescita.

La psicoterapia e le neuroscienze

A partire dagli anni 1990 il neurologo premio Nobel Eric Kandel ha riconosciuto alla psicoterapia la validità di un trattamento biologico, ossia attraverso la parola si modifica strutturalmente il cervello ed in particolare le connessioni sinaptiche. Questa scoperta ha una portata straordinaria e rivoluzionaria, non sono solo i farmaci a modificare il funzionamento encefalico ma anche la psicoterapia , la cura con le parole.

L’integrazione delle neuroscienze con la psicoterapia è considerata una delle aree di ricerca più appassionanti poiché riflette il tentativo di stabile connessioni. Le ricerche empiriche offrono una comprensione dello sviluppo umano che ricorda in modo straordinario il modello elaborato da Freud. Autori come Gabbard (2002) hanno dimostrato che esiste una sostanziale conferma sperimentale all’idea centrale freudiana ossia che il comportamento patologico o disfunzionale non dipende dalla coscienza umana, ossia dal pensiero consapevole e così detto razionale. Ci sono prove convincenti che buona parte della vita mentale complessa è inconscia, pertanto le persone possono pensare, provare, sperimentare forze motivazionali senza esserne consapevoli.

     L’incontro con il terapeuta

L’incontro con il terapeuta diventa quindi un’occasione straordinaria per affrontare il problema del momento ma anche per iniziare un viaggio di conoscenza di sé, della propria storia, del mondo interiore, della qualità delle relazioni e soprattutto per acquisire o affinare quella che Ogden definisce la capacità di sognare ad occhi aperti, ossia di poter accedere all’inconscio attraverso immagini simili a quelle dei sogni nello stato di sonno e quindi elaborare ed integrare le emozioni che diventano così il nostro più grande alleato e risorsa.

BIBLIOGRAFIA Glen O. Gabbard .Le psicoterapie. Raffaello cortina Editore, 2009. Ogden Riscoprire la psicoanalisi: Cis Editore, 2009.

        ANTINORI MARIA GRAZIA

PSICOTERAPEUTA ROMA

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La psicoterapia formativa: una tappa essenziale per lo psicologo

la psicoterapia formativa

La psicoterapia formativa

La formazione di uno psicologo è lunga e complessa, dopo il conseguimento della Laurea Triennale e quella Magistrale è previsto un anno di tirocinio e il superamento dell’Esame di Stato. Il percorso universitario presuppone quindi l’acquisizione di conoscenze teoriche e l’esperienza del tirocinio come unico momento di confronto con la realtà lavorativa.

La professione di psicologo può essere articolata in modi ed ambiti molto diversi tra di loro che possono spaziare dal lavoro, alla scuola, allo sport e naturalmente alla clinica in tutte le sue declinazioni. Il punto comune è sempre e comunque la relazione con l’altro. Per questo la chiave dello sviluppo professionale è la conoscenza di Sé, dei propri punti di forza e di debolezza, del proprio stile di relazione e di comunicazione.

L’esperienza personale della psicoterapia formativa

Per sviluppare gli aspetti più personali e creativi è fondamentale avere un’esperienza diretta della psicoterapia formativa. Per saggiare in prima persona come si reagisce, cosa si prova, quali sono le aree problematiche, come si racconta la propria storia, come si ascolta e si interagisce con l’altro su temi molto personali e magari non condivisi nella quotidianità.

Lo psicologo impegnato anche in un semplice colloquio di accoglienza e orientamento, magari in una comunità o in una scuola, mette in gioco oltre alla cultura psicologica e alle competenze professionali. La propria personalità è sempre e comunque il principale strumento di lavoro. Ad un osservatore esterno, non consapevole delle complesse dinamiche transferali, può sembrare che l’atteggiamento dello psicologo e le sue risposte siano semplicemente dettate dalla “tecnica”. In realtà è una cosa accertata e riconosciuta da tutti gli approcci teorici alla clinica, che nessuno di noi è emotivamente neutrale. Al contrario, l’atteggiamento, la risposta in una relazione  è conseguenza dell’investimento emotivo profondo ed inconscio con l’altro.

La motivazione della scelta della facoltà di psicologia

Bisognerebbe interrogarsi anche sulla motivazione della scelta della facoltà di psicologia, così come qualsiasi altra scelta universitaria è dettata certamente da fattori oggettivi di interesse per la materia, ma anche influenzata dall’immagine che il futuro studente universitario ha di se stesso rispetto  alla sua storia, a quello che vorrebbe migliorare, cambiare, curare, riparare. Da ciò deriva che un certo numero di studenti di psicologia siano partiti dalla speranza che studiando il funzionamento della mente avrebbero potuto trovare la chiave per stare bene, per affrontare eventuali difficoltà e squilibri emotivi. Purtroppo tale ricerca rimane delusa, quel tipo di conoscenza non si acquisisce sui libri, ma richiede l’incontro con l’altro e quindi l’unico modo per maturarla  è la psicoterapia formativa.

Imparare a distinguere la propria esperienza da quella dell’altro

Per diventare un bravo psicologo bisogna sapere differenziare ciò che appartiene a sé rispetto alle esperienze dell’altro. Sembra una cosa quasi banale, ma in realtà è molto complessa e difficile in quanto ognuno di noi tende a leggere l’esperienza dell’altro in modo autoreferenziale. Per evitare o contenere questo rischio è necessario un lungo apprendimento, che passa proprio attraverso l’esperienza emotiva; un po’ come il percorso del bambino, che inizialmente riporta tutto a sé e solo molto lentamente e progressivamente riesce a tollerare l’esistenza di bisogni altri diversi dai propri.

Del resto l’esperienza dell’umanità sulla scoperta del moto celeste è quella di essere partiti dall’idea della terra al centro dell’Universo, fino a scoprire che l’umanità vive su un piccolo pianeta in una galassia che è solo una delle tante osservate e riconosciute. Così come è stata una scoperta il relativismo freudiano che il pensiero cosciente è solo una piccola parte, fragile e molto superficiale, di quello che è la totalità dell’esperienza emotiva, relazionale e interpretativa della realtà esterna. 

Ritornando al nostro tema, per diventare uno psicologo bravo e capace di essere utile agli altri bisogna partire dai limiti. Sono proprio i limiti che consentono di definire uno spazio psichico, limitato ma sicuro, da cui partire per incontrare l’altro. La psicoterapia formativa, quindi, diventa un punto di partenza, un pilastro su cui costruire la professione di psicologo.

Il centro di formazione Arpit e la psicoterapia formativa

La psicoterapia formativa proposta dagli psicoterapeuti senior del gruppo di lavoro della società di psicologia e psicoterapia ARPIT sas,  consiste nella  psicoterapia psicodinamica con almeno una seduta a settimana per un tempo minimo di un anno che si svolge  secondo il setting e le modalità classiche. Quello che  caratterizza questa particolare forma di psicoterapia è che il paziente è  contemporaneamente  uno studente in formazione che apprende dalla propria esperienza per utilizzarla nella professione attuale o futura.

Per informazioni chiamare al cellulare 334 338 58 35 Dott.ssa Maria Grazia Antinori o al cellulare 335 5654167 Dott.ssa Barbara Puglia o scrivere ad arpit.psicologia@gmail.com

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I genitori di adolescenti, questi sconosciuti

I genitori di adolescenti

L’adolescenza è un momento sempre complesso e difficile non solo per i ragazzi, ma anche per i loro genitori che devono, in qualche misura, rivivere la propria adolescenza e attraversare aree problematiche che, a volte, sono rimaste senza soluzione. Inoltre la crisi dell’adolescente coincide spesso con quella dei genitori che generalmente raggiungono l’età di mezzo, di per sé fase che comporta un faticoso e laborioso processo di cambiamento.i genitori di adolescenti

Gli adulti ex adolescenti

Gli adulti che nel loro passato sono stati degli adolescenti problematici non migliorano per questa esperienza personale la capacità empatica nel comprendere le contraddizioni e le complessità dei propri figli l’adolescenti ma, al contrario, rischiano di diventare genitori limitati nella  funzione dell’ascolto nel  qui ed ora.

Questo accade perché i conflitti non risolti rimangano nella mente come aree nere dove non batte il sole del pensiero, rimangono dei punti ipersensibili che sono attivati dall’agire impulsivo e spesso disordinato dei  ragazzi di oggi  che avrebbero però tutto il diritto di sperimentare, provare, sbagliare, imparare ma che si imbattono nella difficoltà degli adulti di tollerare il cambiamento e la sfida dell’adolescenza.

L’adolescenza come cambiamento

E’ il cambiamento il vento di tempesta che agita l’adolescente, il corpo infantile si trasforma in modo repentino e a volte drammatico, aumenta in modo esponenziale la forza fisica, la delicata bambina  sorridente e  accomodante diventa una ragazza con un corpo maturo e sensuale che ha fretta di sperimentarsi nel mondo esterno e il bambino diventa irriconoscibile nel ragazzo che cresce e che cambia anche la voce fino a diventare uno sconosciuto che reclama i suoi spazi di autonomia.

Gli adolescenti, quando sono sufficientemente sani, hanno desiderio di nuove scoperte tra le prime la sessualità, lo sperimentare nuove avventure, iniziare a fare cose che escludono i genitori ma allo stesso tempo hanno bisogno di essere certi di contare su  una famiglia  che veglia su di loro, che li pensa e li protegge, a cui affidare le proprie paure ed ambivalenze per poter essere loro, invece, spericolati nella nuova età, hanno bisogno di uno spazio privato di segretezza protetto e rispettato, questo per una sostanziale immaturità che del resto è, come scrive Winnicott, una parte importante dell’essere adolescente in quanto contiene le caratteristiche più innovative e creative, la spontaneità ed originalità delle idee e del sentire.

Accompagnare il cambiamento dei figli

Il ruolo dei genitori in questa fase è particolarmente scomodo e difficile, mentre il bambino riconosce l’importanza e la centralità degli adulti, l’adolescente sembra proclamare l’assoluta indipendenza e l’apparente inutilità di quelle figure genitoriali che sembrano solo limitarlo, ma allo stesso tempo è completamente dipendente da loro sul piano materiale ma soprattutto su quello emotivo e relazionale

. Per i genitori è molto difficile calibrare il proprio atteggiamento, mantenere la calma e l’esame di realtà e soprattutto non colludere con le sfide aperte dei propri figli che hanno bisogno di fare da soli, ma allo stesso tempo debbono essere certi della tenuta del  contenitore famiglia: “se gli adulti abdicano, l’adolescente diventa adulto prematuramente ed attraverso un processo falso…non dobbiamo aspettarci che gli adolescenti siano consapevoli della loro propria immaturità…Ciò che conta è che la sfida dell’adolescente venga raccolta…la crescita è in progresso, la responsabilità deve essere assunta da figure genitoriali. Se le figure genitoriali abdicano, allora gli adolescenti devono fare un salto nella falsa maturità e perdere il loro bene più grande: la libertà di avere idee e di agire per impulso” ( Gioco e realtà).

I genitori con poche risorse affettive

Il compito diventa improbo quando il genitore è un ex-adolescente che non ha risolto la propria adolescenza magari perché ha rinunciato a differenziarsi dalle richieste dei propri genitori, o perché è diventato oppositivo e ribelle ad ogni regola esterna, in sostanza  è diventato un  adulto che ha fatto scelte in opposizione o al contrario di compiacenza per assolvere alle richieste di qualcun altro e soprattutto non è autenticamente in grado di riconoscere il proprio spazio interno ed i propri desideri, in altre parole fa fatica ad accedere a quella che Winnicott ha definito l’area transazionale, ossia la terza area che non si trova né dentro,  né fuori  dalla realtà condivisa, un’area intermedia dove non è necessario distinguere la realtà dalla fantasia. Il territorio intermedio, transazionale è quello in cui la persona si crea una neorealtà illusoria per poter essere  l’origine dei propri oggetti, questa illusione è la condizione necessaria alla messa in relazione creativa di due ordini di realtà, la soggettività ed il riconoscimento della relazione con l’altro.

L’area transizionale

In realtà l’accesso all’area transazionale è un fenomeno fondante che è già avvenuto nelle prime fasi della vita, il neonato non distingue il seno immaginato da quello reale, per un periodo breve ma importantissimo, il bambino ha l’illusione di creare con il proprio desiderio il seno che lo nutre, questa illusione progressivamente viene sostituita dalla scoperta che il seno appartiene alla madre e non è una prerogativa  del bambino, ma per una crescita sana è  essenziale che questa illusione onnipotente sia salvaguardata per garantire la continuità del sé che alla base del  senso di esistere. L’emergere della persona nasce proprio dall’unità madre-bambino, per Winnicott è fondamentale l’opera della madre ambiente, l’holding che protegge il senso di esistere e facilita così i naturali processi di maturazione e sviluppo e l’emergere del vero Sé.

Durante l’adolescenza si riattiva una fase analoga, l’adolescente come il neonato, ha bisogno di  giocare, di accedere in maniera massiccia all’area transazionale di gioco e di oscillazione tra l’illusione di creare i propri oggetti e di riconoscere loro l’autonomia. Per questo i genitori sono chiamati a confrontarsi con il bisogno di giocare dei propri figli pur mantenendo una salda analisi della realtà esterna, sintesi necessaria per aiutare e sostenere i ragazzi nel  diventare a loro volta adulti. Il punto è, come sostiene Winnicott, “che crescere significa prendere il posto dei genitori. Lo significa veramente. Nella fantasia inconscia crescere è implicitamente un atto aggressivo.” (Gioco e realtà).

I genitori che non hanno imparato a giocare

Si determina un problema speciale  quando i genitori non hanno sviluppato questa capacità di giocare e pertanto ogni azione e richiesta dei figli  è considerata nel suo contenuto concreto e non inserita nella relazione e valutata nel suo significato simbolico. Pertanto il rapporto genitori-figli si trasforma in una battaglia continua, in un litigio senza fine che crea sensi di colpa, rancori, tristezze, rabbie di cui è difficile distinguere l’inizio e la causa specifica. Il conflitto costante è nel definire “chi comanda chi”, un braccio di ferro dove tutti perdono, l’adolescente perché sente di non avere dei genitori autorevoli e sensati capaci di comprenderlo ed i genitori perché si sentono sfiniti, impotenti e disconosciuti da figli  diventati quasi degli estranei.

Più i genitori si accaniscono a cercare di mantenere la relazione che avevano con il loro bambino o bambina, più perdono la possibilità di relazionarsi con il  ragazzo o la ragazza di oggi che si allontana nella misura in cui viene negato il trascorrere del tempo, il tumultuoso processo di crescita, il cambiamento, l’acquisizione della forza fisica, l’emergere della sessualità.

La situazione può diventare drammatica e creare una grande infelicità in tutti i partecipanti alla sfida, l’unica via di uscita è che gli adulti accettino di cambiare copione e riconoscano il valore di gioco e di prove di crescita nelle richieste dei figli, ossia vadano al di là del singolo contenuto o sfida, o difficoltà scolastica che il ragazzo manifesti e che soprattutto accettino di giocare il gioco dell’adolescenza che significa tollerare una forte ambivalenza ed oscillazione tra aggressività ed amore e soprattutto accedere al processo di lutto che comporta per i genitori l’inizio di una nuova età della vita, la perdita dell’illusione dell’onnipotenza, la messa in discussione dell’immagine idealizzata, l’accettazione della propria storia e dei limiti e, parallelamente per l’adolescente  la rinuncia all’onnipotenza infantile e l’integrazione della nuova identità  sessuale.

La crescita dei figli come processo di lutto

Questi genitori potranno tollerare meglio la crescita  ed il progressivo distacco dei figli solo rinunciando a mano a mano, ad un modello ideale vivendo quindi un processo di lutto dei propri sogni e delle aspettative proiettate sugli adolescenti. Loro stessi sono stati figli imperfetti, o comunque non hanno corrisposto pienamente alle aspettative, in particolare nella scelta di essere coppia che è stata a lungo osteggiata dalla famiglia di origine del padre.  Per superare questa empasse i genitori devono essere accompagnati e sostenuti ad accettare le proprie imperfezioni e limiti per tollerare quelli dei  figli. Si tratta di differenziare e distinguere le generazioni ed i ruoli, come scrive Racamier in questa famiglia c’è confusione, i confini sono sovrapposti,  i più grandi poggiano la propria integrità narcisistica sulle spalle dei più giovani che non vogliono e  soprattutto non possono sostenerli, ad ogni generazione spettano i propri limiti e lutti.

 

 

Maria Grazia Antinori

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Bibliografia

Novelletto A., Maltese A Adolescenza e Psicoanalisi Borla Quaderni di psicoterapia infantile, 43

Marzano J., Palacio F. Espasa , Zilkha N. Scenari della genitorialità. Raffaello Cortina Editore, 2001.

Winnicott D.W. (1987) Lettere. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1988.

Winnicott D.W. Gioco e realtà. Armando editore, Roma, 1974.

Racamier P.C. Incesto e incestuale. Franco Angeli editore,1995.

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La psicoterapia psicodinamica: la difficoltà e la necessità di iniziare un percorso

La psicoterapia psicodinamica

La psicoterapia è un privilegiato punto di osservazione dipsicoterapia psicodinamica quelle che sono le difficoltà delle persone. Sempre più spesso i pazienti oltre alle loro caratteristiche e bisogni personali, si rassomigliano tra di loro per alcuni tratti comuni, come la diffusione della confusione, del senso di smarrimento e della scarsa consapevolezza di sé.

E’ come se un numero significativo di persone avessero smarrito la bussola, la direzione e quindi si aggirassero come ciechi in un’atmosfera rarefatta e fumosa. I ruoli, le differenze generazionali, i limiti della realtà, lo scorrere del tempo, sono aspetti spesso misconosciuti e negati, tutto tende a rassomiglia a tutto, le differenze annullate. Questa modalità che potrebbe sembrare una conquista positiva di libertà e di emancipazione, si rivela spesso una fonte di ansia e di paralisi creativa.

La fatica  di scegliere

Molti, posti davanti alla possibilità apparentemente infinita di scelta, non sono in grado affrontare la complessità, poiché prendere una particolare direzione, presuppone l’accettazione dei limiti e la rinuncia a qualcosa per ottenere altro. Essere messi di fronte ad un bivio, è per alcuni così difficile da sopportare, da condurli a rifugiarsi in una sorta di paralisi vitale. Molte persone si considerano malate o in difficoltà, perché credono di non poter realizzare i propri obiettivi, ma il problema può essere nella stessa definizione delle mete da raggiungere, magari troppo elevate e lontane dalla realtà che deve necessariamente tener conto delle effettive potenzialità, fase di vita e opportunità ambientali. In altri termini molti pazienti sono malati di eccesso di desiderio che li porta ad essere scontenti, rancorosi e soprattutto ciechi rispetto  alle loro effettive e realizzabili potenzialità.

Il processo personale di maturazione e di crescita, sembra diventato particolarmente difficile, soprattutto per la perdita di riferimenti culturali, sociali, familiari ed affettivi. Il sistema familiare, non sempre si poggia sulla presenza di genitori abbastanza adulti da non confondersi con i bisogni e desideri dei loro figli. I ragazzi trovano con più difficoltà maestri ed insegnanti disposti ad aiutarli a maturare un’educazione emotiva e sentimentale.

Analfabeti emotivi

Molti pazienti  appaiono come analfabeti emotivi, ossia non hanno imparato a riconoscere le proprie ed altrui emozioni, a definire uno spazio privato che consenta loro di entrare in rapporto con gli altri senza confonderli con loro stessi. Per difesa, diventano aggressivi o evitano ogni forma di contatto e di legame vissuto come pericoloso e limitante di una pseudo libertà che in realtà è l’espressione di un vuoto interiore, dove l’agire impulsivo prende il posto della parola e del pensiero.

Le frustrazioni, le difficoltà, sono sempre meno tollerate ed affrontate, la soluzione migliore sembra diventare quella di abbandonare tutto, con la falsa illusione di ricominciare. Illusione in quanto il protagonista non impara dai suoi errori che neanche osserva o riconosce, e quindi ripete incessantemente sempre lo stesso copione disfunzionale.

Gli attacchi di panico

Gli attacchi di panico, lo stato d’ansia generalizzato, sembrano sintomi quasi endemici per la loro diffusione in tutte le fasce d’età della popolazione, in un certo senso è proprio un tipo di sintomo che traduce in modo simbolico il senso di smarrimento e la perdita dei punti di riferimento. Chi soffre di attacchi di panico o di forti ansie, cerca di trovare delle pseudo certezze in particolari esterni, evitando magari certe situazioni o luoghi e sperando così di non vivere quel senso di angoscia profonda, la paura di morire che si prova in uno stato acuto di ansia.

La magia, naturalmente, fallisce e comunque il paziente è sempre alla ricerca di altri contenitori esterni. Il punto è che il problema è interiore, si tratta di pazienti che non riescono a maturare un processo evolutivo che li porti a definirsi come persone dotate di una propria individualità e quindi con delle potenzialità e dei limiti. Non è  tollerato  che il legame affettivo sia a doppio senso, ossia che  si riceva ma che si debba rispondere a delle richieste, dei rischi  e delle responsabilità. Sono pazienti che vorrebbero restare nel guscio dell’infanzia o al massimo dell’adolescenza e quindi mantenere l’illusione che tutto è possibile. Sono persone  disposte a rinunciare ad ogni sviluppo concreto pur di mantenere la possibilità dell’infinito onnipotente, anche se illusorio.

La psicoterapia psicodinamica

La psicoterapia psicodinamica è un contenitore che accoglie pienamente le necessità di questo tipo di paziente che, a prescindere dai sintomi, ha soprattutto bisogno di essere accolto e valorizzato.   Sono persone che non sanno ascoltarsi e dare valore ai propri bisogni e desideri e allo stesso tempo, come i bambini della prima infanzia, immaginano di aver diritto alla massima felicità ma nono sono  capaci di vicinanza empatica con l’altro.

Per iniziare il processo terapeutico è prima necessario costruire un linguaggio affettivo che prepari all’uso della parola emotiva, che non spaventi troppo le persone che, anche se adulte, non conoscono nulla di sé e delle proprie emozioni e soprattutto non sono capaci di forme anche elementari, di rapporto con l’altro. Le persone spesso sono spaventate dalla vicinanza che considerano pericolosa e che tendono a negare o ad aggredire. Aggrediscono con invidia la persona che può dargli quello che desiderano.

Un ambiente sicuro

In queste situazioni, al terapeuta è richiesta una grande attenzione al linguaggio inconscio, al gioco del transfert e del controtransfert che sembra essere l’unica modalità per avvicinare il paziente senza farlo fuggire. Quando un paziente così difficile, riesce a trovare il coraggio di rivolgersi ad uno psicoterapeuta, è molto importante che questo cerchi di trovare la strada per accoglierlo senza spaventarlo, che gli offra un contenitore sicuro ma non costrittivo, e quindi gli dia il tempo di poter accedere finalmente ad una relazione affettiva sana e significativa.

Maria Grazia Antinori Psicoterapeuta cell. 334 3385835 email antinorimariagrazia@virgilio.it www.arpit.it

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Frida Kahlo, un’artista che ha trasformato il dolore in bellezza

La psicoanalisi e l’arte

Frida Kahlo

Fin dalle origini della psicoanalisi l’arte è stata un campo di interesse e di studio spaziando dalla vita dell’artista, alla sua opera, alla capacità immaginativa.

La produzione artistica rappresenta una fonte quasi inesauribile di materiale di studio interpretabile sul piano clinico, ma è stata utilizzata anche come conferma delle interpretazioni cliniche. Freud ha considerato gli artisti come persone con una particolare “flessibilità della rimozione” qualità spesso inconsapevole che comunque facilita il contatto con i propri contenuti inconsci.  Per Gaddini ciò che sembra distinguere l’artista è la sua capacità di entrare in contatto con i contenuti del processo primario (momento ispirativo) e di elaborarli in modo da poterli esternalizzare (momento estetico) (Gaddini, 1989). Gaddini, uno psicoanalista che ha dato ampio spazio all’arte nei suoi scritti, sottolinea i punti di contatto tra la produzione artistica, i sogni e il disturbo psichico: “In realtà, ciò che accumuna il sogno, la creazione artistica, e il disturbo psicologico o la malattia mentale, è che tutte queste espressioni visibili partecipano, in vario modo e misura, al così detto processo primario, vale a dire di un’attività psichica invisibile, inconscia, segnata da leggi diverse da quelle dell’attività psichica cosciente, e da quest’ultima tenuta anzi a debita distanza” (Gaddini, 1989).

Il processo primario è caratterizzato dal linguaggio delle immagini che prevale su quello verbale, si tratta di immagini simboliche che seguono un ordine apparentemente casuale, lontano dalla logica e dai costrutti grammaticali, l’attività psichica è quindi di tipo associativo senza considerazione delle limitazioni spazio-temporali. Altro aspetto importante è che le cariche energetiche sono molto mobili e quindi si spostano con grande facilità da un’immagine simbolica all’altra, facilitando così la formazione di nuove immagini che possono catalizzare più significati simbolici.

Per Gaddini ogni opera d’arte è sempre autobiografica in quanto contiene elementi del processo primario che trovano il modo di arrivare alla coscienza ed essere rappresentati, così come avviene nel processo del sogno: “Se il lavoro onirico mira a favorire l’emersione dei contenuti latenti (inconsci) badando bene, nel fare ciò, di non urtare la temuta suscettibilità del Super-io, l’elaborazione artistica, nel favorire a sua volta l’emersione di contenuti latenti, mira a sostenere anche il consenso del non meno temuto Super-io sociale” (Gaddini, 1989).

Così come nel sogno, nella creazione artistica si riconoscono all’opera meccanismi psichici quali la condensazione di immagini e lo spostamento di significato da una rappresentazione ad un’altra.

Una questione importante, che è ancora senza una risposta certa, è definire quali fattori rendono un’opera d’arte tale e facciano riconoscere la qualità di artista: “E’ arduo dire come e da dove tragga origine il talento. Diciamo che esso consente di esprimere le cose di dentro, in modo tale da generare negli spettatori emozioni profonde (anche loro senza sapere come e perché). Ma è chiaro che questo non basta a definire il talento (…) l’artista esprime qualcosa di profondo di sé, e anche qualcosa di profondo del vissuto ambientale. Voglio dire che inconsciamente l’ambiente è una parte non distinguibile dall’esperienza dal sé. In questo senso l’artista rappresenta gli aspetti del mondo in cui vive.” (Gaddini, 1989).

Frida Khalo

Magdalena Carmen Frieda Kahlo y Calderòn, meglio conosciuta come Frida Kahlo, è una pittrice famosa in tutto il mondo, i soggetti dei suoi quadri sono intrecciati alla vita, alle vicende d’amore, alle difficili condizioni di salute e soprattutto al suo paese di origine, il Messico, al comunismo e alla cultura precolombiana. E’ stata moglie di Diego Rivera considerato il più importante artista messicano del novecento, per poi superarlo per fama e popolarità.

La sua pittura è ricca di simboli precolombiani, ispirata a divinità azteche senza per questo rinunciare ad un forte richiamo al simbolismo cattolico degli ex-voti, ossia piccole immagini naif dipinte sul legno o sul metallo, concepite per la richiesta o per il ringraziamento di grazie per la guarigione da malattie e la protezione da eventi drammatici. E’ molto personale lo stile di questa pittrice che ha fuso insieme l’anima tedesca paterna e quella messicana materna.

Frida Kahlo ha viaggiato in America e in Europa, soprattutto a Parigi dove ha lungamente soggiornato e ha avuto modo di conoscere personalità del suo tempo e anche di esporre i suoi quadri. La pittura di Kahlo è stata riconosciuta come surrealista da André Breton, fondatore del surrealismo, anche se la pittrice non si è mai considerata tale. Nata pittrice quasi per caso, inizialmente autodidatta, Frida ha sempre dichiarato di non voler rappresentare i sogni come i surrealisti, ma piuttosto di essere interessata alla realtà, una realtà molto personale, una sintesi e rielaborazione dei suoi vissuti e dei suoi pensieri. L’originalità di Kahlo poggia comunque su una solida preparazione culturale che va dalla conoscenza delle avanguardie pittoriche, alla letteratura, alla filosofia orientale e quella occidentale.

Kahlo ha iniziato a dipingere non per desiderio o ambizione artistica, ma come scrive lei stessa, per dimenticare i suoi problemi di salute. Nel 1939, quando ormai era matura come artista, scrive in una lettera: “Ho fatto ritratti, composizioni di figure, anche opere in cui il paesaggio e la natura morta hanno il ruolo principale. Sono giunta a trovare, senza che nessun pregiudizio mi costringesse, un’espressione personale della pittura (…) I miei temi sono stati sempre le mie sensazioni, i miei stati d’animo e le profonde dinamiche che la vita andava producendo in me, e ho spesso oggettivato tutto questo in rappresentazioni di me stessa che erano quanto di più sincero e vero potessi fare per esprimere quel che sentivo di me e davanti a me” (Prignitz-Poda, 2014).

Frida Kahlo la vita

Frida Kahlo nasce il 6 luglio 1907 da padre tedesco fotografo e madre messicana cattolica molto devota, è la terza di cinque figlie, all’età di sei anni è colpita dalla poliomelite che rende più piccoli la gamba ed il piede destro, lasciandole una zoppia invalidante. A diciotto anni avviene un altro avvenimento drammatico che cambierà la sua vita: in seguito ad un incidente del tram su cui viaggia, subisce gravissimi traumi che segnano per sempre il suo corpo e anche il suo destino. Sarà costretta ad un lungo periodo di immobilità che diventerà anche l’occasione per la scoperta della pittura come possibilità di espressione e di investimento per il futuro, questo anche grazie ad un’idea della madre che fa fissare uno specchio su un baldacchino costruito artigianalmente sul letto di immobilità di Kahlo. Forse anche per queste vicende, fin dall’inizio il soggetto preferito da Frida è se stessa, l’immagine che lo specchio riflette e che la pittrice saprà però trasformare in arte nei suoi numerosissimi autoritratti, una costante di tutta la sua produzione.

La Frida adolescente appena ripresasi dall’incidente inizia a frequentare Diego Rivera, il pittore Messicano di fama mondiale che sposerà qualche anno più tardi. La loro unione non sarà né semplice, né convenzionale e neanche felice, fin dall’inizio Frida dovrà dividere Diego con molte altre donne di ogni ceto e paese, spesso sue modelle. Anche Frida avrà altri amanti e amori, uomini e donne, ma sempre e comunque rimarrà Diego il centro del suo mondo affettivo. Viaggeranno molto in America e in Europa insieme e da soli, per poi tornare in Messico in una casa composta da due edifici che ognuno abiterà singolarmente e che Frida riempirà di animali come pappagalli, scimmie e cani che spesso appaiono nelle sue opere, e, altro elemento importante, la raccolta di ex voti, mentre Rivera colleziona importanti e numerosi oggetti precolombiani. Ad osservarli dall’esterno sembrano una di quelle coppie che non può restare separata ma neanche vivere insieme, come due calamite che si attraggano ma si respingono perché dello stesso polo. Con fasi alterne, compreso un divorzio e un nuovo matrimonio, i due restano legati, anche se per  lunghi periodi lontani.

Diego resterà accanto a Frida anche negli ultimi anni quando lei subisce molte operazioni, immobilità, dolore, ricoveri e anche un’amputazione e infinite complicazioni che la portano alla morte a quarantasette anni, nel 1954. Diego è stato da sempre un estimatore di Frida apprezzandone le qualità pittoriche, così come Frida ha sempre ammirato i grandi murales a tema sociale dipinti da Diego in Messico e in America. Oltre agli affetti e alla stima reciproca li unisce l’interesse per il popolo messicano, la sua cultura e l’adesione, anche questa con fasi alterne, al partito comunista.

Nel 1942 Frida Kahlo inizia a scrivere un diario che costituisce una delle fonti più importanti per capire i suoi stati d’animo e pensieri, tratta temi che vanno dalla sessualità, alle sofferenze fisiche, all’amore con Diego, a parole associate liberamente che alterna a disegni ad inchiostro e a matita.

La trasformazione del dolore in bellezza

L’opera di Frida Kahlo è interessante non solo sul piano pittorico ma anche su quello psicologico, è notevole come questa piccola, fragile donna sia riuscita a trasformare in arte la rappresentazione di un corpo traumatizzato e ferito. Quadri famosi hanno come soggetto eventi come l’aborto, la nutrizione forzata, la rappresentazione di un corpo con cicatrici, busti, lacrime, chiodi che lo trafiggono, eppure lo sguardo osservante non fugge via per la drammaticità del soggetto ma al contrario ne è attratto. Frida ha saputo trasformare anche molti dei busti che l’hanno tormentata in oggetti personali dipingendoli con i suoi soggetti preferiti, rendendoli così meno nemici ed estranei, facendogli assumere una funzione che li avvicina all’oggetto transizionale descritto da Winnicott, ossia un qualcosa che appartiene contemporaneamente a sé e all’ambiente, che è creato e allo stesso tempo trovato, che si pone tra l’illusione e la realtà.

Osservare le tele originali di Kahlo è un’esperienza che va al di là delle considerazioni stilistiche, il visitatore è colpito dal magnetismo dello sguardo degli autoritratti che sembrano a loro volta osservare in modo quasi altero e diretto. Si crea un gioco di sguardi, chi osserva si sente osservato, determinando il bisogno di soffermarsi ancora per cercare quel qualcosa che sfugge e che va oltre alle pennellate su una tela. Si crea un mistero, si è portati a cercare di svelare il segreto di un’identità che è mostrata ma allo stesso tempo è velata e nascosta. Si crea uno spazio vuoto tra immagine sulla tela e percezione, uno spazio vuoto che necessita di essere riempito, animando la figura rappresentata dalla stessa curiosità ed estraniamento dello spettatore.

In molte tele Frida inserisce particolari quali animali, oggetti, piante, fiori che hanno una valenza chiaramente simbolica ma che, allo stesso tempo, sono raffigurati in modo concreto e realistico, anche questo dualismo crea sorpresa in chi osserva che da una parte registra l’incongruità dell’immagine e dall’altra l’accetta come un dato di fatto incontestabile. Una caratteristica importante dei quadri di Frida è forse proprio il senso di estraniamento che producono in chi li osserva, sembra di essere di fronte ad immagini familiari che però inseriscono elementi discontinui, si innesca quello che Freud ha definito “il perturbante” ossia un fenomeno che apre al nuovo, all’ignoto, all’inconscio e soprattutto rende nuovo e diverso il conosciuto aprendo così a prospettive inaspettate: “Il perturbante è quella sorta di spavento che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” (Freud, 1919).

Frida offre una personale traduzione della realtà, come un bambino che descrive ciò che conosce, piuttosto di quello che vede, una continua imitazione e citazione del reale che paradossalmente consente proprio il distacco dal concreto, l’oggetto e la figura sono isolate dal contesto trasformandosi in altro, sorprendendo chi osserva. La Kahlo, scrive il critico Achille Bonito Oliva, possiede la naturale maturità dell’artista classico che utilizza il linguaggio come strumento e non come fine, per questo le sue opere sono concluse in sé (Prognitz-Poda, 2014). Frida conosceva  sicuramente il saggio di Freud su Mosè ed il monoteismo del 1937, tanto da ispirarvisi per un suo quadro “Nucleo solar” chiamato anche “Moisés”, premiato nel 1946, ma ancora una volta gli elementi culturali sono inseriti e tradotti con un simbolismo tutto personale che li lega alle sue vicende personali ed in particolare al suo rapporto con Rivera.

Frida è un’artista che ha reso opera d’arte, condivisibile e fruibile dagli altri, il suo stesso dolore e fragilità umana. Lo ha fatto raccontando il suo corpo martoriato  riprodotto come un oggetto reale ma anche simbolico, la sua fisicità si eleva, da esperienza individuale a valore universale che ogni persona può riconoscere e comprendere empaticamente.

Frida è un esempio di come l’arte possa rendere condivisibile un’esperienza molto personale ed intima, difficilmente raccontabile con le parole. Le sue opere non hanno lo scopo di renderla famosa, ma piuttosto quello di esprimere e di raccontare l’indicibile, rendere possibile sopportare eventi e traumi che altrimenti avrebbero rischiato di rompere l’unità dell’Io. Frida ha la capacità di trasformare il trauma in altro, l’osservatore sente palpitare la vita sottostante che non si piega e non si rompe al dolore, ma anzi rimanda un autoritratto spesso altero che non rinuncia alla bellezza e ai colori vivaci degli abiti e delle ambientazioni. I quadri di Kahlo sembrano essere una forma di autocura, di autosostegno, nella ricerca di quella unità che gli eventi traumatici mettono in serio pericolo. Opere che potrebbero essere sovrapposte al processo del sogno, tele dipinte secondo il processo primario che seguono le modalità dei sogni, anche se la pittrice né è inconsapevole, così come il sognatore può ricordare il sogno e coglierne il valore senza per questo comprenderne consapevolmente il significato simbolico.

Il processo di trasformazione può essere paragonato a quello che avviene nell’ambito di una psicoterapia psicodinamica: anche se i fatti reali rimangono dati ineluttabili ed assolutamente concreti ed i traumi non possono essere misconosciuti o sminuiti, ciò che viene trasformato è la modalità di narrazione della propria storia e del corpo. Il lavoro terapeutico ha in sostanza la funzione di ricostruire la trama e l’ordito del Sé, di rendere consapevoli delle trasformazioni e delle perdite, conservando anche il ricordo della ferita. La psicoterapia e l’analisi traducono in nuove parole, in nuove forme che possono rendere sopportabile ciò non lo era, così come la pittura di Frida trasforma l’orrore in bellezza.

Maria Grazia Antinori

Psicoterapeuta

Roma, P.zza Armenia 9  cell 334 338 58 35

Bibliografia

Gaddini E. (1981) critti (1953-1985) Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989.

(a cura di ) Prignitz-Posa H. Frida Kahlo. Electra, 2014.

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